Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

Schede dei film

Elenco schede film

I predatori

Regia: Pietro Castellitto

INTERPRETI: Massimo Popolizio, Manuela Mandracchia,

Giorgio Montanini, Pietro Castellitto, Dario Cassini, Anita Caprioli,

Marzia Ubaldi, Giulia Petrini, Liliana Fiorelli, Claudio Camilli, Nando Paone, Antonio Gerardi, Vinicio Marchioni

SCENEGGIATURA: Pietro Castellitto

FOTOGRAFIA: Carlo Rinaldi

MONTAGGIO: Gianluca Scarpa

MUSICHE: Niccolò Contessa

DISTRIBUZIONE: 01 Distribution

NAZIONALITÀ: Italia, 2020

DURATA: 109 min.

 

Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura al Festival di Venezia, 2020

È mattina presto, il mare di Ostia è calmo. Un uomo bussa a casa di una signora: le venderà un orologio. È sempre mattina presto quando, qualche giorno dopo, un giovane assistente di filosofia verrà lasciato fuori dal gruppo scelto per la riesumazione del corpo di Nietzsche.

Due torti subiti. Due famiglie apparentemente incompatibili: i Pavone e i Vismara. Borghese e intellettuale la prima, proletaria e fascista la seconda. Nuclei opposti che condividono la stessa giungla, Roma. Un banale incidente farà collidere quei due poli. E la follia di un ragazzo di 25 anni scoprirà le carte per rivelare che tutti hanno un segreto e nessuno è ciò che sembra. E che siamo tutti predatori.

Portatore sano di una lucida, irresistibile follia, Castellitto, anche autore di soggetto e sceneggiatura – nel film è Federico, il giovane assistente di filosofia, figlio di un chirurgo e di un’affermata regista cinematografica, nevrotica e dispotica – confeziona un esplosivo, dissacrante, divertente e disperato ritratto dei nostri giorni. Forte di uno stile già abbastanza riconoscibile, l’attore figlio d’arte (chissà se il papà Sergio e la mamma Margaret Mazzantini si riconosceranno in qualche cosa…) gioca sul parossismo di situazioni apparentemente normali portate al limite, dirige con disinvoltura ben più che discreta un ottimo cast – splendidi i vari Giorgio Montanini, Claudio Camilli e Antonio Gerardi nella caratterizzazione dei fasci/burini/trafficanti d’armi Vismara, soprattutto riesce nella non facile impresa di liberare reazioni di risate improvvise per poi farti ripiombare in uno stato di tristezza infinito. Molti i momenti cult, dal barbecue nella tenuta di campagna dei Vismara all’elegante (?) cena in ristorante con i parenti per il compleanno della nonna 90enne dei Pavone, passando per la distruzione di un enorme salvadanaio utilizzando come martello uno dei tanti David di Donatello vinti dalla mamma regista. Insomma, I PREDATORI non fa prigionieri: fresco nella scrittura, libero nella messa in scena, un esordio da non sottovalutare.

 (www.cinematografo.it)

 

Quello de I PREDATORI è un mondo in cui niente è come sembra e tutti recitano una parte, le generazioni non comunicano e soprattutto nessuno ascolta, ma tutti alzano la voce. Per il suo esordio alla regia, Pietro Castellitto, non ancora trentenne, ripropone anche dietro alla macchina da presa una caratteristica, e una dote, molto particolare che ci sembra abbia come interprete: non sai mai cosa starà per dire, è imprevedibile e spiazzante. Succede anche alla sua storia scritta già alcuni anni fa, in cui se la prende con le tante ipocrisie di un mondo borghese e intellettuale, non troppo dissimile da quello in cui è cresciuto grazie ai genitori, mantenendo invece una certa benevolenza, pur nelle azioni terribili e a tratti grottesche che compiono, nei confronti dei personaggi che mette a confronto con quelli delle seconde case in campagna: i popolani, dai commerci non sempre legali e una certa dimestichezza con le armi da fuoco.

Sono due famiglie alla fine a confrontarsi e scontrarsi, anche se sembrano varie solitudini e solo dopo un po’ di tempo si individua la dicotomia, il contrasto tipico fra formazioni culturali e classi sociali: i Pavone (nomen open) borghesi intellettuali e i Vismara, proletari e di estrema destra. Due mondi che vengono messi in comunicazione, loro malgrado, proprio dal personaggio interpretato da Castellitto, Federico Pavone, giovane assistente universitario di filosofia in eterno servizio al suo barone di riferimento, studioso e ossessionato dalla figura di Nietzsche, ma anche da gesti eclatanti che lo avvicinano al suo pensiero. Un tragicomico sviluppo lo porterà a venire escluso dalla riesumazione del cadavere del filosofo, di cui si occuperà il suo professore, senza che lui si arrenda veramente.

Un tono fra il surreale e il grottesco, un’ironia mai doma e sempre pronta a colpire in pieno uno dei personaggi, meglio se i perbenisti borghesi, come dimostra in particolare una scena molto divertente e davvero spiazzante. Dove, se non a tavola, in una cena di famiglia in un ristorante, con tanto di messa in rima e a ritmo di rap delle idiosincrasie dei presenti di ogni generazione di Pavone da parte della sorella di Federico.

Il motore dell’azione è un atto subito, un vero torto contro uno dei membri dei clan, il battito d’ali che seminerà reazioni indirette o meno a catena, spostando l’asse naturale di quiete dei Pavone e dei Vismara verso una specie di resa dei conti, sullo sfondo di una Roma allucinata e inconsueta. Una gara fra predatori e prede, in cui non è ben chiaro chi sia chi, se non che la ruota gira e mai come in questa commedia acida e corrosiva può portare a risultati imprevisti. Pietro Castellitto sembra condividere con i quasi coetanei fratelli D’Innocenzo un certo gusto per la collisione di universi spaesati, oltre a una vicinanza alle prede che si credono predatori. In entrambi i casi sono promettenti germi di un cinema che se ne frega di steccati e grammatiche, vitale e sempre in cerca.

(www.comingsoon.it)

 

“Nietzsche è morto vergine. Perché Nietzsche soffriva di continue crisi di vomito? Perché Nietzsche aveva terribili mal di testa? Perché Nietzsche è diventato pazzo? Questi sono soltanto alcuni dei dubbi che verranno definitivamente risolti con la riesumazione”. Si può riesumare il corpo di un filosofo per scoprire non quel che pensava, ma i motivi che lo avrebbero spinto a pensare quel che pensava? Come direbbe il professore che ha tra i suoi pupilli – anche se è messo all’angolo per le sue stramberie – il giovane Federico, questo è soltanto uno degli interrogativi che si pone, proponendolo alla sua platea, I PREDATORI, il film con cui esordisce alla regia Pietro Castellitto (…).

Sono sufficienti le prime inquadrature per rendersi conto del livello tutt’altro che modesto delle ambizioni di Castellitto: tanto il piano-sequenza che vaga di personaggio in personaggio (tutte, tranne una, comparse) per le strade del lungomare di Ostia quanto l’incontro in casa tra il misterioso uomo interpretato da Vinicio Marchioni e la madre dei Pavone, fascistoni dediti al culto (e allo smercio sia legale che illegale) delle armi dimostrano le velleità autoriali del regista, la sua volontà ferrea di sfuggire alle grinfie della produzione media nazionale. Il suo film posiziona la macchina da presa là dove molti suoi coetanei non penserebbero neanche di poterla fissare, gioca con stacchi di montaggio che passano da primi piani stretti a totali in penombra, utilizza la steadycam per donarsi la massima libertà, più di movimento che espressiva. I PREDATORI è un’opera che gronda di desideri solo in parte espressi di uccidere i padri, tanto biologici quanto ideali: in qualche misura il personaggio di Federico, che non a caso interpreta proprio il regista, appare come una proiezione diretta dell’esordiente, come lui deciso a far saltare in aria il sistema e allo stesso modo altrettanto confuso, e dunque impossibilitato a mettere davvero in pratica quel che teorizza. Non è casuale che Castellitto contrapponga da un lato l’agio annoiato e ritorto su se stesso della classe intellettuale romana – i genitori del protagonista sono un chirurgo e una regista – e dall’altro la vis proletaria e imbastardita dei fascisti di Ostia.

(https://quinlan.it)

 

Il commento del regista:

“Questo è un film corale, ma i personaggi non lo sanno. Ognuno di loro è solo, perso in quel tratto di vita in cui nessuno sembra capirti e vorresti che tutto andasse dall’altra parte. Invertire il corso per vivere la propria speranza: è questa la loro battaglia. D’altronde, essere felici è un mestiere difficile. A volte, un mestiere da “predatori”. In Federico ho catalizzato un sentimento di alienazione, un carico di frustrazione enorme, che nasce dalla differenza che c’è tra quello che sei e quello che gli altri pensano tu sia. Un carico inquietante che può portare a gesti estremi. A me, fortunatamente, ha fatto scrivere un film. Questo.”

 (www.labiennale.org)