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Hammamet

Regia: Gianni Amelio

INTERPRETI: Pierfrancesco Favino, Livia Rossi, Luca Filippi, Silvia Cohen, Omero Antonutti, Renato Carpentieri,

Giuseppe Cederna, Claudia Gerini

SCENEGGIATURA: Gianni Amelio

FOTOGRAFIA: Luan Amelio Ujkaj

MONTAGGIO: ‎Simona Paggi

MUSICHE: Nicola Piovani

DISTRIBUZIONE: 01 Distribution

NAZIONALITÀ: Italia, 2020

DURATA: 126 min.

Hammamet, fine del secolo scorso. Il Presidente ha lasciato l'Italia, condannato per corruzione e finanziamento illecito con sentenza passata in giudicato. Accanto a lui ci sono moglie e figlia, mentre il secondogenito è in Italia a "combattere" per riabilitarne l'immagine e gestirne l'eredità politica. Nel suo "esilio volontario" lo raggiungono in pochi: Fausto, il figlio dell'ex compagno di partito Vincenzo suicida dopo essere stato inquisito dal Giudice, e un Ospite suo "avversario, mai nemico". Sono gli ultimi giorni di una parabola umana e politica che vedrà il Presidente dibattersi fra malattia, solitudine e rancore: e la sua ultima testimonianza è affidata alle riprese di Fausto che nello zaino, oltre alla telecamera, nasconde una pistola.

Con HAMMAMET Gianni Amelio affronta una pagina della Storia d'Italia sulla quale persiste una lettura contrapposta: Craxi era un "maleducato, manigoldo, malfattore, malvivente e maligno", o un uomo dalla statura fisica e politica imponente "circondato da nani", bersaglio di una "congiura contro la sua persona" più che contro un sistema di cui "tutti facevano parte"?

Amelio e il suo team di sceneggiatori non forniscono una risposta univoca, e preferiscono concentrarsi sulla dimensione umana di Craxi e su quella scespiriana, kafkiana e sciasciana della sua storia pubblica, laddove il singolo diventa la cartina di tornasole di un modus operandi che non riflette solo le contorsioni e le viltà della politica ma il carattere stesso degli italiani, pronti a salire sul carro del vincitore e a scendere da quello del perdente.

Nessuno dei personaggi, nemmeno Craxi, è chiamato con il suo vero nome, e questo darà il via al gioco delle identificazioni: Vincenzo potrebbe essere Moroni, l'Ospite Fanfani, il Giudice è certamente Di Pietro, e così via. Ma ciò che conta è l'atmosfera crepuscolare della caduta di un uomo di potere mostrato all'inizio in uno dei punti più alti della sua ascesa, a quel 45esimo Congresso del PSI dove il suo viso era inquadrato al centro di un triangolo come l'occhio di Dio, e dove invece Amelio ci mostra già i garofani a terra, presagio del futuro di un partito che "non sopravviverà" all'egocentrismo e agli azzardi di quel capo che per primo l'ha portato alla Presidenza del Consiglio. E il commento musicale di Nicola Piovani decostruisce l'Internazionale, preannunciando il disfacimento del PSI.

Amelio rapporta la figura imponente di Craxi ai suoi spazi, da quelli esaltanti del Congresso a quelli spogli della Tunisia nei quali è impossibile nascondersi (come già ne Il primo uomo), mettendo a confronto l'infinitesimalità dell'Uomo, anche il più potente, con l'immensità dell'ambiente che lo circonda (come ne La stella che non c'è). All'interno della storia giganteggia Pierfrancesco Favino, cui HAMMAMET appartiene tanto quanto ad Amelio, che incarna un Craxi più vero del vero nella voce, nel gesto, nella postura, e soprattutto nell'essenza drammatica. La sua non è semplicemente (!) una metamorfosi, ma l'interpretazione magistrale di un uomo dominato da pulsioni contrapposte: egocentrismo e senso dello Stato, orgoglio (anche italico) e arroganza, pragmatismo politico e assenza di cinismo. Un uomo il cui tempo è scaduto, ma la cui discesa crepuscolare verso la fine non riesce a privarlo della sua visione dall'alto. A commento della vicenda craxiana Amelio allinea spezzoni di film (Le catene della colpa) e canzoni (Cento giorni, A modo mio, che nel suo "quel che sono l'ho voluto io" ricalca il My Way di Frank Sinatra), trasforma (genialmente) la Crisi di Sigonella in una battaglia fra soldatini, dà a Stefania Craxi (soprannominata Anita, come la compagna di Garibaldi, e molto ben interpretata da Livia Rossi) il ruolo di vestale e a Bobo quello del "cretino" (ma gli restituisce anche una dignità filiale). L'unico passo falso è il personaggio di Fausto, ridondante rispetto alla storia, inadeguato nella recitazione fragile di Luca Filippi, che scompare accanto a quella di Favino: del resto il solo che riesce a tener testa all'attore protagonista (come al personaggio che incarna), è un altro gigante - Renato Carpentieri nei panni dell'Ospite.

(www.mymovies.it)

Un bambino infrange un vetro con la fionda. Subito dopo, il 45° congresso del Partito Socialista Italiano: quello del 1989 all' ex Ansaldo, quello con la piramide di Filippo Panseca, storico scenografo dei congressi craxiani; quello del rilancio del riformismo e della sesta elezione di Craxi alla segreteria, con le proverbiali percentuali bulgare. Lì, il Presidente incontra il socialista onesto e balbettante di Giuseppe Cederna, amico di lunga data che lo mette in guardia sui rischi che corrono - lui, Bettino, e tutto il partito - continuando in quel modo, ovvero con le tangenti.  Per tutta risposta, Craxi lo bolla sarcasticamente come "anima bella" e lo lascia al suo destino. Infine, la villa in Tunisia, dove il Presidente si muove stanco e malato come un vecchio leone non ancora domo, ma fin troppo consapevole che le campane a morto che saranno a un certo punto evocate, suoneranno presto per lui.

 

Una manciata di minuti, e Amelio sintetizza con precisione essenziale la vita di Craxi, e i temi di HAMMAMET. Craxi l'iconoclasta, l'inventore del personalismo spettacolare. Craxi il leader titanico colpevole però di aver tradito il socialismo; e infranto la legge. Craxi il condannato, l'esiliato, il contumace. Craxi dal corpo in disfacimento, ma dall'intelligenza sempre vivissima e audace, capace di parlare di quanto era accaduto e stava accadendo in Italia alla fine del secolo scorso in un modo che sembra riecheggiare l'oggi: quando ragiona sulla sostituzione dalla parola "popolo" con la parola "gente"; quando si chiede se oramai le leggi, invece del Parlamento, siano dettate dalla gente, o dalla magistratura; quando parla di "una rivoluzione falsa come i suoi eroi".

Il Craxi di Amelio (che poi lui lo chiami, per tutto il film, solo "Presidente" è per noi del tutto irrilevante) non è una vittima e non è un farabutto. È quello che è stato: un grande protagonista e innovatore della politica italiana, come da allora non ne abbiamo più avuti, a dispetto di innumerevoli tentativi d'imitazione (anche recenti); una "vittima di se stesso, del suo orgoglio e della sua arroganza", che le sue colpe le ha scontate "da vivo". Colpe che Amelio non trascura affatto, né minimizza. Anzi, rende ossessive e opprimenti proprio perché non tanto riguardanti quelli che Craxi chiamava "i danari", ma la vita di un amico, di un compagno, di un partito e di un ideale; un peso morale che il regista sceglie, shakespearianamente, di affidare a un fantasma in carne e ossa, che irrompe nella villa di Hammamet non tanto per vendicarsi di qualcosa, ma per tormentare. E a quel fantasma in carne e ossa, alla reificazione della sua colpa, Craxi si aggrappa come a un figlio, perché di quei peccati e di quelle colpe era il padre. E questa responsabilità, in HAMMAMET, non la scansa mai.

L'agonia di Craxi raccontata da Amelio è ovviamente quella della Prima Repubblica, e di un modo di fare e intendere la politica. Di più: della politica stessa. Basti vedere come Craxi reagisce quando nel film si evoca quel Berlusconi che era sceso in campo per occupare lo spazio lasciato vuoto da lui e dal resto di una classe politica spazzata via da Mani Pulite. Tutto quello che il Presidente può fare, è stare lì, prigioniero di se stesso, confrontandosi col suo passato e le sue azioni che trovano traduzione concreta e fisica nei vari personaggi che incontra: il politico democristiano di Carpentieri; l'amante di Claudia Gerini; i turisti italiani che pare vogliano replicare la scena del Raphael in Tunisia. Facendo i conti con la sua eredità: politica, morale, familiare, in un film dove è centrale il rapporto del Presidente con la figlia. E peccato che la pulizia e l'intelligenza dei dialoghi del film sia troppo spesso penalizzata dall'atonalità con cui il regista si ostina a far recitare i suoi attori più giovani.

Amelio ha parlato di western, di melodramma, di thriller. Ma quella di HAMMAMET è una tragedia, e come tale va presa. Da questo punto di vista, allora, pare avere senso perfino quella svolta improvvisa e metafisica, tra Fellini e Bellocchio, che si ritrae dalla realtà e parla d'altro (del sogno della redenzione, dell'incubo della condanna), e fa sparire in una tasca le verità mai raccontate ad altri dal Presidente cui si è alluso in maniera un po' troppo furba.

È comunque un passo indietro, quello di Amelio a quel punto del film. Un passo indietro che rischia di essere anche passo falso, e farlo inciampare proprio in dirittura d'arrivo. Se non cade, è in virtù della forza, del pathos, della complessità così ben dissimulata di tutto ciò che era venuto prima. Della capacità di ragionare sulla storia in anni in cui ragionare e studiare la storia sembrano essere passati di moda. Del ritratto pieno d'umanità ed empatia, della capacità di riconoscere i meriti anche raccontando le colpe. D'altronde, lo dice bene proprio il Craxi di un Favino impressionante, capace di non perdersi mai nei meandri della maniera che sono lì a un passo, ma che non sono nemmeno sfiorati, e che si aggrappa con intelligenza a quello che c'è sotto al trucco e dentro l'uomo e l'attore: "Che coraggio c'è a parlar male della gente, a spargere veleno?". 

Ancora una volta, Amelio sembra parlare del mondo e della politica dei nostri giorni. E allora, forse, un po' di rimpianto per quell'uomo e quella politica c'è. "Che te ne fai della lealtà di uno stupido?": sono sempre le parole del Presidente. Lealtà, onestà: in fondo sono la stessa cosa.

 (www.comingsoon.it)