Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

Schede dei film

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Caro diario

Regia: Nanni Moretti

INTERPRETI: Nanni Moretti, Giovanna Bozzolo, Sebastiano Nardone, Antonio Petrocelli, Giulio Base, Italo Spinelli, Carlo Mazzacurati,

Jennifer Beals, Alexandre Rockwell, Renato Carpentieri, Raffaella Lebboroni, Marco Paolini, Claudia Della Seta, Lorenzo Alessandri

SCENEGGIATURA: Nanni Moretti

FOTOGRAFIA: Giuseppe Lanci

MONTAGGIO: Mirco Garrone

MUSICHE: Nicola Piovani

DISTRIBUZIONE: Lucky Red

NAZIONALITÀ: Italia, Francia, 1994

DURATA: 101 min.

 

David di Donatello per la Miglior Regia,

 Miglior Film e Migliore Musicista, 1994

Il film è suddiviso in tre parti. Nel 1° capitolo "In Vespa" Moretti percorre strade e quartieri romani in estate. In uno dei pochi cinema aperti viene proiettato Henry pioggia di sangue che lui trova orribile e di cui rilegge recensioni encomiastiche. L'episodio si conclude nel luogo in cui Pier Paolo Pasolini è stato ucciso. Il 2° capitolo è "Isole". Qui Moretti va a trovare alle Eolie l'amico Gerardo e con lui inizia un tour tra le isole per trovare un luogo in cui lavorare in pace. L'amico, convinto detrattore dei programmi televisivi, troverà il modo per convertirsi a Beautiful e a Chi l'ha visto? Il 3° capitolo "Medici" fa esplicito riferimento agli innumerevoli tentativi compiuti da Moretti per risolvere un problema di intenso prurito che lo tormentava. I molti medici interpellati non sono riusciti a trovare una soluzione che avrebbe potuto essere sotto ai loro occhi.

Quattro anni dopo Palombella rossa e tre dopo La cosa Nanni Moretti tornava sullo schermo (vincendo la Palma d'oro a Cannes per la miglior regia). Cinque anni dopo con Aprile sarebbe tornato a parlare direttamente di sé. Si sostanzia quindi la definitiva separazione da Michele Apicella che fino ad allora aveva consentito a Moretti di fingere di nascondersi dietro ad un personaggio che portava il cognome della madre, che variava di età e professione ad ogni film al quale poteva far esprimere pensieri suoi ma anche farlo agire in maniera difforme a quella per lui usuale. Ora comunque il diaframma è infranto ed è Giovanni Moretti nato a Brunico il 19 agosto del 1953 ad esporsi in prima persona. Lo fa misurandosi con tre forme narrative differenti la cui unitarietà è legata alla sua persona e al suo modo di rapportarsi con la realtà.

In "In Vespa" traccia una mappa del tutto personale di Roma percorrendola con quella moto, quegli indumenti e quel casco che saranno non solo l'immagine del film ma diventeranno anche il logo della sua produzione a cui si aggiungerà, dopo la nascita avvenuta nel 1996, il disegno del figlio Pietro seduto dietro. Non si tratta però solo di uno sguardo, talvolta critico ma più spesso ammirato di una capitale vista nei suoi aspetti meno turistici ma più vissuti ma anche l'occasione per togliersi qualche classico sassolino dalle scarpe sui critici cinematografici e su un particolare tipo di cinema nonché sul cinema italiano impegnato ad osservarsi l'ombelico e su un'esistenza tragicamente interrotta come è stata quella di Pasolini.

Dall'on the road in "Isole" si passa alla commedia che non dimentica il contesto geografico (le Eolie sono coprotagoniste) ma si diverte (lui ancora distante dall'essere padre) a lanciare strali contro la figlio-dipendenza di molti genitori nonché a suggerire una riflessione sul potere attrattivo della televisione.

Con "Medici" si passa direttamente a quella che forse all'epoca ancora non si chiamava docu-.fiction. Strutturandolo come un flashback e documentandolo con le immagini delle prescrizioni mediche, Moretti ricostruisce il tortuoso e fortemente improduttivo percorso compiuto da un medico all'altro per venire a capo di una malattia che sarebbe stato semplice definire sin dall'inizio. L'ironia fintamente passiva che domina l'episodio è in realtà il veleno nella coda di un film in cui Moretti e Molière si ritrovano accomunati da una fondamentale sfiducia nei medici.

(www.mymovies.it)

 

“Voi gridavate cose orrende e violentissime e voi siete imbruttiti; io gridavo cose giuste e ora sono uno splendido quarantenne!”

In una delle battute più giustamente famose di CARO DIARIO, il cliché dell'amarezza del ritratto generazionale viene rovesciato con orgogliosa soddisfazione, accentuando la distanza fra i pronomi "voi" e "io". Perché nel 1993, all'uscita del film (premiato per la miglior regia al Festival di Cannes), Nanni Moretti è alla soglia dei quarant'anni, e a questa riflessione esistenziale, al contempo personalissima e universale, corrisponde pure una nuova fase nel percorso del suo cinema. Un percorso di cui non possiamo non tenere conto nella nostra recensione di CARO DIARIO, forse la pellicola tutt'oggi più amata nella produzione di Moretti, nonché un decisivo spartiacque nella filmografia dell'attore e regista romano.

CARO DIARIO debutta nelle sale a quattro anni dal bellissimo Palombella rossa, punto d'arrivo della parabola di Michele Apicella. L'autobiografismo mascherato dietro questo indimenticabile alter ego morettiano viene riproposto in CARO DIARIO in forma ancora più esplicita, a partire da un titolo che non potrebbe essere più emblematico e dalla scelta di una sostanziale identificazione fra il Nanni-autore e il Nanni-personaggio: un'identificazione destinata a proseguire nel 1998 in Aprile, che con CARO DIARIO costituisce infatti una sorta di ideale dittico. La natura 'diaristica' è declinata nella struttura stessa del racconto: tre capitoli distinti, accomunati però dall'amalgama tra finzione narrativa (prevalente nei primi due episodi) e memorialistica, incluso il breve filmato di una vera seduta di chemioterapia.

Al primo segmento, “In vespa”, è legata la forza iconica del film stesso: la sagoma di Nanni Moretti ripreso di spalle mentre gira per Roma sulla sua vespa è entrata di diritto nell'immaginario culturale italiano degli ultimi decenni, così come una serie di scene e di battute in cui l'ironia tipicamente morettiana tocca le sue vette più alte. In molti casi, ovviamente, il bersaglio di tale ironia è il cinema: dalla frecciata (velata, ma quanto mai riconoscibile) a Lina Wertmüller, che rievoca le invettive pronunciate nel 1976 in Io sono un autarchico, all'esilarante esegesi di Henry - Pioggia di sangue, conclusa dalla sadica fantasia rivolta contro un critico divorato dai rimorsi, una parentesi surreale degna del miglior Woody Allen (non a caso il regista più prossimo alla sensibilità di Moretti).

C'è poi la semiseria dichiarazione d'amore a Flashdance, con tanto di buffa apparizione di Jennifer Beals nel ruolo di se stessa, e l'omaggio ad Anna di Alberto Lattuada, con il protagonista folgorato dalla comparsa della 'suora' Silvana Mangano sullo schermo di una TV; e in apertura, il dramma generazionale borghese proiettato in una delle poche sale ancora aperte nell'agosto romano e il proposito di girare "la storia di un pasticcere trotzkista nell'Italia degli anni Cinquanta: è un film musicale, un musical" (e il musical sul pasticcere trotzkista verrà puntualmente messo in scena in Aprile). Al cinema fa da inesorabile contraltare la televisione, che nel secondo capitolo, Isole, è croce e delizia dell'amico intellettuale di Nanni, il filosofo Gerardo, le cui aspirazioni da studioso ascetico saranno incrinate dalla fascinazione per Beautiful e i suoi sorprendenti intrecci familiari.

A una Roma estiva semideserta e ai suoi quartieri popolari, attraversati da Nanni Moretti sulle note di I'm Your Man di Leonard Cohen, si sostituisce nel secondo episodio l'arcipelago delle Eolie, esplorato in compagnia di Gerardo sottolineandone il contrasto fra autenticità e turismo di massa, fra quiete bucolica e irresistibili idiosincrasie (la crisi di nervi di Gerardo e la sua fuga precipitosa da Alicudi). Infine, in Medici, l'indagine sulla solitudine condotta con lucido umorismo nei precedenti episodi prosegue in una tonalità differente: Nanni si mostra nella sua vulnerabilità fisica, a cui si accompagna un'odissea kafkiana fra i dottori, con le loro diagnosi sbagliate, le terapie inefficaci e l'infinito elenco di medicinali. Un'ennesima variazione sul tema del senso di impotenza davanti all'incontrollabilità del reale, alla paura di un'incomunicabilità endemica che pare estendersi ad ogni livello del nostro vissuto.

Ma perfino nel reenactment del calvario biografico di Medici, la voce di Nanni Moretti non si lascia mai contagiare da tentazioni moralistiche (rigettate anzi per bocca del personaggio di Gerardo, in antitesi agli strali contro la "cultura bassa" espressa dalla televisione), né da pessimismi di matrice esistenzialista. Al contrario, Moretti si tuffa nel confronto con la solitudine con una fierezza quasi gioiosa: "Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone", proclama il suo Nanni nella frase più citata di tutto il film; "Mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d'accordo con una minoranza".

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