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Richard Jewell

Regia: Clint Eastwood

INTERPRETI: Sam Rockwell, Olivia Wilde, Jon Hamm, Kathy Bates, Paul Walter Hauser, Nina Arianda, Ian Gomez, Deja Dee, Wayne Duvall, Mike Pniewski, Mitchell Hoog, Niko Nicotera, Billy Slaughter, Dylan Kussman

SCENEGGIATURA: Billy Ray

FOTOGRAFIA: Yves Bélanger

MONTAGGIO: Joel Cox

MUSICHE: Arturo Sandoval

DISTRIBUZIONE: Warner Bros. Pictures

NAZIONALITÀ: USA, 2020

DURATA: 129 min.

Atlanta, Georgia. Richard Jewell è un trentenne sovrappeso che vive ancora con la mamma e si considera un tutore della legge, ma in realtà svolge per lo più lavoretti di sorveglianza. Richard considera sua missione proteggere gli altri ad ogni costo: dunque, durante gli eventi che precedono le Olimpiadi del 1996, è il primo a dare l'allarme quando vede uno zaino sospetto abbandonato sotto una panchina. Questo fa sì che l'attentato dinamitardo del 27 luglio al Centennial Olympic Park abbia esiti un po' meno tragici di quelli previsti dall'attentatore, e Richard diventa l'eroe che aveva sempre sognato di essere: ma la sua celebrità istantanea non tarderà a rivoltarglisi contro e a farlo precipitare dal sogno all'incubo.

Basato sulla vera storia dell'"eroe di Atlanta" e su un articolo intitolato "American Nightmare", RICHARD JEWELL conta fra i suoi produttori Leonardo DiCaprio e Jonah Hill e dà modo a Clint Eastwood di attingere di nuovo alla realtà per affrontare il modo in cui, soprattutto negli Stati Uniti, un essere umano viene issato sull'altare e poi gettato nella polvere sulla base dello storytelling che gli viene costruito intorno. Lo stesso Eastwood conosce bene la claustrofobia di sentirsi cucita addosso una narrazione che non corrisponde alla propria identità: ha impiegato anni a smarcarsi dall'immagine di attore di scarso spessore e acquisire credibilità come autore cinematografico. Persino politicamente la narrazione che lo riguarda è sempre stata poco aderente alla sua reale complessità. RICHARD JEWELL è una parabola su come i centri di potere - qui i mass media e l'FBI - procedano ottusamente ad appiccicare etichette e ad affibbiare ruoli, indipendentemente da quanto rispecchino la vera natura delle persone. Ed è proprio la verità che risiede in Richard Jewell, e che non corrisponde alla profilazione di lui fatta, il cuore pulsante di questa storia.

Eastwood compie una scelta davvero radicale, che verrà probabilmente equivocata da quel pubblico che lo vede ancora come un reazionario: ovvero quella di calare la vicenda in un immaginario cinematografico riconoscibile principalmente attraverso le sue maschere. Così Jon Hamm è un ispettore dell'FBI anni '40 e Olivia Wilde interpreta la sua giornalista d'assalto come uno dei personaggi che hanno reso celebre Barbara Stanwick (e probabilmente indignerà chi si batte per una rappresentazione meno stereotipata e ingenerosa delle donne al cinema).

Clint invece punta il dito proprio sul modo in cui le persone trovano conforto in una narrazione ben codificata, nella quale fanno rientrare - o dalla quale espellono - le sfaccettature della natura umana. Anche l'avvocato del film, Watson Bryant, è un archetipo cinematografico: il cane sciolto, che agisce da solo e ha accanto una donna vera che lo ama sul serio - uno che legge Larry McMurtry e "crede a ciò che crede", non a ciò che gli viene raccontato.

È lui l'alter ego di Eastwood, mentre il protagonista che dà il titolo al film è solo una cartina di tornasole per raccontare un mondo in cui l'oscurità sta sempre dietro l'angolo: non a caso sono innumerevoli le scene in cui l'oscurità lambisce i margini dell'inquadratura, pronta ad inghiottire ciò che è flebilmente illuminato al centro.

Il "Repubblicano" Clint ci mette in guardia conto il rischio di trasformare il mondo in uno stato di polizia e di "diventare uno stronzo se ti danno il ruolo del tutore dell'ordine". E moltiplica all'infinito i suoi schermi mescolando innumerevoli tecniche di ripresa per rappresentare un'epoca in cui le versioni della verità si confondono, si rafforzano o si annullano fuori da qualsiasi logica o ragione: un mondo popolato da figuranti, in cui basta corrispondere allo stereotipo al momento impopolare per finire alla gogna.

(www.mymovies.it)

C’è una battuta quasi all’inizio di RICHARD JEWELL che dice tutto. Dice tutto sul film e sull’icona Clint Eastwood, alla sua quarantesima regia e prossimo ai novant’anni. Un grande Sam Rockwell esorta l’ingenuo Richard, schernito da tutti perché ciccione e un po’ ottuso - ma con il sogno di diventare poliziotto - a non diventare un asshole, uno str.., perché “basta un po’ di potere per fare di una persona un mostro”. È l’idea che il caro, roccioso Clint coltiva da sempre: il vero eroe, il vero patriota, è l’uomo comune, l’“ordinary man”, ma chi fa bene il proprio lavoro dovrà sempre scontrarsi con il Potere, anzi i Poteri. Non era questo, in fondo, anche il destino del suo ispettore Callaghan?

(…) Nel ruolo del buono Richard Jewell c’è un attore strepitoso, tutto da scoprire. Paul Walter Hauser, già valorizzato da I, Tonya e dallo Spike Lee di BlacKkKlansman. I cattivi sono clichè di antipatici potenti: il Federale Jon Hamm, consacrato da “Mad Men” (cioè l’Establishment), la giornalista Olivia Wilde (cioè i Media) e il rettore del campus che aveva licenziato Richard in precedenza (cioè la Cultura ipocrita). Per come lo racconta Clint Eastwood, l’uomo Jewell è uno che sicuramente avrebbe votato per Trump come lui, se non fosse morto di attacco cardiaco nel 2007. È un patriota fanatico di law & order, tiene a casa un arsenale di armi e il suo vero problema è di non passare per omosessuale. Bianco, frustrato ed ex agente, per l’Fbi corrisponde al profilo perfetto del terrorista per rabbia. Il suo incubo “da mostro” durerà 88 giorni, per la cronaca. Ma è illuminante il suo sbalordimento, sotto interrogatorio, quando gli chiedono se sia iscritto alla Nra (l’ultraconservatrice National Rifle Association): “Non sapevo che la Nra fosse un gruppo estremista”.

Comunque la si pensi, la vicenda è paradossale quanto emblematica, e l’empatia con questo ’babbeo’ di sani principi come con il suo stravagante avvocato, Sam Rockwell, scatta per forza. Ma negli Usa, dove è andato maluccio, il film si è attirato anatemi tipo “rozzo e spregevole”, crass and contemptible.

L’accusa principale è di aver infangato la memoria di Kathy Scruggs, la vera giornalista dell’Atlanta Journal-Constitution autrice dello scoop sull’eroe-mostro. Clint Eastwood nel film le fa estorcere la ’dritta’ al - corruttibile- Federale in cambio di favori sessuali. La Scruggs è morta nel 2001 e non può difendersi, ma la reazione da parte delle esponenti femministe e della stampa è stata furibonda. Un trappolone che ha sbarrato a Richard Jewell la strada degli Oscar: Kathy Bates è l’unica candidata. Quello che il film non racconta è che l’incubo vissuto da Jewell ha avuto un lungo strascico legale: lo ‘scemo del villaggio’ tanto scemo non era, e si è preso la sua danarosa rivincita sul ‘fango’ governativo e mediatico. Ma il vecchio Clint è onesto, e sbandiera la sua Weltanshauung senza badare alla correttezza politica. Ripeto: come summa dei suoi migliori vizi e delle sue peggiori virtù, questi 129 minuti di buon cinema vanno goduti e apprezzati.

(www.huffingtonpost.it)

(…) Qui sotto accusa ci sono i media, e quell'attitudine sciacalla che poi oggi si è riversata sui social di fare gogne e processi pubblici. E sotto accusa, qui, c'è anche l'America stessa, il suo governo; un'America che - sembra dire Eastwood - ha smesso di incarnare i suoi veri valori, tradendoli, e che preferisce seguire ottusamente le piste più facili, invece che perseguire la verità e la giustizia. Perché il potere può trasformare in mostri, come viene detto a Richard all'inizio del film. Come già in Ore 15:17 - Attacco al treno, l'America che Eastwood ama e che trionfa è quella magari goffa, sempliciotta, ingenua e grossolana, a tratti perfino ottusa, ma alla fine buona e candida. Quella incarnata da Jewell in maniera magari fin troppo ideale e idealista, ma che è l'unica - con la sua naturale e istintiva propensione al bene - capace di arginare la terribile deriva dei nostri tempi.

Tutto questo rende senza dubbio RICHARD JEWELL un film di Clint Eastwood a tutti gli effetti, l'ennesimo tassello di un discorso etico e poetico che l'americano sta portando avanti da anni con rigore e ostinazione. È anche vero, però, che nel film si sente chiara la firma dello sceneggiatore Billy Ray: del Billy Ray migliore, quello de L'inventore di favole, di Breach e di Captain Phillips, più che di tanti altri blockbuster più o meno spettacolari. La stanchezza che Eastwood esibiva mettendo in scena il suo corpo in The Mule, qui trapela in una gestione della regia un po' altalenante, che più volte scivola in maniera un po' troppo evidente nel meccanicismo, e altre si dimostra proprio un po' impacciata, ma che è poi è sempre capace del guizzo, del momento esemplare e cristallino di essenzialità e forza cinematografica. A dare vita a personaggi del film tutti - anche quelli negativi, come l'agente dell'FBI di Jon Hamm, o la giornalista senza scrupoli a-la-Barbara Stanwick di Olivia Wilde (che però alla fine si ravvede, in maniera un po' retorica e improbabile) - dotati di una forte carica di umanità, un cast di ottimo livello: il protagonista Hauser, l'avvocato Sam Rockwell (che in ufficio ha attaccato a un quadro l'adesivo che recita "I fear government more than I fear terrorists"), la mamma candidata all'Oscar Kathy Bates. Ma da non sottovalutare, tra tutti, è Nina Arianda, bravissima nei panni di un personaggio scritto altrettanto bene, quello della segretaria e non solo dell'avvocato di Rockwell.

(www.comingsoon.it)