Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

Elenco schede film

Non odiare

Regia: Mauro Mancini

INTERPRETI: Alessandro Gassmann, Sara Serraiocco, Cosimo Fusco, Lorenzo Acquaviva, Luca Zunic

SCENEGGIATURA: Davide Lisino, Mauro Mancini

FOTOGRAFIA: Mike Stern Sterzynski

MONTAGGIO: Paola Freddi

DISTRIBUZIONE: Notorious Pictures

NAZIONALITÀ: Italia, 2020

DURATA: 90 min.

 

In Concorso alla Settimana Internazionale della Critica

del Festival di Venezia, 2020

È innervata da una coraggiosa ambizione l'opera d'esordio di Mauro Mancini: un'ambizione a cui non possiamo che rendere merito: affrontare di petto la questione dell'antisemitismo, e in particolare la sua matrice legata a un retaggio nazifascista, significa infatti andare a toccare un nervo scoperto della storia italiana, su cui troppo in fretta è stato fatto calare il sipario; ma non è l'unico tema di peso su cui si regge il film di Mancini, pur nella sostanziale essenzialità dell'intreccio. Ad introdurre tali tematiche, innescando da subito conflitti profondi nei personaggi, sono già le due incisive scene d'apertura di NON ODIARE. Nel prologo, un bambino viene messo di fronte a una dolorosa "scelta di Sophie" da parte del padre, che porta impressi sul braccio i segni della sua permanenza in un campo di concentramento; ma a quell'iniziale confronto con la morte ne segue, dopo un salto temporale di diversi decenni, un altro ancora più traumatico. Il bambino, Simone Segre, è diventato adulto (con il volto di Alessandro Gassmann) e si trova ad assistere a un incidente stradale; Simone, che di professione fa il chirurgo, soccorre prontamente il guidatore rimasto ferito, salvo scoprire tatuata sul petto dell'uomo l'atroce sagoma di una svastica.

Per il protagonista non si tratta solo di un faccia a faccia con il Male, ma di una sofferenza ancora più intima, legata al passato familiare; e, da quel momento in poi, della coscienza di dover convivere con un senso di colpa che lo indurrà a contattare Marica, la figlia primogenita del nazista, e ad assumerla come colf per fornire un sostegno economico a lei e ai suoi due fratelli, il piccolo Paolo e l'adolescente Marcello. E appunto Marcello appare come un'altra figura-chiave nell'evoluzione del racconto: un giovane rabbioso e violento, che frequenta gruppi di naziskin e non ha alcuna intenzione di accettare che la sorella lavori alle dipendenze di un ebreo.

Cosa può spingere un ragazzo del ventunesimo secolo ad abbracciare la folle ideologia nazista e a coltivare un odio tanto feroce e 'gratuito'? L'eterno interrogativo sulla "banalità del male", e soprattutto sulla sua genesi, riecheggia ovviamente nel personaggio di Marcello, ma il film non approfondisce tale aspetto. Mauro Mancini, anche autore della sceneggiatura insieme a Davide Lisino (lo script è ispirato a un caso di cronaca avvenuto in Germania), prima di questo debutto aveva diretto numerosi cortometraggi, spot TV e due video musicali per Simone Cristicchi; NON ODIARE rappresenta dunque un banco di prova quanto mai impegnativo, che Mancini affronta optando per un apprezzabile rigore narrativo e per uno stile 'asciutto' e controllato, pure quando il film, nell'ultima parte, si addentra nei territori del thriller.

In realtà, è più che altro un'incursione: una rapida svolta noir costruita in maniera fin troppo frettolosa, al solo scopo di far sì che i percorsi di Simone e di Marcello arrivino a un inaspettato punto d'incontro. Per entrambi in fondo, così come per Marica, esiste una comune inquietudine, un nodo irrisolto: l'ingombrante legame con il ricordo paterno e con il suo relativo carico di malessere. Più ambiguo quello di Simone, che proprio negli stessi giorni deve ripulire la villa del padre (morto poco tempo prima), più netto quello di Marica e Marcello: per lei si esprime nel malinconico desiderio di un 'altrove', per suo fratello in un istinto verso l'odio, messo però in crisi nel finale (dove l'elemento del sangue, e del passaggio del sangue, non potrebbe essere più simbolico).

(https://movieplayer.it)

 

(…) Lo spunto più interessante del film riguarda gli attori, il loro modo di mettere in scena i personaggi e il modo in cui la scrittura tratta in maniera originale gli stessi, perché mai rinchiusi in uno stereotipo o nel già visto. Il ricco chirurgo ebreo è un single, non ha una famiglia, una casa molto grande e l’apparente desiderio di liberarsi da un’eredità paterna che sembra ingombrante. La giovane protagonista invece sceglie di sacrificarsi per i fratelli, abbandonando un’aspettativa di vita che le piaceva per provvedere a loro dopo la morte del padre filo fascista, eppure, nonostante sia chiaramente contraria all’approccio del padre alla vita e alla sua ideologia, ne parla sempre con tenerezza. Il fratello mezzano, che vuole a tutti i costi percorrere il sentiero paterno, invece, si rivela quello che è, un ragazzino con tante idee confuse nella testa, idee che non capisce davvero ma che segue ciecamente.

Per tutti e tre questi personaggi ci sono degli interpreti assolutamente superbi, con Gassmann e Serraiocco che consegnano due interpretazioni molto delicate e gentili e con il giovane Luka Zunic, vera e propria rivelazione del film. Il suo volto dai tratti angelici, gli occhi chiari e profondi, si scontrano con la ruvidità che il suo personaggio ostenta e che, in fondo, non gli appartiene.

Fedele al titolo dell’opera, NON ODIARE, Mancini mette in scena dei figli orfani che cercano la redenzione e l’affermazione da parte dei padri defunti. Occupano capi opposti di una linea retta, ma tutti gli eventi e i comportamenti che assumono nel corso della vicenda li portano ad avvicinarsi, a cercare gli uni negli altri, gli elementi di similitudine e non quelli di contrasto, allontanandosi così dall’odio.

(www.cinefilos.it)

 

(…) Appoggiato sulle spalle del suo protagonista, NON ODIARE sonda i limiti del perdono e affida ad Alessandro Gassmann il suo ruolo più bello e viscerale. L'attore abita il dolore e lo restituisce con una performance rigorosa e implacabile nel rifiutare la grazia. Il percorso, lungo e doloroso, incrocia quello di un fascista in erba che non ha davvero idea di quello che dice e di quello che fa.

Alla maniera di Simon Wiesenthal (Il Girasole), di cui per caso o forse per intenzione porta il nome, Simone Segre non cessa di combattere un fascista quando ne vede uno, di 'farsi giustizia' almeno fino al giorno in cui qualcosa si spezza. La crisi annuncia una possibilità, quella di confrontarsi con quell'odio sempre attuale, sempre terribile. È possibile perdonare l'imperdonabile? Il titolo del film sembra indicare la via migliore, una strada percorribile a doppio senso. Ma le cose non sono così semplici, al cinema come nella vita.

L'impossibilità di dimenticare è il fondamento che costituisce il protagonista, cresciuto da un padre che vediamo solo nel prologo. Un prologo che risale il tempo e la memoria dichiarando allo spettatore che non c'è niente altro che la sofferenza a fondare Simone. La riva di un fiume, dove è costretto a scegliere chi salvare e chi annegare, diventa il suo luogo d'origine. (…) L'ebraicità del protagonista serve al regista una riflessione sulla nuova eruzione di antisemitismo e sul vecchio antisemitismo di estrema destra. Un segno barbaro che è necessario sorvegliare per evitare che abbia un'avvenire politico.

 (www.mymovies.it)

 

(…) NON ODIARE sembra schierarsi con la forza di una dichiarazione urgente proprio mentre al Lido si dibatte sulla legittimità del cinema di scardinare la necessità dell’impegno obbligatorio quando si riprende il Medio Oriente. L’esordio di Mauro Mancini ribadisce proprio la domanda alla base della vocazione sociale del medium: il cinema può ancora tracciare una posizione, indicare una direzione etica non solo all’uso dei segni e delle immagini, ma al loro farsi discorso nella realtà e nel quotidiano? Chi è insomma quel bambino che nel finale tende il braccio destro nel gesto del saluto romano di fronte alla lapide del padre, e cosa significa nel 2020 un’azione simile? Nello sguardo di Sara Serraiocco, la sorella maggiore, che da lontano scopre il riflesso condizionato del fratellino educato alla reverenza fascista, c’è l’abisso del presente italiano (e non solo), e il senso profondo del film di Mancini: da dove viene questo virus? Non avevamo trovato il vaccino decenni fa?

Il regista rifugge da subito qualunque tentativo di indagine sociologica o antropologica, optando per una narrazione e una messinscena minimale, geometrica come le insistite riprese dall’alto o a spiare da lontano da angoli nascosti (lo sguardo di quale entità giudicante?), e traccia le rette di Simone e di Marica lasciando che a parlare sia l’enorme spazio vuoto condiviso nella sontuosa casa di lui, dove la ragazza viene chiamata a fare le pulizie. Ancora una volta queste case-set reggono la metafora del nostro cinema, in contrasto con la casa abbandonata del padre di Simone, stracolma di cianfrusaglie. (…) Il discorso, più che politico, è smaccatamente intimista, tutto in sottrazione, silenzi e sospiri, abbracci e lacrime, a seguire l’esplosiva situazione d’apertura (ispirata a una storia vera), con questo medico ebreo che lascia morire un uomo dopo averlo inizialmente soccorso da un incidente d’auto, quando scopre che quello ha tatuaggi inneggianti le SS e il nazismo. Ma, alla fine, il vero protagonista nascosto di NON ODIARE è forse proprio il fratellino più piccolo, quello che vediamo poco nel film ma che ci lascia con il dubbio più grande riguardo al nostro dovere di farci modello, punto di riferimento, singolo e società.

(www.sentieriselvaggi.it)