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Schede dei film

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La vita straordinaria di David Copperfield

Regia: Amando Iannucci

INTERPRETI: Dev Patel, Tilda Swinton, Hugh Laurie, Peter Capaldi,

Ben Whishaw, Paul Whitehouse, Aneurin Barnard, Morfydd Clark, Daisy May Cooper, Benedict Wong, Gwendoline Christie, Anthony Welsh

SCENEGGIATURA: Simon Blackwell, Armando Iannucci

FOTOGRAFIA: Zac Nicholson

MONTAGGIO: Mick Audsley, Peter Lambert

MUSICHE: Christopher Willis

DISTRIBUZIONE: Lucky Red

NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, USA, 2019

DURATA: 119 min.

David Copperfield nasce nell'Inghilterra industriale senza padre e senza sconti. Curioso e vivace, è allevato dalla madre e dall'amorevole governante. A spezzare l'idillio arriva Mr. Murdstone, uomo intransigente e crudele che sposa la madre e lo spedisce a Londra a lavorare nella sua fabbrica 'di cristallo'. Tra una bottiglia e l'altra, David cresce in intelligenza e sopporta stoicamente i soprusi del mondo. Almeno fino alla morte della madre. Pieno di collera, si ribella al patrigno e ripara dalla zia Betsey che lo aiuterà a terminare gli studi e a trovare un lavoro nello studio di Mr. Spenlow. Tutto sembra andare a meraviglia, ma la vita non ha ancora finito di metterlo alla prova mentre cerca un 'nome', una moglie e una storia da raccontare.

La storia di David Copperfield è spaventosamente triste. Lo sono di sicuro le prime duecento pagine del romanzo. Ma la sua vita è raccontata con una tale ironia e un tale slancio che la attraversiamo senza difficoltà. I personaggi sono irresistibili e la narrazione in prima persona dona immediatamente il tono e il punto di vista del protagonista e del suo autore, uno scrittore popolare che ha contribuito a mettere in agenda pubblica la tutela dell'infanzia.

Di estrazione sociale modesta, a immagine dei suoi piccoli eroi, Charles Dickens ha denunciato pagina dopo pagina la miseria e lo sfruttamento minorile. Di tutti i suoi 'figli', David Copperfield era il suo preferito. Del resto, è il suo romanzo più autobiografico, trasfigurazione folgorante della sua infanzia e della tenace realizzazione di sé, ma il meno rappresentato al cinema, l'ultima versione risale al 1969 (David Copperfield).

Racconto atemporale, dunque moderno, LA VITA STRAORDINARIA DI DAVID COPPERFIELD è un elogio alla perseveranza in un mondo di mostri e di personalità eccentriche, a cui Armando Iannucci ridona vita e smalto. Il re della satira britannica, a grana grossa e pensiero fine, che ha studiato letteratura inglese a Oxford e conosce Dickens come le sue tasche, recupera l'essenza stilistica dell'autore e ri-arrangia un classico della letteratura.

Lontano dalle atmosfere sinistre alle quali ci hanno abituato gli adattamenti di Dickens, Iannucci sottolinea la dimensione comica e politica del racconto e conferisce alla sua trasposizione l'humour assurdo già sperimentato nelle precedenti realizzazioni (In the Loop, Morto Stalin, se ne fa un altro).

L'autore disegna una traiettoria di montagne russe emozionali svolgendo un'epopea unica: un'infanzia di povertà che conduce fino allo statuto d'autore di successo. Con la complicità di Simon Blackwell (The Thick of it, Veep), Armando Iannucci rimette in prospettiva il passato e pratica il color-conscious casting, rompendo con tutte le forme di naturalismo e distribuendo i ruoli ad attori di tutte le origini.

Avverso alla Brexit e alla vocazione separatista del Regno Unito, firma una variazione fantasiosa sul classico inglese e sul tema della formazione, invitando alla corte (dei miracoli) di Charles Dickens una spettacolare diversità di fisionomie che incarnano personaggi scritti per e destinati a uomini e donne bianche.

A partire dal suo protagonista, l'attore britannico Dev Patel, LA VITA STRAORDINARIA DI DAVID COPPERFIELD si libera con insolenza dal giogo dell'accuratezza storica. Col film di Iannucci non ci imbarchiamo sulla macchina del tempo, assistiamo alla creazione di un mondo che non è mai esistito ma che si inscrive pienamente nell'epoca in cui viviamo. Sorpresi o scettici, poco importa, lo scopo del film è di farci vivere l'odissea di un ragazzo che inciampa nella sfortuna ma trova la sua identità nella Londra della Rivoluzione industriale.

Iannucci incanta e avvince con un adattamento audace che dissolve l'illusione dell'immersione al quale aspirano tanti creatori di fiction storiche o letterarie. La ricchezza formale del film, che accelera il ritmo, capitola le scene come fondali, proietta i ricordi sulle pareti, fa eco all'ottimismo del suo protagonista.

Il décor fuligginoso dei romanzieri del XIX secolo lascia il passo a una messa in scena poetica che trascende le prove e le umiliazioni della società industriale. Iannucci ricostruisce alcuni archi narrativi e ne abbandona altri, aprendo 'teatralmente' sulla vita adulta di David Copperfield, che si presenta al suo pubblico, prima di tuffarlo letteralmente nel suo passato per assistere alla sua nascita. Iannucci accentua l'aspetto favolistico della sua ascesa, mantenendo il realismo sociale in ebollizione. Come l'entusiasmo del suo eroe che lotta per 'farsi un nome'. Perché alla fine quella di Copperfield è soprattutto la storia di uno scrittore e Iannucci insiste sul tema in ogni scena, o quasi. Mettere delle parole su carta è un atto di autodeterminazione. Per David, che scarabocchia febbrilmente i suoi ricordi, le scelte negate nella vita, si inverano adesso sulla pagina

 (www.mymovies.it)

 

Furio Scarpelli vedeva nei romanzi di formazione di Charles Dickens uno dei fondamentali punti di partenza per fare cinema. Solo in quelle storie, sosteneva il grande sceneggiatore, si muove una partecipazione umana verso le cose della vita che passa attraverso un’ironia possibile solo perché prodotto del dolore. Può esistere commedia senza dolore? No.

Tra film e miniserie, del capolavoro di Dickens esistono moltissimi adattamenti, ma nessuno somiglia a LA VITA STRAORDINARIA DI DAVID COPPERFIELD (peccato che l’anodino titolo italiano sostituisca l’originale The Personal History). Dietro questa trasposizione di spiazzante leggerezza ci sono Armando Iannucci (già alla regia del magnifico Morto Stalin, se ne fa un altro) e Simon Blackwell, che con grande amore per il romanzo interpretano fedelmente l’avventura umana del protagonista rivendicando l’adesione al registro umoristico e senza minimizzare o annullare per un secondo il peso specifico del dramma.

Respingendo la seriosità di troppi adattamenti che hanno imbalsamato la storia nel perimetro calligrafico, gli autori abbracciano la commedia e le sue forme, passando attraverso l’utilizzo di marche tipiche provenienti dal muto, dai film slapstick, dalle vignette, nonché caratterizzazioni di personaggi drammatici che si manifestano comicamente (o viceversa: indicativo l’ingresso in scena della zia, Tilda Swinton al di là di ogni elogio, con la faccia schiacciata sulla finestra).

Dal palcoscenico, il protagonista accompagna gli spettatori nella sua vita, entrando attraverso il fondale al suo primo giorno di vita: è il primo di una serie di meccanismi narrativi con cui assistiamo all’autonarrazione di David, impegnato per tutto il corso della vita a immortalare frasi, espressioni, modi di dire su pezzi di carta, tasselli di un ideale puzzle esistenziale che potrà ricomporsi solo nel finale.

Non è solo il racconto di un personaggio che viene messo di fronte a mille ostacoli (un patrigno crudele, lo sfruttamento minorile, adulti che si approfittano della sua ingenuità, la morte della madre, il declassamento economico), ma anche la costruzione di un autore e di conseguenza la maturazione della sua vena creativa, la reinvenzione dei fatti biografici in una dimensione romanzesca, la ricerca dell’identità (ognuno lo chiama con un nome diverso), l’irruzione nella realtà di visionarie immagini letterarie (la mano del patrigno che invade la casa-barca, i capelli dell’amata nello skyline londinese, la trasmissione orale che prende vita su tende e pareti).

Nel contesto di un’Inghilterra vittoriana ripensata più con spettacolare teatralità e tinte sgargianti che seguendo la prevedibile e minuziosa ricostruzione d’epoca, Iannucci e Blackwell orchestrano un’ammirevole corale che traduce lo spirito contemporaneo dell’opera nella scelta di un casting inclusivo. Non cadiamo nella trappola di leggerla come un ammiccamento alle politiche di una rappresentazione più aperta e diversificata, ma come un altro modo di testimoniare il rifiuto del naturalismo e rimarcare lo spirito contemporaneo di una storia legata al suo tempo e al contempo che lo trascende.

A partire da uno strepitoso Dev Patel che pare nato per la parte, sono tutti attori britannici ma originari da mille altrove (Benedict Wong da Hong Kong, la svedese Morfydd Clark che fa sia la madre che l’amata, Nikki Amuka-Bird nata in Nigeria e qui dama dell’alta società). È un cast clamoroso e non si possono non citare Ben Whishaw come viscido e ambizioso arrampicatore e Hugh Laurie, meraviglioso nel ruolo di uno svanito cugino ossessionato dalla testa decapitata di Carlo I e che si salva (un po’) dalle nevrosi grazie agli aquiloni.

(www.cinematografo.it)