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Drive my car

Regia: Ryûsuke Hamaguchi

INTERPRETI: Hidetoshi Nishijima, Toko Miura, Reika Kirishima, Yoo-rim Park

SCENEGGIATURA: Ryûsuke Hamaguchi, Takamasa Oe

FOTOGRAFIA: Hidetoshi Shinomiya

MONTAGGIO: Azusa Yamazaki

DISTRIBUZIONE: Tucker Film

NAZIONALITÀ: Giappone, 2021

DURATA: 179 min.

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2021

Dopo aver conquistato l’Orso d’Argento Gran Premio della Giuria a Berlino pochi mesi fa, il giapponese Hamaguchi Ryusuke porta Drive My Car a Cannes, uno dei due titoli asiatici in lizza per la Palma della 74esima edizione.

Tratto da un racconto di Murakami, racconta la storia di Yusuke Kafuku, un rinomato regista e interprete teatrale che sta mettendo in scena una produzione multilingue dello Zio Vanja di Cechov nel tentativo di elaborare il lutto della compagna, la sceneggiatrice Oto, amatissima e infedele, il cui ex amante Takatsuki ingaggia nel ruolo del protagonista. Soffrendo di glaucoma all’occhio sinistro, vien portato in giro per Hiroshima sulla sua Saab rossa da una giovane, silente e perspicace autista, Misaki , con cui stabilirà una connessione profonda, così come con Lee Yoon-a, un’attrice muta che nel finale prendendogli la testa tra le mani gli recita: “Non hai mai conosciuto la felicità, ma aspetta! Ci riposeremo”.

Ottima trasposizione da Murakami, a nostro avviso pari se non superiore a Burning di Lee Chang-dong, Drive My Car consegna Hamaguchi ai suoi massimi, giocando sulla riconciliazione degli opposti, la sintesi ossimorica: un road movie da fermo, fluviale ma minimale, fatto di conversazioni silenziose, comunicazioni non rivelatorie, arte-vita (e artefazione?). Vince, in platea come sullo schermo, l’empatia che non t’aspetti, l’affinità non elettiva ma incidentale, sicché si prende posto sulla Saab, un occhio al film e l’altro, nello specchietto retrovisore, alle nostre vite.

La consustanziazione di persona, personaggio e dramatis personae è palese, e gli attori magnifici elevano a potenza, i riverberi tra Murakami e Cechov che Hamaguchi non smette di evocare preziosi e arditi: c’è metacinema e, più in generale, metaarte, riversato con esiti anche autobiografici in Kafuku, e c’è un parallelismo tra movimento e destinazione affidato a Misaki, travalicatrice di confini come solo gli (anti)eroi.

Elegante, articolato e fascinoso e, al contempo, snello, sottratto e piano.

  (www.cinematografo.it)

 

Un film sugli spazi, sui vuoti che si riempiono, che sia in una vecchia Saab 9000, in sala prove a teatro o lungo le coste di un gelido mare invernale del sud del Giappone. Drive My Car è l’adattamento dretto da Ryusuke Hamaguchi dell’omonimo racconto di Haruki Murakami, contenuto nella raccolta Uomini senza donne. Dopo i tre episodi di Wheel of Fortune and Fantasy, il regista giapponese affronta la sfida di portare sul grande schermo uno dei maggiori scrittori del suo paese, costruendo un melodramma elegante, trattenuto e profondamente emozionante intorno al personaggio di Yusuke Kafuku. Attore di fama e regista, accetta di dirigere Zio Vanja in un festival teatrale a Hiroshima, anche per allontanarsi dalla sua quotidianità a Tokyo, tormentata dalla difficile elaborazione del lutto per la morte improvvisa della moglie.

L’organizzazione impone di utilizzare un autista, anche se Kafuku è molto geloso della sua Saab 9000 ormai d’epoca, e usa i tragitti in macchina per ripassare le battute. Alla fine accetta di utilizzare i servigi di una giovane taciturna, solo dopo aver messo alla prova la sua guida.

I due vivono un percorso di avvicinamento, dai taciturni tragitti notturni per tornare in hotel alle prime parole, poi diventate chiacchiere. Hamaguchi dedica molto tempo nel descrivere l’importanza dei silenzi, al di fuori della sala prove, e delle parole del testo di Cechov, quando a teatro seguiamo interminabili sessioni fra gli interpreti della pièce, recitata in giapponese, ma anche coreano, cinese e in lingua dei segni da una giovane attrice muta. Una prova di iniziazione del regista nipponico che ci conduce per ore delineando la sofferenza del protagonista per il lutto e quello così intenso del testo di Zio Vanja, che Kafuku si ostina a non voler interpretare per non soffrire troppo intensamente la sovrapposizione con il proprio dramma personale.

Il film scorre fra i due momenti che scandiscono le giornate (e nottate) nella regione di Hiroshima del protagonista, mentre lo spettatore è premiato per la sua pazienza con un’ultima ora davvero di altissimo livello, in cui il peso dei silenzi e dei traumi, dentro e fuori della scena, contribuiscono a creare un legame sobrio eppure di grande portata emotiva fra le due anime perse nelle strade di un Giappone livido, invernale. In un paese con enormi problemi nell’esprimere sentimenti ed elaborare il lutto, se non all’interno di rituali convenzionali, Drive My Car è un estenuante viaggio nella funzione catartica dell’arte, specie se accompagnata da una condivisione con chi ha vissuto qualcosa di simile. I due sono convinti, a ragione o meno, di non aver fatto quanto in loro potere per evitare la morte della moglie o della madre.

L'interno della Saab è l’unico posto in cui riescono a sentirsi a proprio agio, capaci di aprire il cuore e la memoria, anche se si tratta di definirsi a vicenda assassini, perché “quelli che sopravvivono continuano a pensare ai morti, a loro maniera”. Siedono lontani, poi accanto, e infine le poche parole di sciolgono in un abbraccio liberatorio, ma sempre pudico, per darsi forza convinti che “ce la faremo”. Il melodramma si scioglie ancor di più, sempre con l’eleganza trattenuta tipica della mimica giapponese, con un memorabile momento finale sul palco, mentre alla fine Zio Vanja va in scena e un monologo di grande intensità viene recitato con la lingua dei gesti, nobilitando il silenzio di una carica emotiva quasi insostenibile, amplificata dal contatto sporadico delle dita sul palmo della mano.

(www.comingsoon.it)

 

Ryusuke Hamaguchi è uno dei registi e sceneggiatori orientali più famosi e conosciuti in Europa, anche se solo da pochi anni si è dedicato completamente al cinema. Dopo molti anni nel documentario, a 37 anni cambia direzione e dirige il suo primo lungometraggio, Happy Hour, un film di cinque ore, senza attori professionisti e che segue la storia di quattro donne di Kobe. Quest’anno, dopo aver firmato la sceneggiatura di Wife of a spy di Kiyoshi Kurosawa, Hamaguchi torna con due film che mostrano le sue finezze registiche e l’incredibile profondità delle sue sceneggiature. Il primo, Il gioco del destino e della fantasia, nato casualmente da un suo workshop, vincitore dell’Orso d’argento a Berlino, il secondo, Drive my car  è un particolare road movie lungo la stupenda città di Hiroshima che ha conquistato l’ultima edizione di Cannes vincendo il premio per la migliore sceneggiatura.

Drive my car rispecchia perfettamente la particolare poetica del suo regista: la struttura portante della narrazione non è la trama, ma i personaggi che ruotano intorno ad essa e le relazioni che creano tra di loro. Hamaguchi scrive sempre storie semplici così da lasciare ampio respiro all’approfondimento dei temi che ha intenzione di trattare tramite l’uso delle parole e dei dialoghi. Drive my car è un film parlato quasi fino alla nausea, un film di infiniti viaggi in macchina che scavano ed esplorano l’anima dei protagonisti, lascia da parte il lato più tecnico e visivo per concentrarsi sui volti, continui campo-controcampo per costruire dialoghi in grado di decostruire e analizzare la complessità di un regista teatrale stanco, incastrato in un passato che non riesce ad affrontare e quella di un’autista capace solo di guidare.

I personaggi sono l’anima del film e tramite la loro evoluzione Hamaguchi riflette sul potere del linguaggio e di come sia capace di andare oltre i limiti della realtà, su cosa sia l’amore e la difficoltà di relazionarsi con le altre persone, di come sia complesso aprirsi e accettare le scelte prese nel proprio passato. Il fulcro del film è il rapporto tra Misaki e Yusuke, dove l’autista si intrufola e prende il comando della macchina del regista, unica zona di comfort dove ancora ricorda la moglie tramite le cassette. Questa invasione di spazio e di memoria costringe i due a passare molto tempo insieme così da instaurare un rapporto sempre più intenso e che sfocerà in un confronto che li costringerà ad aprirsi, a decifrarsi e affrontare ciò che hanno sotterrato per troppo tempo. Misaki troverà il coraggio di parlare del passato, di ripercorrere ciò che ha fatto e ammettere le sue colpe.

(…)  No, Drive my car non è un film per tutti. Non solo perché dura tre ore, perché i titoli di testa appaiono dopo quaranta minuti o perché è un film denso con un ritmo particolare, ma soprattutto perché ha bisogno dello spettatore, pretende che chi entra in sala sia disposto ad immergersi in una storia, a prendere posto insieme ai protagonisti sulla Saab 900 Turbo rossa e ascoltare ciò che hanno da dire. Per vederlo e capirlo dovete essere disposti a diventare dei passeggeri silenziosi mentre le vite dei personaggi del film cambiano per sempre…

(www.hotcorn.com)