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Schede dei film

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Il lago delle oche selvatiche

Regia: Yi Nan Diao

INTERPRETI: Ge Hu, Kwai Lun-mei, Liao Fan,

Regina Wan, Qi Dao, Jue Huang

SCENEGGIATURA: Yi Nan Diao

FOTOGRAFIA: Jingsong Dong

MONTAGGIO: Jinglei Kong, Matthieu Laclau

DISTRIBUZIONE: Movies Inspired

NAZIONALITÀ: Cina, 2019

DURATA: 103 min.

 

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2019

Zhou esce dal carcere e finisce immediatamente in una violenta contesa tra gang, che si conclude con l'uccisione di un poliziotto. Braccato dalla legge e dai rivali, è costretto a fidarsi di una prostituta, Liu, forse innamorata di lui.

Opera seconda di un regista già vincitore di un Orso d'oro a Berlino e accreditato dai più come l'autore cinese su cui puntare per il futuro, IL LAGO DELLE OCHE SELVATICHE - titolo internazionale di un film che in originale è più o meno traducibile come "Appuntamento in una stazione del Sud" - conferma a più riprese come le speranze su Diao Yinan siano state ben riposte e come il suo stile sia già definito e maturo.

Il genere d'elezione è nuovamente il noir, anche se l'approccio differisce dal fortunato predecessore, Fuochi d'artificio in pieno giorno. Quella che là era suggestione investigativa, incentrata su una femme fatale enigmatica, qui diviene immersione in un sottobosco criminale crudele, regolato da leggi antiche.

Le improvvise esplosioni di rabbia e di violenza che sopraggiungono a interrompere momenti quasi contemplativi sono spesso quadri corali, in cui la regia ha sempre il controllo della più caotica delle situazioni. La presenza vistosa della macchina da presa è alla base delle scene più memorabili di IL LAGO DELLE OCHE SELVATICHE: la rissa iniziale, che darà vita a un'inesorabile reazione a catena, così come la sparatoria durante il ballo di gruppo sulle note di Rasputin di Boney M, in cui le suole luminose degli apprendisti ballerini catturano l'attenzione dello spettatore e lo guidano attraverso i campi lunghi di Diao, ad abbracciare le molteplici realtà della Cina odierna.

La miseria, l'avidità, l'occidentalizzazione che si insinua e l'ancestrale legge del jiang hu (il senso dell'onore cavalleresco che caratterizza le contese mafiose) che regna sopra ogni cosa scorrono in un'ideale carrellata orizzontale. Ed è ancora più forte l'impronta stilistica in un montaggio frenetico di animali selvaggi, talmente criptico da non permettere di capire con certezza su che piano di realtà ci si stia muovendo, se in uno zoo, teatro di una sparatoria, o in una fantasia di guardie e ladri, predatori e prede.

Al centro c'è nuovamente una figura femminile, Liu, come in Fuochi d'artificio in pieno giorno interpretata da Gwei Lun. Liu ha molti padroni e in fondo non ne ha alcuno, la sua posizione costantemente precaria le permette di dimostrarsi più forte di tutti i peggiori prevaricatori. La sua identità, stratificata e ambigua, si contrappone alla semplicità del suo ipotetico oggetto d'amore: Zhou, il fuggiasco, a cui dà vita la star televisiva Hu Ge. Un archetipo vivente, così vicino al canone classico dell'antieroe noir da divenire lo strumento con cui il cinefilo Diao rivisita il cinema in bianco e nero.

Non è un caso, quindi, se le ombre proiettate sulle pareti assumono un ruolo centrale nel film, tanto che le sagome dei personaggi sembrano quasi vivere una vita distinta rispetto alle figure in primo piano. Forse le prime rappresentano la proiezione di quel che Zhou e Liu vorrebbero essere, forse sono ciò che ancora i due amanti alla realtà e che rimuove alla radice ogni sogno di romantica fuga. D'altronde il primo luogo in cui conosciamo Zhou è una stazione ferroviaria, con i treni che rendono inintelligibili parti di dialogo. L'ambiente ideale per un protagonista che ricorda Robert Mitchum ma ancor più il Jean-Paul Belmondo di Fino all'ultimo respiro, con l'aggiunta di una dose di violenza efferata che è, al contrario, figlia della modernità e delle estremizzazioni di Nicholas Winding Refn o Kim Jee-woon. Ma anche lo spargimento di sangue in stile manga entra a far parte del mosaico orchestrato da Diao Yinan, talmente composito che spesso i singoli, geniali, frammenti di cinema finiscono per superare, per perizia e inventiva, la visione complessiva. Un contrasto o un limite presente più in IL LAGO DELLE OCHE SELVATICHE che in Fuochi d'artificio in pieno giorno e che, forse, resta l'ultimo ostacolo da superare per accogliere definitivamente Diao Yinan nel pantheon dei più grandi.

(www.mymovies.it)

 

Un uomo in fuga in un mondo al neon. Potrebbe essere questa la definizione più stretta e azzeccata del film di Diao Yinan. L’uomo è Zhou Zenong. Personaggio fatalmente rincorso dal crimine: appena uscito di prigione viene coinvolto in una sparatoria in cui perde la vita un poliziotto. Il neon è luce di una Cina fintamente illuminata. Un paese alla ricerca di una luce vera e salvifica, ma immobilizzato fra ombre e finti chiarori.

Il racconto è la metafora di un percorso evolutivo di una nazione centralissima e allo stesso tempo periferica. Il regista cinese dipinge un noir immergendolo in un agglomerato cupo e buio rischiarato da sapienti colpi di pennello che ogni tanto si colorano illuminando una notte che sembra senza fine.

Lontano dalle grandi città, dal fasto dei grattacieli c’è un popolo che vive in enormi condomini fatiscenti, che frequenta squallide bettole, che affida, ineluttabilmente, il proprio destino al bandito della porta accanto. Un posto in cui le bande criminali e la polizia di zona sembrano quasi intercambiabili fra di loro, sembra quasi si possa confondere il delinquente con il tutore della legge. Sarà colpa del buio della notte o di una impostazione sociale che ha fallito miseramente? La risposta è affidata a IL LAGO DELLE OCHE SELVATICHE e al suo mood narrativo fatto di azione dai tratti documentaristici.

Nella fuga, Zhou Zenong si imbatte in un florilegio di situazioni che assolvono all’esigenza di far emergere una realtà, altrimenti sconosciuta o poco nota, e per questo, carica di attrazione e fascino. Ma la notte come la pioggia, non può essere eterna, e prima o poi, si manifesterà qualcosa di contrario e, allo stesso tempo, complementare, come, d’altronde, insegna la filosofia orientale. Yin e Yang. Il giorno e la notte. L’uomo e la donna.

Zhou Zenong non è mai solo pur non potendo intrattenersi con nessuno: una donna innamorata lo segue da vicino e un’altra, la moglie, lo rincorre con la mente frastornata dalla paura e dall’ansia. Le due donne non rappresentano propriamente la salvezza del fuggitivo, sono il preludio di un’alba incalzante, sono la testimonianza fisica dell’avvento del prossimo giorno. E, alla luce del sole, il caos intravisto fra i meandri delle ombre notturne appena scomparse avrà un senso. Anche il più tortuoso dei labirinti ha un’uscita. Che forse è anche l’entrata.

(www.ecodelcinema.com)

 

(…) Lo stile di Diao Yinan combina elementi documentaristici con un vero e proprio impressionismo illuminato dal neon (le sue influenze più evidenti per Il LAGO DELLE OCHE SELVATICHE sembrano esser state Johnnie To e Michael Mann), impiegando in modo tattico piani sequenza, il cambiamento dei punti di vista e il montaggio per immergere lo spettatore nell’esperienza sensoriale a 360 gradi del mondo di Zhou. Sebbene prevalga un’atmosfera magistralmente sostenuta di romanticismo ruvido e diafano, l’azione – quando arriva – è gravosa e viscerale, offrendo esplosioni esilaranti di cinismo elaboratamente coreografato, profondamente radicato nei dettagli finemente scrutati della cartologia e della biologia umana.

 

IL LAGO DELLE OCHE SELVATICHE è composto principalmente da lunghe sequenze senza stacchi, l’agile videocamera che attraversa elegantemente gli spazi urbani mentre esegue una panoramica da un particolare saliente all’altro, evidenziando senza sforzi gli elementi importanti della narrazione, dei personaggi e le tematiche portanti. Le composizioni architettate da Diao Yinan sono vibranti e vivaci, piene di un’arricchente attività pittorica che esalta i parametri del mondo diegetico – uno di quelli che si percepisce notevolmente completo e pienamente vissuto. Eleganti e moderni grattacieli si scontrano con la povertà di bassifondi e coi vicoli marginalizzati, mentre immaginifiche sequenze ambientate in luoghi come un circo, un corso di danza serale e un parco di divertimenti offrono momenti sorprendenti di pura poesia visiva.

Tuttavia, IL LAGO DELLE OCHE SELVATICHE non è semplicemente ‘tutto stile e niente arrosto’; Diao Yinan utilizza il suo rigore artistico per comunicare a chi guarda un intricato ritratto del fallimento dei moderni sistemi usati dalle forze dell’ordine, della vita di crimine a cui la povertà costringe taluni cittadini, la relatività della moralità e le strategie onnicomprensive della sorveglianza applicate dallo Stato (cinese?). In definitiva, IL LAGO DELLE OCHE SELVATICHE è un film che rifiuta un facile incasellamento, posizionando sia i poliziotti che i criminali come individui neutrali coinvolti in organizzazioni più grandi e labirintiche, i cui meccanismi interni rimangono un mistero fondamentale.

 

(www.ilcineocchio.it