Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

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Easy living - La vita facile

Regia: Orso Miyakawa, Peter Miyakawa

INTERPRETI: Manoel Hudec, Alberto Boubakar Malanchino,

James Miyakawa, Camilla Semino Favro

SCENEGGIATURA: Orso Miyakawa, Peter Miyakawa

FOTOGRAFIA: Andrey Nuzhnyy

MONTAGGIO: Aline Hervé

DISTRIBUZIONE: I Wonder Pictures

NAZIONALITÀ: Italia, 2019

DURATA: 93 min.

PRESENTAZIONE E CRITICA

Ventimiglia. È qui che incontriamo Don, un maestro di tennis americano che seduce signore over cinquanta e ha una passione per la pittura; Camilla, una contrabbandiera di medicinali ed alcolici e Brando suo fratello quattordicenne. I tre finiranno con l'entrare in azione insieme per aiutare Elvis, un migrante clandestino, a passare in Francia per ricongiungersi con la moglie incinta.

L'opera prima dei fratelli Miyakawa non è priva di problemi di scrittura nonché di ingenuità, ma proprio in questa freschezza sta il pregio di questa piccola storia che ha un obiettivo che riesce a raggiungere: parlare di migranti senza retorica e senza virare forzatamente nel dramma.

Perché è la commedia a dominare con toni che rispettano le intenzioni dei registi che hanno dichiarato: "Abbiamo creato il personaggio di un migrante, ma con l'intenzione che non facesse semplicemente pena. L'abbiamo reso figo, l'abbiamo chiamato Elvis Presley e l'abbiamo fatto andare in giro con occhiali da sole e camicia hawaiana. Così che agli occhi di un ragazzino non suscitasse solo compassione, ma anche ammirazione".

È quanto accade a Brando che finisce con il rappresentare un possibile ed auspicabile futuro in cui sia il 'conoscere' qualcuno in difficoltà la molla che spinga ad un aiuto disinteressato che, in questa occasione, costringe ad esercitare la creatività. I Miyakawa potranno in futuro raffinare la loro scrittura ma questo esordio non manca di buone intenzioni.

(www.mymovies.it)

 

Ci sono i ricordi personali d'infanzia sul confine tra Francia e Italia in EASY LIVING - LA VITA FACILE, i ricordi due ragazzi con un nonno giapponese che il cinema l'hanno studiato in America ma sono tornati a farlo, da esordienti, nel nostro paese. C'è la freschezza e la gentilezza delle prime volte nella commedia malinconica che è anche un po’ favola di Peter e Orso Miyakawa, che hanno voluto cominciare con un romanzo di formazione, nella fattispecie con un adolescente, Brando, che a un certo punto corre a perdifiato come i protagonisti di un film della Nouvelle Vague e che si annoia mollemente in un tempo a volte dilatato. C'è un tema importante anche, nel film, un tema che risulta quasi sempre ostico da qualsiasi punto di vista lo si affronti, perché crea una distanza, un confine, guarda caso, fra registi e pubblico: i migranti.

 

Nel tempo del "Prima gli italiani", due filmmaker under 30, insieme a una troupe anch'essa under 30, decidono di cavalcare l'inasprimento delle politiche di accoglienza in Europa e questa distanza con lo spettatore la evitano, in primis perché non si mettono in cattedra e non scivolano mai nella retorica e nel buonismo. È chiaro che parteggiano per l'uomo senza permesso di soggiorno Elvis, che vuole passare di nascosto la frontiera per raggiungere la moglie incinta in Francia, ma la loro compassione (o pietas) è sincera tenerezza, una tenerezza che investe anche gli altri personaggi della storia, tutti pesci fuor d’acqua un po’ strampalati che hanno ciascuno un rapporto diverso con la libertà. Il maestro di Tennis Ben, per esempio, è fuggito dall'America per inseguire un sogno italiano spinto dal desiderio di mettere chilometri e chilometri fra sé e una famiglia giudicante e oppressiva, e tuttavia ne avverte ancora la morsa. Camilla, invece, è spregiudicata come un tomboy e indolente come chi dalla vita non si aspetta nulla, ma sembra non sapere che farsene del suo spirito ribelle. Elvis, infine, la libertà la considera un miraggio e intravede la possibilità di afferrarla per la coda perché per i suoi nuovi amici la solidarietà e la comunanza di intenti diventano in parte una medicina contro la solitudine e la paura di sentirsi inutili.

Ognuno combatte insomma la propria battaglia in EASY LIVING - LA VITA FACILE, e Peter e Orso non giudicano, anzi parteggiano proprio per il più fragile e all'apparenza meno bisognoso: il bel ragazzo che seduce le signore over cinquanta a cui insegna il dritto e il rovescio, dipinge quadri mediocri e piange un poco ogni mattina. All'inizio le stranezze di Ben & Co., che parlano fra loro in tre lingue e si annusano a lungo prima di fidarsi l'uno dell'altro, disorientano, ma poi avvicinano e appassionano, mentre il film assume i contorni di una rocambolesca avventura con un piano che dovrebbe essere infallibile, travestimenti, orologi sincronizzati e suspence. Si fa strada anche un po’ di action, dunque, nonostante il teatro dell'evoluzione e del cambiamento sia il cuore dei quattro protagonisti, che imparano il valore dell'amicizia.

Un film di atmosfere particolarissime, di luoghi "straniati" e quasi sospesi come il tennis club che, in fondo, è simbolo di un’opulenza un po’ triste. Le figure di contorno che lo popolano o lo sfiorano hanno un che di rassegnato e di dolcemente triste, che gli conferisce un fascino particolarissimo. Più energetici i protagonisti, a cui James Miyakawa, Camilla Semino Favro, Alberto Boubakar Malanchino e Manoel Hudec danno il giusto spessore. La loro disavventura è un po’ affrettata nel finale del film, che però evita così lo sbrodolamento sentimentale e si conferma come spontanea e puntuale incursione nelle vite imperfette ma cariche di dignità di quattro piccoli eroi per caso, una banda degli onesti che, in un mondo spesso brutto, è portatrice di un timido sberleffo alle convenzioni e di un’assenza di pregiudizi. Queste caratteristiche ci sembrano avere molto a che fare con l’apertura mentale di Orso e Peter Miyakawa, che sono cresciuti un po’ qua e un po’ là e della nostra Italia amano e probabilmente incarnano la parte migliore.

(www.comingsoon.it)

 

EASY LIVING, film d’esordio dei fratelli Orso e Peter Miyakawa, gioca sul concetto di migrazione. Tutti i quattro protagonisti vivono infatti senza una vera dimora, che sia fisica o spirituale. Camilla, viaggia senza sosta tra Italia e Francia per lavoro, costretta suo malgrado a doversi occupare di Brando, il fratellastro, “lasciatole” temporaneamente in custodia dalla loro madre. Don invece viene dagli Stati Uniti, vive un “sogno americano” rovesciato, ossia in Italia, in cui ha deciso di scappare per sfuggire alle pressioni e al percorso già prestabilito impostogli dalla sua ricca famiglia. Tutti e tre però, si intuisce man mano, vivono alla giornata, vuoti e insoddisfatti nel profondo. Alla fine, quello più “inquadrato” è proprio Elvis, che un tetto non ce l’ha neanche fisicamente. Lui sa bene cosa e soprattutto “chi” vuole raggiungere, il problema è che gli viene impedito da forze maggiori. Il paradosso attorno a cui ruota la pellicola, semplice quanto efficace, è così quello della libertà. Di Camilla, Bruno e Don di poter passare quella frontiera quante volte vogliono; ed Elvis costretto invece a nascondersi al massimo in un bagagliaio. Tra chi la libertà, quindi, la possiede per diritto di nascita e colore della pelle, ma non sa che farci, sprecandola; e chi l’agogna avidamente, ma se la vede negata perché ha avuto la sfortuna di nascere e crescere nel “posto sbagliato” del mondo. L’ambientazione scelta dai due autori è il perfetto specchio di questa dicotomia, ovvero un circolo di tennis, un club elitario, popolato da anziani o ricchi, i simboli più riconosciuti dall’immaginario comune in termini di “vita facile”, come da titolo. Attorno a loro ruotano le esistenze dei protagonisti, ad essi si aggrappano per “tirare avanti”. E non è neanche un caso, a questo punto, che il tennis sia proprio lo sport prescelto, perché individuale, perché oltremodo solitario. La cosiddetta “solitudine del tennista”, allora, arriva a corrispondere con quella interiore di Bruno, Camilla e Don, scappati dalle rispettive famiglie, in continua cerca di una propria che li accetti così come sono. Da questo punto di vista, la “mission” di Elvis, ovvero raggiungere la “sua” famiglia, assume tutto un altro sapore. Come se sposando la sua causa i tre ragazzi possano arrivare a provare, anche solo per un momento, quel sentimento di unione che tanto inconsciamente desiderano.

I fratelli Miyakawa confezionano così una commedia leggera ma profonda, tanto classica quanto moderna, che fa dell’andare oltre le apparenze la sua vera cifra stilistica. La stessa pellicola, infatti, appare a primo impatto tecnicamente modesta, specie per ritmo e tempi scenici, per una comicità quasi sottotono, appoggiandosi infine su una ricerca musicale e visiva fin troppo ibrida, ora essenziale, ora classica, ora grottesca. Poi, come detto, il film cresce, insieme ai suoi personaggi, e pur non brillando trova nel loro legame la sua stessa e funzionale coesione. D’un tratto quei punti deboli, che prima magari non convincevano, diventano i suoi punti di forza, portando lo spettatore a vivere appieno quel sentimento di familiarità inseguito dai protagonisti. Don passa da guardare “vecchi” film da solo, celando dietro la propria risata tutto il suo disagio interiore, a vederli in compagnia, spensierato come mai prima, perché finalmente completo e al “proprio posto”. La soluzione arriva così dalla classicità, l’invito all’inclusione è dei più tradizionali, eppure la storia è assolutamente attuale, a conferma del carattere universale del cinema e del suo essere senza tempo.

 (www.sentieriselvaggi.it)