Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

Schede dei film

Elenco schede film

Judy

Regia: Rupert Goold

INTERPRETI: Renée Zellweger, Finn Wittrock, Rufus Sewell, Michael Gambon, Jessie Buckley, Bella Ramsey, Richard Cordery, Andy Nyman, Royce Pierreson, Darci Shaw, Daniel Cerqueira, Lewin Lloyd

SCENEGGIATURA: Tom Edge

FOTOGRAFIA: Ole Bratt Birkeland

MONTAGGIO: Melanie Oliver

MUSICHE: Gabriel Yared

DISTRIBUZIONE: Notorious Pictures

NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, 2018

DURATA: 118 min.

 

Candidato al Premio Oscar, 2020

 

Premio Miglior attrice in un film drammatico

ai Golden Globes, 2020

PRESENTAZIONE E CRITICA

 

 

Alla fine dell'arcobaleno la povera Judy Garland non aveva trovato il segreto della felicità come racconta il film JUDY, ma cinque matrimoni, depressione, alcolismo e dipendenza. La storia della grandissima artista capace di conquistare il pubblico mondiale nella parte di Dorothy ne Il Mago di Oz ma anche da adulta in È nata una stella (di George Cukor) è al centro del biopic firmato da Rupert Goold. Nell'ultimo periodo della sua vita, la Garland è ancora un nome che suscita ammirazione e il ricordo di un'età dell'oro del cinema americano, ma è anche sola, senza più la voce di una volta, senza un soldo e senza un contratto, perché ritenuta inaffidabile e dunque non assicurabile. Per amore dei figli più piccoli, è costretta ad accettare una tournée canora a Londra, ma il ritorno sul palco risveglia anche i fantasmi che la perseguitano da sempre.

 

Il Mago di Oz fu il capolavoro dell'era degli Studios, un film in un certo senso senza regista (ne ebbe quattro), in cui ogni reparto lavorava alacremente sotto la guida di Louis B. Mayer e tutto era fatto ad arte e tutto era artefatto.

La stessa Judy Garland divenne una creatura della MGM, che la portò al successo mondiale, le tolse il sonno, l'appetito e le impose una dieta a base di sonniferi e antidepressivi che non fu mai in grado di abbandonare. Il biopic di Rupert Good, già regista di un dramma sul furto d'identità (True Story), insieme all'interpretazione, straziante, di Renée Zellweger, sono qui per dire che dietro le torte di compleanno di plastica, dietro gli abiti di scena e le regole della finzione, c'era una donna che ha sofferto veramente, che ha amato lo show business come un genitore, cercando il suo applauso prima di ogni cosa, e da esso è stata divorata. Naturalmente Judy Garland non è stata solo Dorothy Gale, ma la ragazzina del Kansas che cantava il suo sogno appoggiata allo steccato, è diventata un'icona immortale e la Zellweger mette i brividi, tirata e ingobbita, per come riesce a replicare il suono della sua voce nel parlato, mentre il copione si muove avanti e indietro tra il '39 e il '69, rinnegando tutto il resto per concentrarsi sull'inizio e la fine, il patto col diavolo e il momento in cui questo ha cominciato a chiedere il conto. "There's no place like home", sentenziava Dorothy alla fine della sua avventura in technicolor. E Judy ribadisce il concetto, da una prospettiva più drammatica e terminale. L'attrice non ha una casa, né i soldi per pagarla; perciò è costretta a esibirsi per denaro, lontana dai figli, facendo "famiglia" con chi le concede un po' di tempo e di compagnia disinteressata. Più della figura di Rosalyn Wilder, che si occupò della star durante la tournée londinese al The Talk of the Town e la cui consulenza è stata preziosa in sede di scrittura del film, ma che sullo schermo non ha ruolo che superi più di tanto la sua funzione, convince, in questo senso, l'incontro con la coppia di fan inglesi, l'approdo notturno nella loro cucina e le lacrime al pianoforte: il miglior surrogato di calore domestico che la diva potesse trovare.

 

Sebbene non aggiunga nulla a quanto già noto, e denunci abbastanza apertamente la sua ispirazione teatrale, JUDY è il ritratto riuscito di un dramma esistenziale, che sposa e regge un registro difficile com'è quello del "compassionevole" al cinema, senza cercare a tutti i costi l'equilibrio con la commedia, ma lasciando che essa si affacci solo tra le righe, amarissima, grazie alle straordinarie doti da animale da palcoscenico di Judy Garland e, in questo caso, di Renée Zellweger.

Nei panni dell'attrice e cantante troviamo una straordinaria attrice che per la critica americana con questa interpretazione torna ad essere seriamente candidata all'Oscar. Dimentichiamoci la tenerona del Diario di Bridget Jones, siamo davanti ad un altro fisico, scolpito, magrissimo e a volte segnato che abbiamo scoperto nella serie What/If. Una Zellweger (premio Oscar nel film Ritorno a Cold Mountain come attrice non protagonista) che risulta perfetta nei panni della Garland tanto da cimentarsi lei stessa nelle canzoni che costellano il film e che rimarcano altrettanti momenti importanti della storia.

 

(www.mymovies.it)

 

 

Si vede poco la mano del regista, in JUDY, e questo è forse l'unico difetto di un film che subisce paradossalmente proprio quella che è anche la sua scelta più felice, cioè quella di affidarsi completamente ad una protagonista straordinaria, in grado di dimenticare e stessa e cancellare la propria personalità e il proprio ego per indossare non solo i panni ma la pelle stessa di Judy Garland, che torna letteralmente in vita in una delle prove attoriali più incredibili a cui abbiamo mai assistito, tanto che non possiamo fare a meno di domandarci l'effetto che farà ai figli della diva rivederla sullo schermo. Sotto contratto per 15 anni, Judy divenne a 13 proprietà della MGM del terribile padre padrone Louis B. Mayer nel periodo in cui lo Studio System allevava i suoi attori come polli d'allevamento o cavalli di razza, dettandone non solo l'immagine pubblica ma anche la vita privata e l'aspetto fisico. La paffutella e insicura adolescente del Michigan venne così sottoposta a continue umiliazioni, costretta a prendere pastiglie di amfetamina per stare sveglia e sonniferi per dormire e soprattutto – ed è la cosa più atroce – a non mangiare.

L'idea della fame unita alla fama, dei ricatti sul cibo e di un mondo sconosciuto in cui i dolci di compleanno sono di cartone e addentare un hamburger, così come fare un tuffo in piscina, sono atti di ribellione impensabile puniti severamente, è quella che colpisce forse anche più di tutto il resto. Per questo la scena in cui Judy, alla fine delle sue performance londinesi, assaggia un dolce preparato in suo onore, quasi sorprendendosi di quanto sia buono, ci commuove. Se sopra dicevamo che il regista, schiacciato da una prova attoriale tanto forte, si nota appena, il suo tocco c'è, ed è importante: nella struttura circolare del racconto e nella scelta di mostrare sempre e solo il dietro le quinte di un mondo coloratissimo di cartapesta, in cui quello che per altri è il sogno diventa l'incubo e la prigione della protagonista. JUDY è un film intriso di sofferenza: quella di essere una madre e non poter prendersi cura dei propri figli, di un desiderio d'amore tanto forte da aggrapparsi a un uomo come all'ultima spiaggia, salvo poi ritrovarsi responsabile anche per lui, il dolore di una donna intelligente, sensibile e spiritosa che si ritrova sola dopo una vita in cui gli altri hanno sempre deciso per lei, rendendola incapace di farlo e, ovviamente, quello di una alcolizzata e tossicodipendente costretta dalla fama.

Quello che è apprezzabile, in questo biopic, è l'averlo incentrato su un periodo limitato della vita della protagonista di È nata una stella: una serie di concerti al Talk of the Town di Londra nel 1969, fatti essenzialmente per guadagnare i soldi necessari per evitare la bancarotta e mantenere la custodia dei figli, quando al cinema ormai per i suoi problemi che la rendevano inaffidabile nessuno era più disposto ad ingaggiarla. Come lo è stata per Marilyn Monroe, morta 5 anni prima, Hollywood è la vera madre crudele di queste creature tanto idolatrate e calpestate come bambole di stracci una volta spremute fino al midollo. Londra ha sempre amato Judy e la accoglie a braccia aperte, ma tutti, inclusa lei, sanno che la sua voce non è più quella di un tempo e che è divorata dalla paura e dall'insicurezza. Eppure, sul palcoscenico di un nightclub che non è nemmeno paragonabile al Carnegie Hall dei suoi tempi d'oro, Judy a tratti si ritrova. Incanta il pubblico e dimentica se stessa quando apre bocca e dalla sua meravigliosa ugola danneggiata (un tentativo di suicidio un paio di anni prima l'ha costretta a una tracheotomia) escono le note di "The Trolley Song", dal film Incontriamoci a Saint Louis, o di Come Rain or Come Shine. Ci sono sere, però, in cui si blocca, dimentica le parole, arriva in mostruoso ritardo e parla in un modo che rivela la sua assunzione di alcool o di farmaci. E lì il pubblico, impietoso e irriconoscente, la offende e le tira addosso cibo. Vicino a lei, c'è Rosalynd Walker, l'assistente "no-nonsense” che le hanno messo al fianco per spingerla sulla scena, incoraggiarla, tenerla a bada, e che ha fatto da consulente a Rupert Goold, raccontando una serie di aneddoti utilizzati nella storia, così come sono state usate ricreandole in una scena, le impietose interviste televisive, in cui Judy si trovava alla mercé dell'intervistatore, pronto a farle domande scomode e intime, che ancora una volta la vedevano indifesa davanti al pubblico. A fare da contraltare a questa crudeltà, nel finale gli autori immaginano una commovente scena che non vi raccontiamo, ispirata alla sua canzone più famosa (preparate i fazzoletti).

Tra le molte cose contenute nel film – tratto dalla pièce teatrale di Peter Quilter, End of the Rainbow – c'è anche il commovente incontro con una non più giovane coppia gay, inventato ma plausibile per una donna che è stata sempre un riferimento per la comunità LGBT, e che a notte fonda si fermava a parlare e bere coi fan. Un po' più di maniera la rappresentazione del suo ultimo enorme sbaglio: il matrimonio con Mickey Deans, giovane e arrivista, interpretato con un po' troppa enfasi da Finn Wittrock. Pochi mesi dopo queste cinque sofferte settimane sul palco, il 22 giugno 1969 Judy Garland moriva a Londra. A trovarla senza vita nel bagno della loro abitazione fu proprio Deans: il sogno di Dorothy Gale si era infranto per sempre alla fine dell'arcobaleno ma la sua leggenda è arrivata fino a noi e rivive anche grazie alla passione di un'attrice, Renée Zellweger, capace di evocare non solo l'aspetto di questa grande star, ma soprattutto l'anima.

 

(www.comingsoon.it)