Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

Schede dei film

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Sola al mio matrimonio

Regia: Marta Bergman

INTERPRETI: Alina Serban, Tom Vermeir, Rebeca Anghel,

Viorica Tudor, Marian Samu, Jonas Bloquet

SCENEGGIATURA: Marta Bergman, Laurent Brandenbourger

FOTOGRAFIA: Jonathan Ricquebourg

MONTAGGIO: Frédéric Fichefet

MUSICHE: Vlaicu Golcea

DISTRIBUZIONE: Cineclub Internazionale

NAZIONALITÀ: Belgio, 2018

DURATA: 122 min.

Non fatevi ingannare dal titolo, perché il matrimonio a cui allude non è quello che potete immaginare: nessuna celebrazione in abito bianco, se non quella del reale. Il film è una di quelle esperienze destinata a portare lo spettatore nel territorio della narrazione tipica del cinema verità. Seguendo la lezione dei fratelli Dardenne, la regista fa una scelta in continuità con una vocazione documentaristica ampiamente dimostrata dai suoi lavori precedenti, realizzati principalmente all'interno della comunità Rom. E non è un caso che questo suo esordio al lungometraggio sia nato dal precedente Clejani stories, che si concludeva con l'immagine di una ragazza gitana mentre prepara la valigia per andare in Germania a "far bere gli uomini nei bar". Un'ottima opera prima, che riesce a soddisfare le principali istanze del racconto: assecondare un innegabile bisogno di realtà e nello stesso tempo obbedire alle regole del linguaggio di finzione.

SOLA AL MIO MATRIMONIO, il cui titolo viene proprio da una canzone intonata dalla nonna della protagonista, è una storia di resistenza ed emancipazione femminile, oltre che di formazione. A raccontarla è Marta Bergman, regista che all'esplorazione della comunità Rom e del paese in cui è nata, la Romania, ha dedicato la maggior parte dei suoi documentari. Il suo è da sempre un lavoro di silenziosa osservazione del reale, che qui trova compimento nella parabola di una giovane donna che sogna di partire e cambiare il suo destino. Pamela è una ragazza Rom, determinata, insolente, ironica e sfacciata, diversa da tutte le coetanee della sua comunità. Vive con la nonna e ha una bambina, ma il suo sogno è andarsene dal rude villaggio in cui abita per conquistarsi un posto nel mondo, un pezzo di libertà e indipendenza per cui lotterà con tutta se stessa, rompendo quella catena di tradizioni che la soffocano. Il suo El Dorado è il Belgio, paese verso il quale decide di partire con la speranza di un matrimonio che le permetta una vita dignitosa per se stessa e sua figlia. Un viaggio al termine del quale potrà essere finalmente una donna libera.

Il film evita toni pietisti o la retorica del racconto ricattatorio, scelta che a livello stilistico si traduce in inquadrature rigorose e in un pedinamento ravvicinato dei personaggi. Lo sguardo della Bergman scava, esplora e porta il pubblico negli spazi di un remoto villaggio dell'Est Europa: la povera casa di Pamela, un unico letto che la protagonista divide con la nonna e sua figlia, chilometri di strade innevate. La macchina da presa indugia sui dettagli, i capelli, il volto, la pelle, il vestito a fiori della giovane eroina, i suoi miseri accessori, per spostarsi poi sugli ambienti più confortevoli e caldi della casa di Bruno in Belgio, il "fidanzato francese" che Pamela incontra grazie ad un'agenzia matrimoniale online. La narrazione si muove tra due luoghi diversi e fortemente simbolici, tra la miseria del piccolo villaggio dove intanto l'amico Marian si preoccupa di badare a sua figlia, e la straniante realtà dell'Occidente con i suoi miraggi di una vita da sogno: una tv, una casa vera e un lavoro dignitoso.

La vera rivelazione del film è Alina Șerban, l'attrice che interpreta la protagonista dando al personaggio uno spessore di grazia indomita e feroce caparbietà. A definirla sono i suoi gesti e una fisicità su cui le inquadrature insistono: Pamela è un corpo rotto, è selvaggia come un leone, ha negli occhi la meraviglia dei bambini davanti alle prime volte, è fragile ma se qualcuno la infastidisce sa come colpirlo, è smarrita nell'altrove che si è scelta e che la respinge. È incandescente in ogni cosa che fa: quando si tinge i capelli, si imbottisce il seno e indossa un vestito a fiori per andare nell'agenzia di incontri a scegliere un uomo gentile, che la rispetti e magari la sposi, o quando con un misero bagaglio, qualche parola di francese e una figlia alle spalle salta a bordo di un autobus per attraversare mezza Europa e arrivare finalmente nella terra promessa.

È l'irruenza a determinarla e a spingerla a trovare la propria strada anche quando si tratterà di tener testa a Bruno, personaggio alienato, fragile, solo, alle prese con i propri traumi di maschio occidentale benestante con la sindrome dell'uomo irrisolto. Al quale Pamela ha il coraggio di non piegarsi. Sulle ali della libertà.

(https://movieplayer.it)

 

(…) La prima cosa che salta agli occhi guardando SOLA AL MIO MATRIMONIO è quanto sia splendida Alina Șerban nel ruolo di Pamela. La sua fisicità è magnetica, prorompente, selvaggia. Impossibile non rimanere incantati da questa giovane donna che guarda ogni cosa con gli occhi di un bambino, pieni di stupore e di desiderio. La sua ingenuità proviene da un retaggio culturale differente, che la regista Marta Bergman immortala con un giusto mix di finzione e credibilità documentaristica. Pamela e Bruno sono profondamente fragili, sebbene in maniera del tutto diversa. La giovane rom sogna una vita migliore ed è pronta ad abbandonare la figlia pur di rincorrere il suo ideale di libertà. Eppure fa fatica ad integrarsi in quel “nuovo mondo” che la respinge e nel quale appare come un pesce fuor d’acqua. Bruno d’altro canto possiede tutto ciò che lei sogna: un lavoro rispettabile, una casa dignitosa, un tenore di vita agiato. Non ha problemi a fare la spesa o ad acquistare un televisore, se lo desidera. Eppure nasconde dentro di sé un senso di irrisolto che gli impedisce di essere l’uomo forte che vorrebbe essere. Pamela anela a quella tranquillità che lui può offrirle, eppure non si piegherà ad essa e proseguirà sempre per la propria strada.

Sola al mio matrimonio è un film che indaga una comunità inesplorata come quella rom in modo diretto, senza fronzoli. È la storia di un sogno, di una corsa verso la libertà, della ricerca di un’emancipazione femminile. Pamela affronta tutto questo con passione e un pizzico di ingenuità, caratteristiche che la Șerban esprime attraverso una gestualità prorompente e che la Bergman immortala grazie a inquadrature serrate. Sono i dettagli a rendere espressivi luoghi e fatti di un film semplice ma appassionato, che rappresenta una promettente opera prima.

(www.spettacolo.eu)

 

SOLA AL MIO MATRIMONIO è una storia di donne, di legami forti e significati importanti, di tradizioni tramandate tra generazioni, senza venga proferita mezza parola. (…) La sfida delle convenzioni e il coraggio di abbandonare l’affetto dei propri cari sono gli aspetti che rendono Pamela quanto di più simile ad un’eroina. Il suo personaggio è costruito a larga distanza dai cliché di perfezione, appare risoluta e fragile, impulsiva ed incapace di mentire ai battiti del cuore, fedele soltanto al richiamo del sangue, un filo invisibile, depositario di una inesauribile linea d’amore. Il suo raggio di forza si estende al di là del razionale, è illogico, comprime l’assenza dentro il momento di un pensiero, nel ricordo di un volto e di un pianto e rende lo spazio superfluo. Come in una destrutturazione onirica, il sogno diventa terra di congiunzione di corpi lontani, quelli della protagonista con la sua famiglia. Una comunicazione fatta di premonizioni, di gesti impercettibili, resa possibile dalla magia, dall’incanto e dal mistero al quale questo popolo non vuole rinunciare. Nel viaggio di Pamela verso un Occidente stanco, ma per i suoi occhi ancora con i connotati di un Eldorado, emerge un divario dinamico, risaltano le differenze di motivazioni tra chi deve sopravvivere e chi deve preoccuparsi del superfluo. Brace viva, ardente, sopra grigia cenere. L’asse centrale resta sempre l’abbandono di culture defilate, costrette loro malgrado ad un adeguamento mainstream, unica alternativa concessa, una alternativa malata, cagionevole, storpia, che ha buone ragioni per essere «addomesticata», Nietzsche docet, ma che portano al loro interno i germi del futuro.

(www.sentieriselvaggi.it)