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Schede dei film

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Sorry we missed you

Regia: Ken Loach

INTERPRETI: Kris Hitchen, Debbie Honeywood, Rhys Stone, Katie Proctor

SCENEGGIATURA: Paul Laverty

FOTOGRAFIA: Robbie Ryan

MONTAGGIO: Jonathan Morris

MUSICHE: George Fenton

DISTRIBUZIONE: Lucky Red

NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, Francia, Belgio, 2019

DURATA: 100 min.

Presentato in concorso al Festival di Cannes, 2019

Ricky, Abby e i loro due figli, l'undicenne Liza Jane e il liceale Sebastian, vivono a Newcastle e sono una famiglia unita. Ricky è stato occupato in diversi mestieri mentre Abby fa assistenza domiciliare a persone anziane e disabili. Nonostante lavorino duro entrambi si rendono conto che non potranno mai avere una casa di loro proprietà. Giunge allora quella che Ricky vede come l'occasione per realizzare i sogni familiari. Se Abby vende la sua auto sarà possibile acquistare un furgone che permetta a lui di diventare un trasportatore freelance con un sensibile incremento nei guadagni. Non tutto però è come sembra.

Verso la fine dei titoli di coda si leggono queste parole: "Grazie a tutti quei trasportatori che ci hanno fornito informazioni sul loro lavoro ma non hanno voluto che i loro nomi comparissero". In questa breve frase è sintetizzata la modalità di lavoro di Ken Loach (e del suo sceneggiatore doc Paul Laverty): costruire una storia solida sul piano cinematografico senza mai dimenticare la realtà.

Quella ritratta da Ken Loach è una realtà formata da persone che nel non voler comparire denunciano implicitamente la condizione di precarietà in cui operano. Ci sarà probabilmente chi affermerà che siamo di fronte all'ennesimo comizio di un regista che non ha mai nascosto da quale parte batte il suo cuore. Bene, se questo è un comizio lo erano anche, sul piano letterario, I miserabili di Victor Hugo o l'Oliver Twist di Charles Dickens (solo per fare un esempio).

Loach non scrive romanzi, dirige film ma lo fa con la stessa passione e anche, perché no, con la stessa forma di indignazione. Non si tratta mai con lui di pauperismo, di commiserazione e tantomeno di populismo. A un certo punto del film c'è una reazione verbale da parte di uno dei protagonisti che, se non fosse che al cinema ci si comporta diversamente che a teatro, spingerebbe all'applauso. In quel momento ti accorgi di come Loach abbia saputo leggere non solo nella psicologia dei personaggi (che nel suo cinema sono sempre 'persone') ma pure in quella dello spettatore.

Anche sul piano più strettamente cinematografico il suo si presenta come un lavoro tanto partecipe quanto accurato. L'apparente semplicità del suo modo di riprendere richiede un gran lavoro con gli interpreti e fa costantemente leva sulle sue doti di documentarista capace di trasferire la realtà nel cinema di finzione. Si osservino i dialoghi a tavola in famiglia e ci si accorgerà di come vengano portati sullo schermo con la naturalezza di una candid camera. Perché Loach ad ogni film ci chiede non solo di guardare quanto accade seduti sulla nostra comoda poltrona ma di condividere i disagi e le problematiche che ci propone. Ci chiede di confrontarci con quella 'normalità' feroce che oggi, come ai tempi della rivoluzione industriale ma con più sofisticata e globalizzata malizia, il dio mercato impone.

Abby, Ricky, Seb e Liza Jane non sono supereroi, non hanno nulla di straordinario nelle loro vite. Sono semplicemente una famiglia, con le proprie difficoltà e con una unità che si vorrebbe far vacillare. Al di là dei proclami retrogradi o interessati di cui la parola 'famiglia' viene sempre più spesso fatta oggetto Ken Loach ci ricorda che elemento imprescindibile della sua coesione è, oggi più che mai, la dignità del lavoro che troppo spesso viene sistematicamente conculcata. La schiavitù non è stata abolita. Ha solo cambiato nome. Ken e con lui (in tutt'altro ruolo) Francesco non smettono di ricordarcelo.

(www.mymovies.it)

«Don’t think and drive», ovvero «Non pensare e guida». La frase è scritta su un quadro che sporge appena dall’inquadratura durante una scena del nuovo film di Ken Loach, SORRY WE MISSED YOU. Il titolo è un riferimento al messaggio che viene lasciato – nei Paesi anglosassoni – nella buca delle lettere dai corrieri che non trovano nessuno in casa cui consegnare la merce.

Una frase che si potrebbe tradurre con «Ci dispiace, non ti abbiamo trovato», ma anche con «Scusaci, ti abbiamo perso di vista». Il titolo non è casuale così come non è un caso se tutta la storia ha come protagonista una famiglia i cui genitori arrancano nel loro lavoro, tra turni senza fine e paghe misere. Gente che il mondo sembra, appunto, aver perso di vista.

La storia è quella di una coppia di New Castle, Ricky e Abby, sposati e con due figli, Sebastian e Liza Jane. La crisi economica del 2007 li mette in grosse difficoltà, tanto da spingere lui a vendere la macchina della moglie – che per lavoro assiste anziani e malati – per poter acquistare un furgone e iniziare così l’attività di driver per la Pdf, una grossa società che effettua consegne a domicilio.

Da lì è una parabola discendente verso il baratro professionale: Ricky viene abbindolato sin da subito, con la promessa di poter lavorare come lavoratore autonomo: gestirà i tempi di consegna, avrà una vettura tutta sua, lavorerà “con” l’azienda di consegne e non “per”. La verità è che di autonomo c’è ben poco: quello che rimane è lavoro a cottimo, paga insufficiente, orari massacranti e una situazione famigliare sull’orlo del fallimento.

In uno dei passaggi iniziali del film, un collega di Rick gli porge una bottiglia di plastica prima di iniziare il turno di lavoro: «Scusa e questa a che mi serve?», dice. «Ti servirà quando dovrai pisciare e non avrai tempo per farlo», gli risponde l’uomo.

Loach non dà tregua. Per quasi due ore, con un ritmo incalzante inanella una dopo l’altra le “situazioni tipo” di un corriere. La descrizione del regista è perfetta, tiene incollati allo schermo ed è brutale.

Il film andrebbe visto da chi ha creato questo modello di lavoro, ma anche da chi non è del settore. Che sia una presa di coscienza per i clienti, per vedere quello che non vedono: cioè cosa accade dietro le quinte.

(www.open.online)

Ventiseiesimo lungometraggio dell'83enne regista inglese Ken Loach, SORRY WE MISSED YOU prende il titolo dalla frase standard stampigliata sugli avvisi di consegna lasciati dai corrieri ai destinatari dei pacchi in consegna che non hanno trovato in casa. In questo suo nuovo film, infatti, Loach racconta per l'ennesima volta le fatiche dei lavoratori più umili: che, in questo caso, sono appunto corrieri schiavizzati e costretti tour de force impensabili per rispettare scadenze, orari e numero di consegne imposte loro dai datori di lavoro e dalle leggi spietate dell'e-commerce, che comporta dinamiche pratiche e umane spesso invisibili e non considerate da coloro che acquistano con un click dai loro computer e dai loro smartphone. Proprio attorno a uno dei questi avvisi di consegna poi, Loach e il suo storico sceneggiatore Paul Laverty hanno costruito uno degli snodi chiave dell'andamento drammatico del film.

Di parziale ispirazione per la storia del film è stata la vera vicenda di Don lane, un corriere che morì nel gennaio del 2018 dopo aver saltato diversi appuntamenti ospedalieri per la cura del diabete da cui era affetto per lavorare senza interruzione nel periodo di Natale e non incorrere in multe di 150 sterline per mancate consegne come gli era accaduto in precedenza.

Girato a Newcastle e dintorni, SORRY WE MISSED YOU è il quindicesimo film di Loach ad essere stato presentato al Festival di Cannes: il che vuol dire che, in media, più di un film su due dell'inglese è stato ospitato sulla Croisette. Loach fa anche parte di quel ristrettissimo numero di registi che possono vantare la vittoria di due Palme d'oro, ottenute nel 2006 con Il vento che accarezza l’erba e nel 2016 con Io, Daniel Blake. Durante le riprese di quest’ultimo il regista Ken Loach ha avuto l'idea per il film una volta giunto ai banchi alimentari; molte persone che li frequentavano, infatti, avevano un impiego gig economy - che caratterizza part-time, contratti a zero ore, lavoratori a chiamata o precari - considerato un nuovo modello di sfruttamento. L'argomento ha talmente interessato Loach e lo sceneggiatore Paul Laverty tanto da voler fare un film al riguardo.

Loach e Laverty hanno intervistato diverse persone riguardo il loro lavoro, ma alcuni non era molto propensi a parlare. È stato quindi davvero difficile poter fare ricerche, ma di grande aiuto è stato un responsabile di un deposito, poco distante dal luogo delle riprese. L'uomo ha dato loro consigli su come allestire un magazzino. Il film è stato girato in ordine cronologico, cosa che non ha permesso agli attori di sapere la trama effettiva fino alla fine. Gli interpreti della famiglia Turner avevano provato tutti insieme prima dell'inizio delle riprese, cosicché ognuno di loro potesse capire i rapporti e le dinamiche familiari.

Le riprese sono proseguite piuttosto velocemente e completate in cinque settimane e mezzo.

(www.comingsoon.it)