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Palazzo di giustizia

Regia: Chiara Bellosi

INTERPRETI: Daphne Scoccia, Bianca Leonardi, Sara Short, Nicola Rignanese, Giovanni Anzaldo, Andrea Lattanzi, Roberto Sbaratto, Simone Moretto, Cinzia Morandi, Diego Benzoni, Michele Franco

SCENEGGIATURA: Chiara Bellosi

FOTOGRAFIA: Maurizio Calvesi

MONTAGGIO: Stefano Cravero

DISTRIBUZIONE: Istituto Luce Cinecittà

NAZIONALITÀ: Italia, Svizzera, 2020

DURATA: 84 min.

 

Presentato nella sezione Generation del Festival di Berlino, 2020

Presentato nella sezione Generation del Festival di Berlino, PALAZZO DI GIUSTIZIA segna l’esordio nel lungometraggio di finzione di Chiara Bellosi. Come in tutte le produzioni di Carlo Cresto-Dina, anche qui si percepiscono quelle caratteristiche che rendono del tutto singolari i film curati dalla sua Tempesta.

Lo scrupoloso Cresto-Dina, lo sappiamo, è un produttore diverso dagli altri. L’abbiamo già notato nei lavori di Alice Rohrwacher, Leonardo Di Costanzo, Caterina Carone e Irene Dionisio, tutti cresciuti sotto la sua ala. Instaura con gli autori un dialogo stimolante, ponendosi sempre l’obiettivo di proporre un cinema italiano capace di rivolgersi anche fuori dai confini. Un cinema autonomo, né asfittico né provinciale.

In poco più di ottanta minuti che condensano l’arco di un’intera giornata, PALAZZO DI GIUSTIZIA si chiude tra le mura di tribunale per seguire l’ultima udienza di un processo. Sul banco degli imputati, un giovane rapinatore dietro le sbarre e un benzinaio che, dopo il furto, ha reagito nel peggiore dei modi, sparando e uccidendo il complice del ladro.

Quali sono i confini della legittima difesa? Quanto siamo disposti a comprendere un atto tanto fatale? Tema più che mai contemporaneo, ciclicamente centrale nel dibattito politico. Eppure l’interesse di Bellosi non è principalmente legato alla dimensione civile della vicenda, quanto piuttosto a ciò che gira attorno al processo, a quel che resta fuori.

Mentre l’udienza si consuma seguendo i suoi rituali, una bambina, figlia della vittima, esplora il microcosmo del tribunale con l’incosciente desiderio di scoperta tipico dell’età infantile. E la figlia adolescente di uno degli imputati, che abita con il padre all’imbocco dell’autostrada, troppo lontana dal mondo abitato, coglie l’occasione per fare esperienza delle cose della vita. Entra in contatto con un ragazzo gentile che sta lavorando proprio vicino a lei. Magari qualcosa accadrà, chissà.

Destinate a farsi forza l’un l’altra per arrivare alle porte della notte, le due figlie inevitabilmente subiscono più di tutti i contraccolpi del dolore, anche senza rendersene del tutto conto. Ma il loro ruolo è quello di trasmettere il soffio di speranza necessario per immaginare una vita diversa se non migliore. E dentro l’aula cosa succede? Il benzinaio, che si è fatto giustizia da solo, fa i conti con la propria coscienza. Il ladro, un po’ meno. Il momento più spiazzante è l’incontro al bagno tra la giovane moglie del ladro e il benzinaio. Un breve faccia a faccia silente e durissimo che mette in luce quanto il concetto di vittima sia più complesso delle semplificazioni veicolate dalla cronaca nera.

Bellosi misura il proprio sguardo umanista con il metro del cinema del reale. Osserva e partecipa, registra ciò che accade senza dare giudizi. E intercetta frammenti di autenticità (le pozzanghere, le mani sporche, i distributori) per restituire il senso di un dramma intimo e universale. Preziosi i contributi di Maurizio Calvesi (fotografia) e Christophe Giovannoni, Xavier Lavorel e Vito Martinelli (suono).

(www.cinematografo.it)

 

Ogni istituzione è legata a un luogo, che a sua volta racchiude tanti significati, simboli e una folla che ogni giorno popola una sede che è la proiezione pubblica di quello che viene deciso, o rappresenta, all’esterno, nelle nostre società. Qualcosa che uno dei grandi documentaristi dei nostri giorni, Frederick Wiseman, sa così bene che ha trasformato buona parte della sua produzione nell’osservazione paziente e infinita di mille rituali delle istituzioni e dei luoghi d’America, e non solo. Proprio la sua lezione ha spinto l’esordiente milanese Chiara Bellosi a piazzare il suo sguardo in un Palazzo di Giustizia, in particolare quello della sua città. Inizialmente l’idea era di trarne un documentario, mentre poi giornate di appostamenti nei mille anfratti di quel crocevia di umanità in attesa l’hanno portata a isolare un processo, e soprattutto le persone che nel corso di una giornata, dopo la sentenza, avrebbero visto la vita cambiata per sempre.

Entriamo con discrezione, nella confusione di una mattina in cui il gigante si sta mettendo in moto, passando per il bar, il bagno, le scale, l’atrio ampio e minaccioso della corte d’assise e infine nel cuore dei successivi 84’, nel corridoio su cui si affaccia l’aula in cui si decideranno le sorti di una giovane madre, Angelina, e della figlia di 7 anni, Luce, che ci conducono all’interno dell’antro di questo vero e proprio protagonista del film, il PALAZZO DI GIUSTIZIA.

Le due si siedono da un lato, mentre scopriamo presto che sono in attesa di capire cosa sarà del padre/fidanzato, sul banco degli imputati per aver rapinato un benzinaio insieme a un complice, vittima della reazione del derubato che gli ha sparato, uccidendolo, mentre già i due erano in fuga col malloppo. Dall’altra parte del corridoio un’altra panca, occupata durante l’udienza da una sola persona, poco più giovane di Angelina, l’adolescente Domenica, figlia del benzinaio, a sua volta imputato per l’eccesso di legittima difesa con cui ha reagito.

I due schieramenti sono in attesa, si studiano fra di loro fra silenzi e lampi di ostilità, ma soprattutto riflettendo su cosa succederà a fine serata. Torneranno insieme al loro caro, o da soli? In ogni caso questa giornata come tante altre, rumorosa e attiva, con momenti di silenzio improvvisi durante le udienze nelle varie aule, cambierà il loro destino. Uno dei non pochi meriti di Chiara Bellosi e trasmetterci la netta sensazione, attraverso un racconto minimale e legato a piccoli gesti e solenni attese, come il cambiamento non sarà solo un dramma o uno scampato pericolo, ma le due fazioni, rivolte una di fronte all’altra come prima di un duello western, arriveranno a fine giornata cambiate, avranno a loro modo superato un test di maturità necessario al loro percorso di crescita.

 

Una bella sorpresa, una piccola storia nascosta nelle piaghe più anonime di un enorme macchina emotiva impersonale, l’esordio di Chiara Bellosi ha una sceneggiatura di ferro e si giova di volti e interpreti sempre calzanti. Un plauso speciale, parlando di maturazione, per Daphne Scoccia, in pochi anni passata con credibilità e disinvoltura da adolescente problematica nell'esordio, Fiore, a giovane madre con la famiglia in bilico.

(www.comingsoon.it)

 

Ma alla regista e sceneggiatrice non interessa tanto il procedimento legale quanto i "tempi morti" dell'attesa interminabile delle due figlie fuori dell'aula di tribunale. Due minorenni incolpevoli il cui destino sarà comunque segnato dalle scelte dei padri.

È in questo scarto, in questo capovolgimento dello sguardo e dell'attenzione che risiede l'originalità di PALAZZO DI GIUSTIZIA, che dietro la facciata del courtroom drama racconta una storia di microresilienza giovanile e femminile che non può non fare fronte comune, al di là dei due lati opposti del corridoio e del processo, delimitata dagli spazi austeri e irrealmente geometrici di un tribunale che pretende di rendere quadrato e razionale ciò che è magmatico e primordiale. Bellosi mette a fuoco mille dettagli, frammenti di volti e di corpi, con una regia pulita e attenta, fisica e tattile.

(…)  un altro punto di forza, oltre alla regia e alla scelta di concentrare la narrazione su chi sta fuori dalle aule di tribunale, sono le due giovanissime interpreti: Sarah Short nel ruolo di Domenica e soprattutto l'irresistibile Bianca Leonardi in quello di Luce. La naturalezza di entrambe rende ancora più efficace la loro improbabile alleanza. A completare il quadro la fotografia "sporca" e contrastata di Maurizio Calvesi e le musiche originali di Giuseppe Tranquillino Minerva. Molto interessante il lavoro sul sonoro, in particolare in presa diretta, di Christophe Giovannoni e Xavier Lavorel con il montaggio di Vito Martinelli.

 

(www.mymovies.it)