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Il materiale emotivo

Regia: Sergio Castellitto

INTERPRETI: Sergio Castellitto, Bérénice Bejo, Matilda De Angelis

SCENEGGIATURA: Margaret Mazzantini

 DISTRIBUZIONE: 01 Distribution

NAZIONALITÀ: Italia, Francia, USA, 2021

DURATA: 89 min.

 Il materiale emotivo è un film composto o "soave", come ci tiene a definirlo lo stesso Castellitto, tutto giocato attorno a una messa in scena che dichiara i suoi intenti sin dal principio, a partire proprio da quel sipario rosso che si apre all'inizio e si chiude alla fine della vicenda. Dietro quel sipario la vita di Vincenzo scorre tra piccoli rituali e consolatorie abitudini quotidiane, mentre si dedica alla sua antica libreria appollaiata al centro di una piazzetta di Parigi e alla figlia Albertine, costretta su una sedia a rotelle per colpa di un incidente. Albertine vive al piano di sopra, chiusa da anni in un ostinato silenzio, un mutismo autoinflitto che la porta a vivere esclusivamente attraverso i racconti del padre, ogni sera pronto a leggere per lei le pagine dei grandi classici della letteratura.

Ma un giorno il fragile equilibrio che Vincenzo si è costruito, inizia a vacillare davanti all'irruzione di Yolande, una scombinata attrice che lavora nel teatro di fronte e che si catapulterà chiassosamente nel suo negozio. Travolto dalla vitalità della donna, Vincenzo comincerà a riscoprire il sapore delle emozioni ormai fossilizzate chissà dove in quel tempo sospeso e dovrà fare i conti con il mondo fuori, dove in fondo "non c'è un granché, solo qualche piccola luce e molto rumore".

È un film fatto soprattutto di atmosfere e dal sapore dichiaratamente retrò, "antico" un po' come la libreria che campeggia sullo schermo, lo spazio privilegiato in cui Vincenzo vive in apnea tra le pile di vecchi libri come il pesce nell'acquario che torna in diverse inquadrature. Ed è un film di fantasmi, con gli echi di un passato sempre presente: non è un caso che gli ambienti, difficile non accorgersene, siano stati ricostruiti in un teatro di posa, lo storico Teatro 5 di Cinecittà, quello amato da Fellini. Le citazioni colte abbondano da Flaubert a Cervantes, Calvino, Wilde, fino all'adattamento del romanzo di Dostoevskij, Le notti bianche, firmato da Luchino Visconti il cui poster giganteggia alle spalle di Vincenzo seduto alla scrivania; non mancano lunghi monologhi sul senso della vita e dell'arte, uno in particolare, quello affidato al protagonista, diventerà il manifesto del film: "la letteratura rende eterni, l'attualità uccide, ci folgora, ci rende fragili". Un profluvio di parole, un disquisire spesso delirante che allontana il pubblico dalla dimensione emotiva, ma del resto "il materiale emotivo è un ossimoro" come ribadisce Vincenzo.

Sergio Castellitto azzarda alcune scelte di regia apprezzabili come il piano sequenza iniziale che ci porta dai tetti di Parigi al piano superiore della libreria dove vive confinata Albertine, e costruisce l'intero impianto drammaturgico sulla dialettica del dentro-fuori, sopra-sotto. Tra le interpretazioni dei personaggi che affollano questo spazio sospeso nel tempo a lo spettatore, spicca quella di Matilda De Angelis capace di parlare con l'immobilità del corpo, con uno sbattere di ciglia, uno sguardo, una lacrima. I momenti più brillanti sono affidati invece ai cammei di Clementino nei panni del barista napoletano e di Sandra Milo, immagine quasi onirica e chiaro omaggio a Fellini. Rimane al termine della visione un senso di profonda malinconia adagiata sull'immagine clownesca e amara di Vincenzo, che si accommiata a passo di danza.

(https://movieplayer.it)

 

(…) Si tratta anche di un omaggio di Castellitto a uno dei suoi maestri, Ettore Scola, con cui ha collaborato da giovane recitando in La famiglia, in un film della miniserie Piazza Navona e ancora in Concorrenza sleale, visto che la sceneggiatura è tratta da uno scritto del regista, firmato con Furio Scarpelli e Silvia Scola, che non era mai arrivato al cinema ma era stato trasposto in una graphic novel illustrata da Ivo Milazzo e intitolata “Una nuvola a forma di drago”.

Dei film di Scola, Castellitto ricrea un po' l'ambientazione, ricostruendo un angolo di Parigi, così vero e così finto insieme (come nelle opere di un altro Maestro, Fellini) proprio nel leggendario teatro 5 di Cinecittà, una piazza dove, con una breve incursione esterna, si sviluppa l'esile racconto di tre diverse solitudini che convergono su un palcoscenico teatrale, il cui sipario si apre all'inizio e si chiude alla fine della rappresentazione. Un gioco tra cinema e teatro, due campi che spesso Castellitto ha incrociato nel corso della sua carriera e che gli permette rimandi ai film di Jacques Rivette o a quei testi di Cechov che parlano di vite non vissute pienamente, sempre in bilico tra dramma e grottesca ironia della vita. Non avendo letto il trattamento originale di Scola, ci fidiamo dell'autore, che ha affidato come sempre nelle sue regie alla moglie Margaret Mazzantini il lavoro sulla sceneggiatura. Nella sua versione, il librario antiquartio Pierre diventa italiano, Vincenzo, e Yolande un'attrice un po' svitata, abituata a lavorare sull'improvvisazione, che si esibisce nel teatro proprio di fronte al negozio da cui quest'uomo un po' goffo e trascurato non esce mai e al cui piano superiore vive la figlia senza parole, in sedia a rotelle dopo un incidente, la cui natura ci verrà poi rivelata. Le loro giornate, sempre uguali, vengono scandite dai clienti occasionali, tra cui un professore cleptomane, dalle colazioni portate dal barista napoletano, dal fisioterapista della ragazza e dalla donna delle pulizie. C'è una netta separazione tra il mondo di sotto e quello di sopra, tra le prime edizioni preziosi e una giovane vita vissuta come in un acquario, anche se padre e figlia condividono un isolamento volontario e totale.

Nel graphic novel nato dal testo di Scola è la voce interiore della ragazza a raccontare la storia del padre. Come “cura”, l'unica che conosce, Vincenzo le legge e rilegge dei libri, in ognuno dei quali è nascosto un messaggio, un consiglio di vita, gli stessi che lui stesso non segue. Solo l'irruzione dell'irrazionale e imprevedibile Yolande, che come un fantasma entra bagnata fradicia in una notte di pioggia nella libreria cercando il suo cagnolino, saprà risvegliare Vincenzo e Albertine, la figlia dal nome Proustiano, dal loro volontario e protetto esilio tra le parole. I libri curano, guariscono, fanno viaggiare, costruiscono ponti, arricchiscono anime, ma sono un piacere solitario che può diventare anche morboso, una tana in cui rifugiarsi perché il mondo là fuori fa paura, l'attualità uccide mentre i grandi testi letterari (Calvino, Yourcenar, Dostojevski, Flaubert e i molti altri citati nel film) sono un porto sicuro.

In sé la storia de Il materiale emotivo, che è quello con cui combattono i protagonisti del film, Yolande compresa, è molto semplice e per certi versi paradigmatica, ci dice che per vivere veramente dobbiamo accettare la sconfitta, la sofferenza e aprirci a quello che sta fuori di noi, che ci ha ferito e continuerà a farlo, probabilmente, perché la vita è questo.

(www.comingsoon.it)

 

(…) Tanti gli ossimori, a cominciare dal titolo, che accompagnano questa storia fatta di letteratura e attualità, di personaggi muti e personaggi logorroici, di teatro (il film si apre su un sipario rosso) e di cinema.

E tantissime anche le citazioni di libri che insegnano qualcosa ai personaggi: da Il Barone Rampante di Italo Calvino al Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, da Anton Čechov ad Oscar Wilde, fino a Le Notti Bianche di Fëdor Dostoevskij (storia che rimanda per certi versi a quella vissuta dal protagonista e Yolande).

Cast notevole (bravissime sia Bérénice Bejo che Matilda De Angelis). Bella la ricostruzione di una Parigi fiabesca, con la Torre Eiffel sempre illuminata sullo sfondo e gradevole anche la colonna sonora con pezzi must di canzoni romantiche francesi (su tutti, Barbara). Insomma, la materia (il materiale) c’è. Nel complesso una piacevole fiaba, fatta di illusioni e di sogni, che inneggia al lasciarsi andare ai sentimenti.

 

(www.cinematografo.it)