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Padrenostro

Regia: Claudio Noce

INTERPRETI: Pierfrancesco Favino, Barbara Ronchi, Mattia Garaci, Francesco Gheghi

SCENEGGIATURA: Claudio Noce, Enrico Audenino

FOTOGRAFIA: Michele D'Attanasio

MONTAGGIO: Giogiò Franchini

MUSICHE: Mattia Carratello, Stefano Ratchev

DISTRIBUZIONE: Vision Distribution

NAZIONALITÀ: Italia, 2020

DURATA: 122 min.

 

Premio Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Pierfrancesco Favino, Festival di Venezia 2020

Parte dentro un tunnel, ha una scena chiave ambientata nel cuore di una galleria buia, c'è gente che non riesce a respirare. Un'opera in cui si avverte per tutto il tempo una forte e pressante esigenza personale. PADRENOSTRO, infatti, rielabora una fondamentale vicenda autobiografica vissuta in prima persona dall'autore quando suo padre, il vicequestore Alfonso Noce, fu coinvolto in un attentato. Era l'Italia della Lazio di Giorgio Chinaglia, de La Linea di Cavandoli che imperversava in tv, di Tex che invadeva le edicole, e soprattutto l'Italia degli anni di piombo. Quella del terrore costante, fatto di autobombe, mitra e passamontagna.

A Noce non interessa il disegno d'insieme, perché ha un altro bisogno impellente a cui dare voce. PADRENOSTRO è un fatto personale, un trauma intimo con cui scendere a patti una volta per tutte. Lo fa in un film volenteroso e imperfetto, dove questa esigenza lampante diventa sia un pregio che un freno. Come un lungo tunnel in cui si aprono tante strade, se ne imbocca qualcuna e nessuna viene percorsa davvero sino alla fine.

"Tratto da una storia vera". Questo si legge nei titoli di testa di PADRENOSTRO. Per evitare di essere troppo esplicito Noce trasla la sua storia sulla famiglia Delle Rose, cambia nomi e cognomi ma non la sostanza di questa storia piena di bisogni frustrati, taciuti, in attesa di una definitiva elaborazione. Il film si apre e si lega per tutto il tempo allo sguardo angelico di Valerio, un bambino di dieci anni con un amico immaginario, una grande passione per il calcio e una famiglia agiata che lo protegge a oltranza, anche quando suo padre viene sparato sotto casa. Valerio assiste alla scena, e la sua vita viene segnata per sempre. Da quel momento PADRENOSTRO scende ad altezza di bambino per guardare il mondo con quegli occhi bisognosi di conferme, affetto e soprattutto risposte. Perché il cuore pulsante del film è nascosto nel rapporto irrisolto tra Valerio e suo padre (un sempre intenso Pierfrancesco Favino). L'attore romano, ormai giunto al suo terzo biopic consecutivo, dà vita a una figura genitoriale davvero ambigua, appare e scompare, è astratto e poi di colpo troppo presente.

La preghiera laica del titolo (che nel finale acquista un doppio significato) implora la risoluzione di questo legame e rende bene l'idea di questo papà che aleggia sul figlio, in bilico tra stima e repulsione, bisogno di amore, possesso e condanna. Il fatto che Noce non ci dia mai informazioni chiare su questo padre (il suo lavoro e la sua posizione morale rimangono volutamente vaghe) da una parte restituisce bene la percezione di Valerio, dall'altra spiazza e disorienta, come se il regista abbia dato alcuni elementi a lui ovviamente noti troppo per scontati.

Quando un film nasce da un'urgenza così impellente non è facile darle voce in maniera equilibrata. (…)  È certo, però, che ricorderemo PADRENOSTRO come un insolito dramma familiare. Una sublimazione cinematografica anomala, in cui un regista adulto inquadra il bambino che è stato, e finalmente lo abbraccia.

 (www.movieplayer.it)

 

PADRENOSTRO non è una ricostruzione dell’attentato dei Nuclei Armati Proletari ad Alfonso Noce e non è nemmeno un film sugli anni di piombo; non è, in ultima analisi, neanche un film autobiografico. O perlomeno, non nel senso stretto del termine. È un film “ispirato a fatti realmente accaduti”, come esplicitato mentre scorrono sullo schermo le primissime immagini. Claudio Noce rielabora il suo trauma ricostruendolo e mettendone in scena le fasi; il tutto senza mai abbandonare il punto di vista del se stesso bambino. Un sé che non è autobiografico ma è più il frutto dell’esperienza diretta del regista unita a quella della sua famiglia. Un bambino il cui tratto dominante è la grande immaginazione, proiettata e rappresentata nel personaggio (ambiguo, misterioso) di Christian. L’elemento chiave dell’immaginazione diventa dominante soprattutto in tutta la seconda parte del film.

Questo dopo un avvio che ricorda da vicino i più classici dei racconti storici e di cronaca italiani. Nella ricostruzione degli ambienti, nella musica che i protagonisti ascoltano alla radio, nei programmi in onda alla televisione. Da questo contesto, Noce prende le mosse per raccontare tramite il personaggio di Valerio il suo trauma personale; un trauma che inizialmente il giovane protagonista è costretto ad affrontare da solo mentre la famiglia – seppur in buona fede – minimizza. Ed è per questa ragione che Valerio si costruisce un suo mondo parallelo, quello stesso mondo di cui entra a far parte Christian.

Tutto ciò che vediamo, tutto ciò che sentiamo è filtrato attraverso il vissuto e le emozioni di Valerio. Fatta eccezione per una singola sequenza – tra l’altro, una delle più efficaci del film – che comunica in maniera intensa ed efficace sensazioni di paura e pericolo imminente. Il punto di vista, qui, è quello di Alfonso, alla guida della sua macchina in Calabria durante una gita di famiglia. Pierfrancesco Favino riesce in una sola scena a comunicare solo con l’espressione del volto e i movimenti nervosi tutta la paura – concreta, reale – del suo personaggio. Ancora una volta conferma di essere un eccezionale trasformista e un interprete versatile e sempre in parte. A confronto con una prova non facile, Favino riesce a dare intensità alla sua performance, restituendo il ritratto profondo e complesso di un padre. Un uomo che per l’opinione pubblica è un eroe, per i terroristi un male da estirpare e per suo figlio la figura di riferimento per eccellenza. Ma la vera sorpresa di PADRENOSTRO è il giovanissimo Mattia Garaci, spesso addirittura in grado di rubare la scena allo stesso Favino. Garaci ha un’espressività naturale e delicata, nei tratti del volto e nei movimenti e riesce ad essere intenso e credibile anche nelle sequenze più difficili. Una di queste si svolge ancora una volta in macchina, in una galleria. Valerio è in viaggio da Roma verso la Calabria con la sua famiglia quando è colto da un attacco di panico. Mattia Garaci è talmente bravo e convincente che per un momento l’aria sembra mancare anche a chi assiste alla scena dalla sala.

(www.filmpost.it)

 

Sono gli anni '70, Valerio di dieci anni e sua madre assistono a un attentato al padre, Alfonso. Mentre è gravemente ferito, un terrorista muore, rendendo molto difficile per il ragazzo sensibile tornare a una parvenza di vita normale. Fino a quando non incontra il tipo di amico che non ha mai avuto: Christian, poco più grande di lui, che compare un giorno, sogghignando per le scarse abilità calcistiche di Valerio, e che poi comincia a girargli intorno. È così misterioso che non si può fare a meno di chiedersi se il piccolo protagonista sia un altro che "vede le persone morte", soprattutto perché non molto tempo prima viene mostrato mentre dà da mangiare al suo amico immaginario, al riparo da occhi indiscreti.

Questa è la parte più interessante del film: la decisione di Noce di attenersi al punto di vista del bambino, qualunque cosa accada. Certamente rende le cose più vaghe, perché con la sala tv trasformata in una “no-go zone”, il piccolo Valerio sa solo quello che gli viene detto, e solo quando lo chiede lui. Ma nonostante gli adulti siano estremamente criptici sulla situazione di Alfonso, il senso di minaccia costante è palpabile. Anche perché suo padre ormai va e viene, e ogni squillo di telefono distrugge il già fragile senso di stabilità. Puoi tenere i bambini all'oscuro di tutto, a quanto pare, ma loro coglieranno comunque quel tanto che basta per essere spaventati.

(https://cineuropa.org)