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Il collezionista di carte

Regia: Paul Schrader

INTERPRETI: Oscar Isaac, Tye Sheridan, Tiffany Haddish, Willem Dafoe

SCENEGGIATURA: Paul Schrader

FOTOGRAFIA: Alexander Dynan

MONTAGGIO: Benjamin Rodriguez Jr.

DISTRIBUZIONE: Lucky Red

NAZIONALITÀ: USA, Gran Bretagna, Cina, 2021

DURATA: 109 min. 

Presentato In Concorso al Festival di Venezia, 2021

William Tell è un giocatore d'azzardo, uno di quelli davvero bravi, capace di leggere alla perfezione le probabilità di vittoria nel corso della partita e in grado di memorizzare ogni singola carta giocata. Un talento venuto unicamente dalla pratica: Tell ha passato parecchio tempo in carcere, con le carte da gioco francesi come uniche compagne di vita. Un tempo carceriere violento di Abu Ghraib, sotto la guida del superiore John Gordo che spronava ad agire in maniera violenta nei confronti dei prigionieri torturandoli, Tell cerca di dimenticare le sue azioni occupando la mente solo attraverso il gioco e il conteggio delle carte (come sottolinea il titolo originale, The Card Counter). Un giorno, il nostro, assistendo a una conferenza del suo vecchio istruttore, a differenza sua mai stato condannato, riceve le attenzioni del giovane Cirk, figlio di un altro torturatore morto suicida, incapace di trovare pace e desideroso di vendetta nei confronti di Gordo. Forse, cercare di placare l'animo rabbioso di Cirk, accogliendolo sotto la sua ala protettiva, potrebbe essere l'occasione per Tell di redimersi, perdonarsi e sconfiggere finalmente i fantasmi violenti del suo passato. Decide così, con l'aiuto della finanziatrice per il gioco d'azzardo La Linda di iscriversi al torneo mondiale di poker, vincere abbastanza partite per garantire a Cirk un futuro senza debiti e ad entrambi un nuovo inizio. In quel tavolo verde, in cui i vari giocatori cercano fortuna e successo, ognuno per motivi diversi, bluffando e cercando di interpretare smorfie e comportamenti, avviene il gioco della vita.

Sono tre i protagonisti principali del film, di cui quelli maschili corrispondono ai personaggi più sofferenti del racconto. Si tratta di un cast poco numeroso, ma che preferisce concentrarsi il più possibile sul talento recitativo di Oscar Isaac. Nell'interpretare Tell, Isaac sceglie di lavorare di sottrazione: attraverso una faccia pulita e da bravo ragazzo, senza barba e con i capelli costantemente pettinati, tradisce il suo tormento interiore attraverso la postura e il modo in cui osserva ciò che lo circonda. Come nel gioco del poker, in cui il bravo giocatore è quello che sa "scavare nell'animo" degli avversari, così Oscar Isaac trattiene le emozioni lasciando che uno sguardo enigmatico diventi il suo marchio di fabbrica. A tratti quasi anaffettivo e distaccato, il suo è un personaggio sfuggente che cerca di non trovare alcun tipo di legame empatico con lo spettatore. Attraverso una voce narrante fuori campo che funge da flusso di coscienza, Tell si apre quanto basta, ma senza lasciar spazio alle emozioni. Questo rende il personaggio sicuramente affascinante, dimostrando il talento dell'attore che, attraverso il solo linguaggio del corpo, è capace di risultare affabile quanto pericoloso, distaccato quanto coinvolto. Leggermente più sensibile al corso degli eventi è il personaggio di Cirk interpretato da Tye Sheridan, che al contrario esplicita in misura maggiore il turbinio interiore. È lui l'unico del trio che piange, ride, si lascia emozionare dall'ascolto della musica, si annoia, si arrabbia. E se a Willem Dafoe è destinato un ruolo marginale, risulta perfetta nella presentazione statica fino alla fine del film Tiffany Haddish, donna che rappresenterebbe una luce salvifica della vita di Tell, ma che non riesce ad emergere nei confronti del protagonista, nemmeno come polo opposto con cui confrontarsi. (…)

(www.movieplayer.it)

 

La colpa. Meglio, il peccato, per aderire meglio alla visione profondamente ancorata alla sua formazione calvinista. Un dogma da narratore per Paul Schrader, cresciuto in una famiglia olandese protestante di rigida osservanza, che negli anni migliori ha fatto scintille in sinergia con il cattolico Martin Scorsese, scrivendo capolavori come Taxi Driver o L’ultima tentazione di Cristo. Tornato in grande spolvero due anni fa, con il suo film precedente, il notevole First Reformed, nominato all’Oscar per la miglior sceneggiatura, ha scritto e diretto Il collezionista di carte, con la complice egida di Scorsese come produttore. Una summa ideale dei comandamenti della poetica autoriale di Schrader, dalla ricerca di redenzione all’inevitabilità di un destino segnato dalla colpa, senza troppa speranza di gloria, specie su questa terra. Come prevede il calvinismo, la vita umana è segnata dal conflitto fra peccato e redenzione, alienazione e riconciliazione.

Oscar Isaac interpreta William Tell, l’anima devastata dal peccato, ex militare con un passato oscuro. Si aggira come uno spettro per casinò di provincia americani guadagnandosi da vivere come giocatore d’azzardo professionista. Può mettere a frutto l’allenamento con cui ha allietato le infinite giornate passate in cella, che l’hanno portato a “contare” le carte con grande abilità. Una pratica non consentita. È ormai un maestro nel vincere il giusto, non facendosi troppo notare, rimanendo al di sotto dei radar della sicurezza dei tavoli verdi, evitando (la maggior parte delle volte) di venire cacciato in malo modo.

Il mondo de Il collezionista di carte, titolo italiano dell’originale The card counter, è alienante. Blu, in più di un senso. Innanzitutto per la depressione che opprime ogni luogo e ogni abitante di quel regno di moquette polverose e rumori scomposti di imprecazioni miste a sporadiche scariche di monete a scandire le vittorie alla slot machine. Ma anche in senso più strettamente cromatico, per una luce dei neon che illumina ogni cosa, in interni in cui non si distingue il giorno dalla notte, senza colori sgargianti, come fossero gli avanzi privi di vigore delle luci scintillanti di Las Vegas, delle vetrine del gioco d’azzardo. Una fotografia che sembra provenire dai primi tentativi dell’era del digitale, creando un effetto acquario straniante, che ben si accorda con la narrazione sincopata di un mondo in cui la violenza lascia tracce durature, ma non viene mostrata, lasciata pudicamente fuori campo. (…) William è un cavaliere disarcionato, un reduce solitario che si punisce, magari non fustigandosi come in altre epoche, o ad altre latitudini, ma abbrutendosi nello squallore e nella colpa. Un viaggio metaforico e cinematografico, in cui rimangono a galla l’abilità di Schrader nel porre in rilievo i limiti, ma anche le inaspettate vette di moralità della natura umana.

(www.comingsoon.it)

 

Nonostante una certa discontinuità nei risultati e la grande varietà dei soggetti scelti (compresi quelli prestati ad altri autori, Scorsese in primis), tutta la filmografia di Paul Schrader forma un unico corpus di riflessioni estremamente coerente sull’esercizio del “controllo”, inteso come autodisciplina, coercizione del potere, indottrinamento morale o addirittura violenta liberazione dalle norme stesse. Allo spessore teorico dell’analisi, che scandaglia tutte le derive dello scontro tra stato di natura e maschere sociali dell’individuo, fa da contraltare il taglio estremamente viscerale delle storie, la profonda empatia verso i protagonisti, la disperazione di uno sguardo lucido ma sempre inquieto, lo stile dichiaratamente sporco della regia. (…) Anche in questo caso Schrader piega coerentemente le soluzioni formali del film alle prerogative di uno script rarefatto nell’intreccio ma densissimo sul piano concettuale, evitando di rifugiarsi tuttavia in una regia solo espositiva: il taglio asettico delle sequenze di gioco viene contrapposto infatti alla cifra ossessiva, ipnotica, straniante delle scene più intimiste, per sottolineare in modo disturbante questa dicotomia tra controllo e paura di perderlo. Analogamente, la fragilità dello splendido Oscar Isaac sembra sempre sul punto di deflagrare rompendo il ritmo compassato della messa in scena, che descrive non a caso una sorta di fantasma intrappolato nei ricordi e in non luoghi (il casinò, i motel), dove vaga senza lasciare traccia.

La vera cifra stilistica de Il Collezionista di Carte risiede però nell’impiego di una telecamera in VR per ritrarre le sequenze oniriche e i flashback ambientati ad Abu Ghraib, il carcere iracheno dove l’esercito americano ha perpetrato migliaia di torture contro i prigionieri nemici. L’effetto è quello di sentirsi trascinati in un abisso, cadendo senza appigli proprio come accade nei sogni; paradossale, se pensiamo che la realtà virtuale è mutuata dal linguaggio dei videogame in cui introduce un grado di interattività persino maggiore. Tuttavia, per Schrader, questa sensazione di controllo rappresenta solo un’illusione, perché vedere meglio ci condiziona, ci espone, ci rende complici e ci anestetizza all’orrore.

Il Collezionista di Carte è il film più importante di Paul Schrader dai tempi di Affliction (1997), attualizzando una riflessione cinquantennale sul rapporto tra responsabilità individuale e condizionamento etico-morale, con chiare implicazioni politiche. Lo fa, servendosi di soluzioni formali innovative che si piegano a uno script denso di contenuti ma volutamente sospeso nello sviluppo, dove la storia di un ex soldato americano diventa un’agghiacciante riflessione sulla paura dell’abisso: quello nelle nostre menti.

(www.it.ign.com)