Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

Schede dei film

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Jojo Rabbit

Regia: Taika Waititi

INTERPRETI: Roman Griffin Davis, Thomasin McKenzie, Taika Waititi, Scarlett Johansson, Sam Rockwell, Archie Yates, Rebel Wilson, Alfie Allen, Stephen Merchant

SCENEGGIATURA: Taika Waititi

FOTOGRAFIA: Mihai Malaimare Jr.

MONTAGGIO: Tom Eagles, Yana Gorskaya

MUSICHE: Michael Giacchino

DISTRIBUZIONE: Walt Disney Italia / 20th Century Fox

NAZIONALITÀ: Germania, USA, 2019

DURATA: 108 min.

JOJO RABBIT, film diretto da Taika Waititi, è la storia di un dolce e timido bambino tedesco di dieci anni, Jojo Betzler, soprannominato "Rabbit", appartenente alla Gioventù hitleriana durante i violenti anni della Seconda guerra mondiale. Siamo nella Germania del 1944, il padre di Jojo è al fronte in Italia, mentre sua madre, Rose, si prende cura di lui, dopo la morte della sorella. Il bambino trascorre le sue giornate in compagnia di Yorki, il suo unico vero amico, e frequentando un campo per giovani nazisti, gestito dal capitano Klenzendorf. Sebbene sia considerato strambo dai suoi coetanei, il ragazzo si sente un nazista avvantaggiato perché ha un amico immaginario molto particolare: una versione grottesca e caricaturale di Adolf Hitler. Jojo odia gli ebrei, nonostante non ne abbia mai visto uno, è fermamente convinto che sia giusto ucciderli. La sua visione nazista del mondo cambia completamente quando scopre che sua madre nasconde in soffitta una ragazza ebrea. Da questo momento in poi Jojo dovrà fare i conti con i dubbi sorti riguardo il nazionalismo e in questo dissidio interiore verrà aiutato soltanto dal suo amico immaginario Adolf.

Non poteva esserci regista più adatto di Taika Waititi, con la sua intelligenza e il suo bizzarro senso dell'ironia, per scrivere e dirigere una commedia satirica che vede al centro della storia l'amico immaginario di un ragazzino tedesco durante la seconda guerra mondiale, che altri non è che una bizzarra e ridicola versione del dittatore Adolf Hitler. Waititi, figlio di madre ebrea e padre maori, lotta da sempre contro il pregiudizio e con la sua satira "anti-odio" ha scelto di seguire le orme in questo campo di alcuni dei suoi eroi cinematografici: Mel Brooks, Charlie Chaplin, Ernest Lubitsch e Stanley Kubrick, tutti autori di commedie satiriche su argomenti drammatici e - nel caso dei primi tre - proprio sul nazismo. Anche Roberto Benigni con La vita è bella e Quentin Tarantino con Bastardi senza gloria hanno messo alla berlina il nazismo. "I nazisti sono stati presi in giro al cinema fin dagli anni Quaranta, quando erano ancora una minaccia globale e avrebbero potuto ridere per ultimi". Come ha detto una volta Mel Brooks: "Se riesci a rendere ridicolo Hitler, hai vinto", ha dichiarato Waititi.

Ovviamente un film del genere suscita sempre controversie e forti reazioni anche da parte di chi è coinvolto direttamente: si dice che il padre del comico ebreo Jack Benny abbia abbandonato la sala in cui si proiettava Vogliamo vivere di Lubitsch per lo shock di vederlo indossare una divisa nazista. Ma il film ha commosso intere generazioni ed è ancora oggi considerato un capolavoro esemplare che commuove, diverte e fa riflettere. La storia adattata da Waititi per il suo film è tratta dal romanzo della scrittrice belga-neozelandese Christine Leunens, pubblicato nel 2004, “Caging Skies”, che in Italia ha avuto il titolo Come semi d'autunno. Il libro racconta la storia di un ragazzino della gioventù hitleriana che scopre che la madre ha nascosto in soffitta una ragazza ebrea. L'Hitler immaginario è invece frutto della fantasia di Waititi. "Sapevo di non voler fare un dramma puro e semplice sull'odio e il pregiudizio – ha dichiarato a questo proposito il regista - “Quando qualcosa mi sembra un po' troppo semplice, mi piace portarci il caos. Ho sempre creduto che la commedia fosse il modo migliore per far sentire più a suo agio il pubblico. In JOJO RABBIT coinvolgo il pubblico con la risata, e quando ha abbassato la guardia inizio a inserirci questo carico di dramma che in questo modo colpisce maggiormente.

 

Dopo aver raccontato le difficoltà di dividere casa di alcuni vampiri nella Nuova Zelanda di oggi e aver addizionato umorismo nella serie Marvel dedicata a Thor, il lanciassimo Taika Waititi rischia una delle operazioni più delicate al cinema: ironizzare su Hitler e l’Olocausto. Si avventura, insomma, nel territorio de La vita è bella e Train de vie, di Lubitsch e Chaplin. Non si nasconde, in JOJO RABBIT, mettendoci direttamente la faccia, è infatti lui a interpretare l’amico immaginario, cioè proprio Adolf Hitler, di un ragazzino di dieci anni della Germania di provincia, JoJo Betzler, che durante la Seconda guerra mondiale è un fanatico membro della gioventù hitleriana e si nutre del culto del nazismo, soprattutto rappresentato dalle divise e dalla svastica. Un approccio simile al tifo sportivo, il suo, in cui la divisa è la maglietta della squadra portata a spasso con orgoglio. Lo vediamo partecipare a un campo di addestramento della gioventù hitleriana che ci mostra subito le intenzioni satiriche di Waititi, con la chapliniana messa alla berlina di rituali e gesti, come il saluto Heil Hitler da ripetere con slancio degno di miglior causa. È un addestramento messo in scena come fossimo fra gli scout di Wes Anderson, che assume il punto di vista nazista per demolirne la portata tragica, attraverso l’esposizione delle ridicole pomposità dei propri rituali, anestetizzandone il messaggio violento. È in particolare l’antisemitismo la costante cantilena che accompagna ogni loro rituale, alzando sempre l’asticella dell’inverosimile ad accompagnare ogni raffigurazione e rievocazione dell’alieno, del nemico interno da sterminare.

Proprio fallendo un rito di iniziazione alla violenza, il nostro JoJo assume il soprannome del titolo, mostrandoci la complessa ricerca di accettazione da parte di un bambino sensibile, a cui è morta la sorella e il padre è sparito da tempo in guerra. Vive con la madre, una sempre sorridente e paziente Scarlett Johansson, che passa le giornate in giro per il paese in bicicletta; in realtà è impegnata nella resistenza. Ha un solo amico vero, sovrappeso e con gli occhialoni, che viene bullizzato almeno quanto lui. Sono i ‘diversi’, ignorati dal gruppo, paradossalmente come quegli ebrei che anche loro si divertono a rappresentare come creature mostruose e quasi demoniache. Proprio come fosse un film horror, Waititi gira la sequenza in cui il piccolo JoJo scopre che la madre nasconde in soffitta, all’interno di un nascondiglio ricavato dietro a una parete, una ragazza ebrea, una sorta di Anne Frank, interpretata dalla promettente Thomasin McKenzie, anche lei neozelandese e ottima protagonista di Senza lasciare traccia. “Tu non sei nazista, ma sei solo un bambino di dieci anni che ha bisogno di sentirsi parte di un club”, ci mette poco la sveglia ragazza a far cadere la maschera del piccolo JoJo, contribuendo a demolire i suoi idoli, facendogli osservare con mano, e con i suoi occhi, la mistificazione della propaganda antiebraica. Non è certo un mostro diabolico, lei, anzi, è una dolce adolescente a cui è stata interrotta la possibilità di sognare un futuro, innamorata del suo fidanzato, e di cui il nostro JoJo presto si innamorerà, o almeno ci saranno per lui le prime “farfalle nello stomaco”. Il film di Taika Waititi è un coming of age, un romanzo di formazione, costruito come una favola nera, quella che JoJo accetta (inizialmente) di raccontarsi e in cui credere, in linea con la spiritualità superomistica nazista. Sarà il passaggio dalla propaganda, rinchiuso nella sua cameretta, a una realtà vista in prima persona, a segnare la sua crescita, a permettergli di varcare la linea d’ombra durante anni eccezionali come quelli di guerra. Cosa c’è più innaturale, per un bambino, di crescere senza costruirsi con la fantasia un suo immaginario, ma subendone uno imposto, fatto di violenza e umiliazione del diverso?

 (www.comingsoon.it)

(…) Il racconto diventa costruzione di uno spazio e scrittura di un corpo emergenti come conseguenze materiali del verbo nazista, condensato nel simbolismo che pervade gli spazi a partire dalla camera di Jojo, santuario dedicato alla figura idolatrata e interiorizzata di Hitler. Gli ambienti non si rivelano come semplici riflessi del proprio presente, ma si elevano a organismi autonomi, manifestazione del Male, restituito dalle finestre aguzze sui tetti, simili a occhi mostruosi che controllano la libertà dell'individuo, per il quale la morte è divenuta un mero ornamento, parte integrante dello spazio collettivo. La collocazione dei personaggi nell'inquadratura compartecipa alla loro iscrizione nell'ambiente fagocitante del potere, che interessa tanto i sostenitori quanto gli oppositori, come nella prima apparizione di Sam Rockwell in una sub-inquadratura data da un'impalcatura sopra cui si erge uno stemma nazista, o nel momento in cui Scarlett Johansson, perfettamente centrata, appare visivamente circondata da bandiere del partito e soldati sullo sfondo, mentre osserva dei cadaveri appesi.

In questo spazio, devastante e devastato, Jojo è l'emblema di una frammentazione fisica e identitaria, restituita dal rapido montaggio iniziale che disarticola il suo corpo in piani ravvicinati che inquadrano gli stemmi della sua divisa, simboli della sua manipolazione e della futura frammentazione "cubista", paragonato a un quadro di Picasso per le ferite in viso riportate da un'esplosione durante l'addestramento nella Jungvolk. Introdotto mentre si riflette allo specchio, oggetto associabile alla costruzione dell'Io, Jojo ridefinisce la propria identità in un racconto inaugurato e concluso da due sequenze esemplificative, scandite da binomi conflittuali (interno/esterno, silenzio/musica, riflesso/realtà, solitudine/compagnia, parola/mutismo) ma accomunate dall'incisività del campo controcampo, che avvia e termina la traiettoria di uno sguardo che non rivendica solo se stesso ma si riconosce in un'alterità non più ripudiata, riappropriandosi, mediante la danza, di un corpo e di un'identità infranti.

(www.mymovies.it)