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Alice e il Sindaco

Regia: Nicolas Pariser

INTERPRETI: Fabrice Luchini, Anaïs Demoustier, Nora Hamzawi, Léonie Simaga, Antoine Reinartz, Maud Wyler, Alexandre Steiger, Pascal Reneric, Thomas Rortais, Thomas Chabrol

SCENEGGIATURA: Nicolas Pariser

FOTOGRAFIA: Sébastien Buchmann

MONTAGGIO: Christel Dewynter

MUSICHE: Benjamin Esdraffo

DISTRIBUZIONE: BIM Distribuzione, in collaborazione con Movies Inspired

NAZIONALITÀ: Francia, Belgio, 2019

DURATA: 103 min.

A qualche mese dalle elezioni municipali, il sindaco di Lione non ha più idee. Dopo trent'anni di vita politica è come svuotato. In suo soccorso, l'entourage comunale recluta una giovane normalista. Il ruolo di Alice Heimann è rigenerare la capacità di pensare del sindaco e la visione necessaria all'azione politica. Introdotta nel cerchio della fiducia, Alice rivela un'agilità innata per la 'cosa politica' fornendo carburante alla macchina municipale. E la macchina riparte ma gli scossoni e i sobbalzi non tarderanno a costringerla alla sosta forzata.

Rivelato nel 2015 da un thriller politico paranoico e promettente (Le Grand Jeu), Nicolas Pariser si impone con ALICE E IL SINDACO come il regista per eccellenza del film politico francese. La politica, reale o sognata, diventa il terreno di (gran) gioco di un autore audace e ispirato, erede di Rohmer, a cui l'ultimo film fa esplicitamente riferimento. Ammiratore del suo cinema, Nicolas Pariser segue studente un corso del regista alla Sorbona a cavallo del ventunesimo secolo e dimostra la sua ammirazione nel titolo, omaggio limpido a un classico di Éric Rohmer, L'albero, il sindaco e la mediateca. Commedia filosofica sulla ruralità, l'ecologia e le manovre politiche, il film di Rohmer ospitava un giovane Fabrice Luchini, non ancora sindaco socialista (interpretato da Pascal Greggory) ma insegnante nel cuore della Francia rurale.

Lontano dal fare della politica un uso funzionale, gioco di sosia o semplice motore per commedia o thriller, Pariser opta per la frontalità del reale. Alice e il sindaco rende conto di un consiglio comunale, delle forze di potere in gioco ma soprattutto del consolidarsi della relazione filiale tra una giovane normalista e un sindaco consumato. Attraverso la loro interazione, il regista affronta la natura e l'etica della politica, intesa come amministrazione del bene pubblico coerente a un sistema di valori.

Nell'arena politica schiera una giovane donna di lettere, disorientata davanti a un mondo politico che naviga a vista e cerca nella sua giovinezza un po' di carburante per ravvivare la fiamma, e un vecchio lupo, un sindaco in crisi che rappresenta tuttavia l'utopia di un governante (ancora) illuminato.

Se lo stile sobrio di Anaïs Demoustier elude lo stereotipo della generazione Y, appassionata delle nuove tecnologie ma smarrita nel mondo a dispetto degli studi brillanti, Fabrice Luchini non si limita a mostrare quella che è l'incarnazione di un'istituzione, con tutta l'autorità di cui necessita, ma restituisce una sorta di spossatezza che si confonde con la sua volontà di controllo.

Luchini è pienamente se stesso, riconosciamo la sua immagine pubblica ma una gravità inusuale altera il suo istrionismo. Il suo Paul Théraneau possiede una vita propria (sindaco di Lione progressista) e non deve niente a nessun modello francese conosciuto (né Sarkozy, né Hollande, né Macron). Come Luchini sembra aver abitato il cinema di Rohmer con cui condivide la passione per la parola letteraria, l'erudizione dei dialoghi, la riflessione intellettuale, la finezza comica.

Eppure, ancora una volta, la parola luchiniana è impedita, non si dispiega. I suoi personaggi preferiti sembrano essere uomini in crisi, confrontati con la vanità del loro linguaggio, che sia da Rohmer ma anche da Jacquot (Niente scandalo), Ozon (Nella casa), Dumont (Ma Loute) e recentemente Mimran (Parlami di te). Paul Théraneau si aggiunge alla galleria. Il suo sindaco non è un cattivo politico, al contrario, ha delle convinzioni sincere, una volontà di trasmissione e di condivisione, un interessamento generoso ma non ha più nessuno a cui dare credito. Il sorriso che gli regala Alice svanisce presto e lascia il posto alla malinconia delle passioni incompiute che Luchini restituisce perfettamente. La sua voce acquisisce progressivamente una limpidezza, una forma di chiarezza che non gli conoscevamo.

Davanti a lui Alice non è né una fata, né un'amante potenziale. La loro relazione ha il buon gusto di restare platonica e permette al sindaco di fare i conti coi desideri sfumati e di accettare la necessità di chiudere un capitolo. Alice da par suo ascolta e riflette sulla modestia in un mondo megalomane che condanna al limbo i suoi appunti e le sue osservazioni pertinenti. Le sue parole serviranno tuttavia a galvanizzare Théraneu, riacceso (provvisoriamente) in una requisitoria contro i mostri della finanza.

Trascendendo il potere, sollevano insieme la visione della politica, delle parole, delle idee rigenerandosi mutualmente. Rappresentanti di due generazioni confuse e sole, si consolano trovando un tempo per il dialogo, un tempo rubato alle agende compresse, un tempo per (ri)generare la parola politica. Trovare il tempo è anche costruire l'acme del film in un lungo piano sequenza di redazione di un discorso sulla guerra economica e gli enfants della Repubblica, prolungamento trasparente del discorso elettorale di François Hollande a Bourget, un discorso rimasto senza seguito. Il film osa reclamare il diritto al seguito pur siglando una dichiarazione di fulminante impotenza della politica ad agire.

Rappresentazione della crisi democratica che colpisce la Francia, ALICE E IL SINDACO chiude con una domanda, lasciando lo spettatore libero di decidere per la rinascita o per l'abbandono. Con la medesima volontà di gratitudine e di trasmissione che spingeva gli autori della Nouvelle Vague a moltiplicare i piani sui loro libri prediletti, Nicolas Pariser lascia che la sua camera indugi sulle opere consultate da Alice per aiutare il sindaco a ri-pensare. Le ultime parole del film si applicano allora a un personaggio di Herman Melville, Bartleby, lo scrivano che "preferiva di no". È Alice a regalare il libro a Théraneau in fondo al film, spalancando l'abisso della riflessione: come (anche) le migliori volontà sono passate dal "guardare le cose diversamente" a "preferire di no"?

(www.mymovies.it)

 

Lei deve farmi pensare! La giovane Alice si sente rivolgere questa richiesta da Paul Théraneau, potente sindaco di Lione, e dopo pochissimi minuti il film di Nicolas Pariser ha già dimenticato ogni preambolo ed è entrato nel vivo del suo soggetto: cos’è (e cosa dovrebbe essere) la politica oggi. Anzi, di preamboli praticamente non ne ha: come è successo che la trentenne Alice Heimann (laurea in lettere poi studi di filosofia, insegnante per qualche anno a Oxford) sia stata scelta e assunta dal sindaco di Lione non ci viene spiegato. Non è importante. Il film mette subito a confronto i due protagonisti e mostra le carte: dopo una vita per la politica dove aveva fatto carriera grazie alla forza delle sue idee innovative, Théraneau si sente «come una macchina sportiva che ha finito la benzina». La forza d’inerzia lo fa correre ancora ma la testa funziona sempre meno ed è per questo che, dopo aver scartato chi gli suggeriva la psicoanalisi o un tutor («ci ho annusato l’inganno, la volgarità dei nostri tempi») ecco la richiesta d’aiuto alla giovane «filosofa».

 

Qualche scena per spiegare meglio il mondo in cui si trova a lavorare Alice, con le gelosie dei colleghi, le zone d’influenza che ognuno presidia, le ritualità della politica (e una bella idea di regia: gli ambienti giganteschi che fanno sembrare Alice lillipuziana, ora strapieni di una folla vociante e anonima ora cupi vuoti). E poi subito diritti al confronto tra i due, con le idealità di Alice che devono fare i conti con la concretezza del sindaco. Ma senza lunghi e noiosi discorsi teorici: il confronto avviene sulle cose concrete, dentro agli impegni della vita politica — un discorso commemorativo, una riunione di gabinetto, un gruppo di lavoro — così da dare alle parole sempre un aggancio alla realtà. A tenere tutto insieme il fatto che entrambi si muovano nell’area progressista (presto si scoprirà che il socialista Théraneau vorrebbe puntare all’Eliseo) ma a dividerli c’è una diversa concezione dell’azione politica, dei mezzi ma soprattutto degli obiettivi da raggiungere. Autore anche della sceneggiatura (dopo un apprendistato cinefilo, tre corti politici e un film di fantapolitica, Le grand jeu, ancora inedito in Italia), in ALICE E IL SINDACO Nicolas Pariser guida lo spettatore dentro i nodi di una politica che si vuole progressista, mettendo a confronto le tesi di Alice sulla necessità di una maggior modestia anche per fare chiarezza sulla scarsità delle risorse disponibili e quelle del sindaco, che non vuole abdicare a un’idea di progresso e di maggiori conquiste per tutti.

Ogni tanto entrano in scena possibili alfieri di questa o quella causa — l’ecologista visionaria, il populista insoddisfatto, il venditore di fumo — e ogni tanto anche Théraneau mette a segno qualche stoccata (difficile dargli torto quando accusa gli intellettuali di inseguire ragionamenti rigorosi non come un mezzo ma come il loro solo fine). Così, scena dopo scena, ne esce una riflessione sui limiti e le possibilità della politica come rarissimamente ho sentito in un film, rigorosa senza essere didascalica, stimolante senza essere superficiale, dove la cultura non è considerata un peso (rileggersi Rousseau, Orwell o Marc Bloch) e anzi aiuta a vedere il quadro generale delle cose, alzando la testa dalle tattiche quotidiane.

(www.corriere.it)