Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

Schede dei film

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Figli

Regia: Giuseppe Bonito

INTERPRETI: Valerio Mastandrea, Paola Cortellesi, Stefano Fresi,

Valerio Aprea, Paolo Calabresi, Andrea Sartoretti, Massimo De Lorenzo, Gianfelice Imparato, Carlo de Ruggeri, Betti Pedrazzi

SCENEGGIATURA: Mattia Torre

FOTOGRAFIA: Roberto Forza

MONTAGGIO: Giogiò Franchini

MUSICHE: Giuliano Taviani, Carmelo Travia

DISTRIBUZIONE: Vision Distribution

NAZIONALITÀ: Italia, 2020

DURATA: 97 min.

 

Nicola e Sara hanno scoperto a loro spese uno dei segreti meglio custoditi della contemporaneità: fare il secondo figlio, nell'Italia della natalità zero e della precarietà come regola di vita, rischia di innescare una bomba ad orologeria, e aprire il varco ad una serie di incognite spesso difficili da gestire. La relazione fra Nicola e Sara, teoricamente imperniata su una divisione dei compiti 50/50, fa sentire ognuno di loro non riconosciuto nei suoi sforzi e gravato dal 200% delle incombenze familiari. Che fare allora quando tutto quello che vorresti è saltare fuori dalla finestra di casa tua e abbandonare il campo?

Quasi vent'anni dopo Casomai di Alessandro D'Alatri, Mattia Torre prova a fare i conti con uno dei grandi problemi del presente, del quale il cinema parla pochissimo: la quotidiana lotta per la sopravvivenza delle coppie (relativamente) giovani in una nazione dove sembra che tutto cospiri contro il nucleo famigliare.

Il duplice obiettivo è quello di far uscire dall'isolamento queste coppie in trincea, che probabilmente si ritengono le uniche a non farcela a gestire la propria quotidianità, a maggior ragione quando arrivano i figli, e di denunciare la mancanza di empatia e di sostegno dello Stato e delle istituzioni nei loro confronti.

Invece di essere aiutati Nicola e Sara sono infatti tempestati dalle cartelle esattoriali e si vedono rispondere dai loro genitori, quella generazione ex sessantottina che "si è mangiata tutto", che loro sono la maggioranza demografica che detiene il potere decisionale e i cordoni della borsa. E il tallone d'Achille di Nicola e Sara sembra essere proprio quello di "credere ancora in questo Paese" che non sembra accorgersi delle loro difficoltà.

Come sempre Torre, qui purtroppo alla sua ultima sceneggiatura (è mancato lo scorso luglio dopo una lunga malattia), mette il dito sulla piaga e racconta la contemporaneità e la sua generazione con una precisione e un'attenzione ai dettagli (fantastico quello sulla ferocia che si innesca al terzo passaggio di fazzoletto sulla bocca di un bambino) che raccontano la cura dell'autore e rendono riconoscibile ogni svolta narrativa.

Il regista Giuseppe Bonito prende in mano la sceneggiatura con rispetto e applica alcuni stratagemmi visivi già usati da Torre nell'adattamento televisivo del suo La linea verticale: ad esempio calare i suoi personaggi dentro un panorama bianco latte che ne delinea la sensazione di isolamento cosmico. E i tanti amici di Torre appaiono in cammei anche brevissimi, mostrando un sostegno non solo professionale al progetto.

Quello che manca, nella regia di Bonito, è il "ritmo laconico", letterariamente e letteralmente al passo coi tempi, che Torre sapeva imprimere alle scene da lui immaginate, e che aveva trovato in Valerio Mastandrea, qui nel ruolo di Nicola, l'interprete perfetto. Quella laconicità costituiva una sorta di paradossale comic relief, mentre in FIGLI il dramma prende il sopravvento sull'ironia: dunque il film finisce per assomigliare più a Storia di un matrimonio che a una riflessione ironica sull'essere genitori, e perde quell'energia narrativa che ha reso eccezionalmente efficace il monologo "I figli ti invecchiano", interpretato a teatro dallo stesso Mastandrea, all'origine di questo film.

La disarmonia con il proprio Paese, la disparità percepita nei rispettivi compiti, la discordia permanente che ne deriva - tutti i "dis" della contemporaneità - necessitano della capacità di Torre di scadenzare con il suo ritmo anomalo il suo pensiero: una capacità che purtroppo non ammireremo più. E il passaggio finale di FIGLI sulla necessità di accettare la realtà prima di accingerci a cambiarla ci dà dolorosamente la misura della consapevolezza con cui l'autore ha saputo accogliere il suo destino e trasformarlo in arte.

(www.mymovies.it)

 

 

Da quarantenne con figli, non puoi non riconoscerti nella storia e nei personaggi di FIGLI. Nelle dinamiche che racconta, nei piccoli gesti di affetto quotidiano (le solleticate...), nella lettura delle storie alla sera; nelle feste terrificanti e le cene coi genitori di scuola, e nelle stramaledette chat di classe, che a sentire in giro tutti odiano, ma dalle quali nessuno pare davvero esimersi. Nelle difficoltà di avere a che fare con un neonato - col secondo neonato - e dover rifare tutto daccapo, e con fatica doppia, mentre la vita implacabile va avanti e diventa sempre più complicata. Nelle tensioni tra le due parti della coppia, nelle liti, nei tentativi di pianificazione, nelle fughe e nelle riappacificazioni.

Ti riconosci e ridi, certo, perché Mattia Torre ti fa sempre ridere. Ma al tempo stesso ti vergogni. Perché ti riconosci, e ti riconosci nelle isterie, nelle piccole meschinità, nelle ipocrisie e nelle pavidità. Perché Mattia Torre lo ha sempre fatto, mostrarti anche il peggio di quello che sei e hai intorno, ma lo ha fatto tirandosi sempre in ballo in prima persona, bersagliando se stesso prima degli altri, e così facendo levandoti la possibilità di scansarti, e di ignorare. L'alibi di dire "ma no, dai, quelli non siamo noi." Puoi solo riconoscerti. Riconoscerti, ridere, e vergognarti. E poi però puoi - devi - riempirti di una piccola, grande speranza che ti scalda il cuore. Perché Mattia Torre quello ha sempre fatto: e non è mai stato cinico, nichilista o distruttivo. Tutto il contrario.

Se non sei quarantenne, o se i figli non li hai, non importa. Ti riconosci lo stesso, se vuoi, nel mondo che racconta Mattia Torre. Che è quello di una coppia, sì, ma è anche l'Italia di oggi, il mondo dove tutti noi viviamo.

L'Italia che, dice Torre, vive nel terrore delle cartelle di Equitalia, è capace di un disamore e di sciatterie sconfortanti, nella quale tutti odiano tutti, dove non si è stati educati a occuparsi degli altri e l'imprinting patriarcale è difficile da scrollarsi di dosso. Un'Italia in mano a una generazione - quella dei padri dei quarantenni, quella dei figli del boom (e degli ex sessantottini) che hanno avuto tutto senza lasciarci niente - contro la quale a un certo punto Paola Cortellesi si scaglia con una reprimenda irresistibile, cui segue una risposta di raggelante verità, nell'unico momento dove in FIGLI emerge un pizzico di cattiveria e di rabbia vere, e non solo dettate dalla stanchezza, o dai dubbi sull'amore.

Mi sono allora chiesto se stesse lì, nel ragionare sul paese, quello cui Torre teneva di più in questo suo ultimo film. E ho pensato che sì, lì c'era un senso importante, ma solo e soltanto nella misura in cui quel ragionare era il riflesso di un altro: come è sempre stato nelle sue opere, capaci di parlare allo stesso tempo di tante cose assieme, e di tenere assieme tanti piani.

Il riflesso di un ragionare universale, particolare per i quarantenni con figli, ma anche più privato e intimo di quanto possiamo probabilmente immaginare. E di quell'aspetto privato e intimo, proprio perché tale, non è il caso di parlare, ipotizzare, analizzare.

A un certo punto, la pediatra guru interpretata da Daria Deflorian dice a Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi che le cose si possono cambiare solo se vengono accettate. E subito dopo, in un'altra scena, il personaggio della Cortellesi parla di cura, e delle piccole cose che la raccontano. Ricordarci di accettare ciò che la vita ci mette di fronte per poterlo cambiare (proprio quando a lui è toccato accettare quello che non poteva cambiare in alcun modo); di avere cura di noi stessi, e di chi amiamo, e del nostro paese; dell'importanza enorme delle cose piccole; di imparare a sorridere per spezzare la spirale di un conflitto e abbracciare l'amore: tutto questo è FIGLI, e la più bella eredità che Mattia Torre potesse mai lasciarci.

Non dovremmo mai smettere di ringraziarlo. Come di ringraziare chi ha reso possibile e fatto, questo film. Su tutti, il regista Giuseppe Bonito, che ha avuto il compito più duro, la responsabilità più grande, e l'ha portata avanti. Magari col tremore alle ginocchia, ma un coraggio e una lucidità che in pochi, pochissimi sarebbero stati in grado di avere.

 

(www.comingsoon.it)