Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

Schede dei film

Elenco schede film

Semina il vento

Regia: Danilo Caputo

INTERPRETI: Yile Vianello, Feliciana Sibilano, Caterina Valente, Espedito Chionna

SCENEGGIATURA: Danilo Caputo, Milena Magnani

FOTOGRAFIA: Christos Karamanis

MONTAGGIO: Sylvie Gadmer

MUSICHE: Valerio C. Faggioni

DISTRIBUZIONE: I Wonder Pictures

NAZIONALITÀ: Italia, Francia, Grecia, 2020

DURATA: 91 min.

Dopo 3 anni di assenza, Nica, studentessa di agronomia, torna nel suo paese in Puglia. Qui trova una situazione complessa: gli uliveti di proprietà della famiglia sono stati invasi da un parassita, il padre è pronto a qualsiasi compromesso pur di portare a casa soldi, la madre versa in una sorta di depressione a causa della mancata apertura di un negozio che avrebbe voluto gestire. Nica però non ha dimenticato i valori che la nonna le ha trasmesso e si impegna, contro tutto e tutti, per trovare una soluzione.

Dopo La mezza stagione, e dopo aver trovato lavoro come postino a Parigi, Danilo Caputo, come la sua Nica, non si arrende e torna a fare cinema nella sua terra.

Ci sono pseudoregisti che potrebbero essere ottimi postini ma che si ostinano a dirigere pseudofilm. C'è, fortunatamente, un postino (che sarà sicuramente bravo) che non rinuncia a fare il regista e si fa valere ricordandoci indirettamente il monito di una canzone di Bruce Springsteen: "No retreat no surrender". Caputo non si vuole arrendere al 'vivi e lascia vivere' che mette in bocca alla madre di Nica quando questa intende ribellarsi a un sopruso apparentemente banale (un compaesano che si toglie l'immondizia da casa depositandola davanti all'abitazione dei genitori della ragazza) rispetto al più grave tema che il film affronta.

Siamo davanti a un film che senza falsi pudori ma anche senza gridare slogan, evidenzia come talvolta basterebbe un po' più di ricerca e di impegno per superare ostacoli solo apparentemente insormontabili.

Nica ama la terra che ha lasciato e a cui torna per mettere in pratica ciò che ha appreso nei laboratori universitari. Si trova però davanti un mondo al contempo troppo 'moderno' (nel senso deteriore del termine) e troppo 'antico' (con una religiosità più da festa patronale che da fede vissuta e praticata). Resta qualche rito atavico che chi è anziano continua a ritenere valido ma che rischia di essere travolto dagli sversamenti industriali. "Chi semina il vento raccoglie tempesta" recita un proverbio popolare ma quello di Caputo non è un film pessimista. Si assume il compito, con l'ottimismo della volontà, di ricordare che non tutto è perduto e che nelle giovani generazioni si può ancora trovare un antagonismo positivo attrezzato per combattere parassiti naturali, ideologici e sociali.

(www.mymovies.it)

 

Sarà un’impressione, che insorge da subito nella prima scena di SEMINA IL VENTO, ma l’atmosfera è quella di un horror. Con tanto di ulivi in luce in piena notte seguiti dalla macchina da presa che li scova a uno a uno. Del resto ne avrebbe tutte le ragioni Danilo Caputo, alla sua opera seconda, nel considerare un plot con al centro il virus killer che ha sterminato quantità irrecuperabili di olivi secolari in Puglia. Se poi il contesto di SEMINA IL VENTO si allarga all’attività di inquinamento pluridecennale e nella sostanza incontrastata dello stabilimento siderurgico tarantino, e all’incuria o peggio all’azione criminale che sta trasformando la terra pugliese - ma non solo, essendo la parabola del film estendibile a ogni latitudine e longitudine del pianeta - ecco che la traccia orrorifica eccede l’impressione iniziale. E dilaga in tutto il film.

SEMINA IL VENTO è dunque una parabola che fa davvero spavento, perché atterrisce quel che mostra normalmente, anche al bordo di inquadrature che sembrano quadri per la composizione e la cura cromatica. Gli alberi sono infatti creature sovrannaturali, data anche la loro longevità, che solo l’inciviltà umana, istituzionalizzata come la criminalità, teme e cerca di distruggere.

Dunque la protagonista, novella prescelta, congiura con questi esseri dalla corteccia e dall’anima in percolo. Visto L’albero del male? Bene, SEMINA IL VENTO ne mantiene l’impianto e ne capovolge l'asse etico in termini di sostenibilità ambientale e culturale. Il paradigma degli horror tradizionali è dunque ribaltato: le entità arboree, di cui l’autore ci regala acute soggettive o ad esse si avvicina con movimenti suggestivi e inquietanti, sono la controparte buona del racconto. E Nica la loro “indemoniata”, che sin dal principio viene irretita e posseduta dall’ancestrale richiamo verso un mondo che sta scomparendo.

La civiltà contadina e con essa il culto della terra vengono difesi da questa curiosa ragazza “maledetta”, che coniuga scienza e antropologia, Jethro Tull (non la band rock) ed Ernesto De Martino. Nica, figliola prodiga, torna a casa dopo un disastro sentimentale e scopre cose terribili, ben peggiori delle relazioni di coppia. Come nel classico impianto dei film di genere. E si scontra caparbiamente con forze occulte, interne anche alla propria cerchia familiare, che rappresentano il Male al di là di ogni tradizionale modello di rappresentazione in voga.

 

Immaginiamo dunque L’esorcista, la tetralogia inaugurata da Il presagio, oppure Sentinel, Il signore del male e tanti esemplari cinematografici, dopodiché trasferiamo le stesse sensazioni su questa parabola “gotica” pugliese. Dove si spiegano i corvi che aggrediscono chi di dovere, come in Opera, non gli innocenti come ne Gli uccelli e La maledizione di Damien.

Se il tragico batterio della Xylella o l’operato fumoso dell’Ilva potevano mai trovare un corrispettivo cinematografico, ecco l’esempio di SEMINA IL VENTO. Questo strano film poco realistico ma radicato nel profondo alla realtà, procede a sorpresa nell’unica direzione eccentrica ma sostenibile. Con tanto di richiamo al cinema in quanto tale grazie al tendone bianco ampio e rettangolare teso nel finale tra due ulivi. E all’insetto azzurro che ne buca la superficie.

(www.cineforum.it)

 

Tarantino, classe 1984, Danilo Caputo conosce sicuramente bene la sensazione che colpisce Nica al suo ritorno al paese dopo tre anni di assenza, una vera e propria sparizione per studiare e per tenere a distanza i dissapori con la madre. La generazione dei nostri genitori ha molto spesso rifiutato la filosofia della terra e dei saperi soprannaturali e ancestrali che le sono connessi, perché allontanati dal lavoro e dal sacrificio che quella vita comportava, a cui preferire il posto in fabbrica, tra le ciminiere del gigantesco polo industriale del quale da anni sentiamo promessa la chiusura. Nica invece, come molti giovani educati dalla saggezza mistica dei nonni, si sente al suo posto nell’uliveto di famiglia, e nella grotta che gli si staglia al centro. Ma queste divinità arboree sono ferite mortalmente dalle infezioni di “pidocchi” (chiaro riferimento all’epidemia di xylella che va falcidiando il Salento), e il padre della ragazza preferisce abbattere tutto e vendere la terra per ricavarci un bel risarcimento: Nica, studentessa agronoma, prova a tenere insieme la scienza e la magia, i rituali dei culti delle pietre con le osservazioni al microscopio. “Non riesco a trovare l’antagonista”, ripete più volte. Su di lei veglia una gazza ladra che, secondo la madre, è lo spirito di quella “strega” della nonna, il vero legame della protagonista con la dimensione ultraterrena del Sud, che ha finito la propria vita rinchiusa in un ospizio a morire.

 

Caputo è bravo a raccontare la storia di molti di noi anche quando descrive i pomeriggi e le serate tra bar e giri in macchina di Nica e della sua storica “amica di giù” o certe cene con le domande a mezza bocca (“ma è ancora fidanzata? sta studiando?”). L’autore lambisce il cinema dell’antropologia esoterica alla Luigi Di Gianni (virato Rohrwacher, a partire dalla protagonista Yile Yara Vianello, la bambina di Corpo Celeste), e dona una sua umanità anche ai padri, sempre in attesa che le istituzioni stanzino questo o quell’aiuto per trasformare la condanna rurale in uno slancio, anche minimo, di piccola imprenditoria, chi lo sa magari un negozio tutto proprio.

SEMINA IL VENTO è agitato da continue sospensioni intorno alle chiome degli ulivi, nelle notti buissime della campagna, o tra i fasci di luce che filtrano dalle crepe delle rocce sotterranee: restiamo sempre a sperare che possa durare almeno per un respiro in più, ognuno di questi istanti di assoluta evocazione di un tempo arcaico e allo stesso tempo ancora così presente e tangibile. Caputo ha la tendenza a lasciarsi andare a qualche ridondanza di troppo di immagini metaforiche e allegorie (gli insetti che si mangiano tra di loro), ma sa bene come oggi non si possa percepirli che per sprazzi, certe onde e certi refoli di vento, come interferenze in una storia che parla invece ancora una volta e purtroppo di terra avvelenata, di parassiti lasciati liberi di espandere il contagio, e del gesto cieco di una ribellione violenta e insensata, un sacrificio rituale nel fuoco (quasi una focara religiosa) che distrugge insieme le macchine e le colpe dei padri.

 (www.sentieriselvaggi.it)