Pedro Almodóvar

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Musiche
Distribuzione
Nazionalità
Presentazione e critica
Amarga Navidad, nelle sale dal 21 maggio, è il suo ventiquattresimo film. Raúl è un regista dalla chioma grigia scapigliata che da cinque anni non riesce a girare niente, circondato da un pubblico cinefilo che lo venera e da una collaboratrice storica, Mónica che sta per lasciarlo. Per sbloccarsi comincia a scrivere una sceneggiatura che si chiama Amarga Navidad, ambientata nel 2004, con una protagonista donna che si chiama Elsa regista (di culto, appunto) che per campare si è messa a girare spot pubblicitari. Elsa è Raúl travestito. Raúl è Almodóvar travestito. Lo spettatore siede in platea a guardare un uomo che si guarda guardarsi, e in questo gioco di specchi e di rimandi si teme di perdersi un po’, ma si aspetta di capire se quella matrioska abbia un centro o sia vuota fino in fondo. Dentro la sceneggiatura di Raúl, Elsa fa la stessa cosa che fa Raúl nella realtà: prende il dolore delle persone che le stanno accanto – un’amica il cui marito la tradisce, un’altra che non riesce a elaborare la morte del figlio – e lo trasforma in materiale per il suo lavoro.
Il momento in cui il film smette di essere un esercizio di stile e diventa qualcos’altro è quando Mónica, la collaboratrice storica di Raúl, lo accusa di aver vampirizzato il suo dolore e quello della sua compagna, che ha da poco perso un figlio, per scrivere la sua sceneggiatura. Raúl nega, si giustifica, mente un po’. Almodóvar non lo assolve.
È questa la scommessa del film, al di là del gioco metanarrativo, che Almodóvar pratica da sempre e che qui rischia per la prima volta di sembrare stanco, e al di là della struttura a doppio strato, che funziona fino a un certo punto e che poi comincia a girare su se stessa. La scommessa è morale: fino a che punto un artista può nutrirsi delle vite degli altri? A chi appartiene il dolore che qualcuno ti racconta? Il dilemma che sta dietro a qualsiasi opera di autofiction è servito (chiedere a Carrère, per esempio), e non esiste una risposta facile. Chi confronta Amarga Navidad con Dolor y gloria troverà il film un passo indietro, più freddo, più cerebrale, meno deflagrante. Chi lo legge come l’ultimo capitolo di un’autoanalisi iniziata anni fa trova invece un uomo che ha deciso di smettere di dissimulare e ha il coraggio di esibire tutte le crepe, la crisi creativa, la paura di essere dimenticato e di morire artisticamente, visto che, come gli dice l’agente, «i tuoi film migliori li hai già fatti». Intanto Raúl, nel finale, continua a scrivere, la macchina da scrivere non si ferma.
ll ritorno a casa è sempre un viaggio agrodolce, almeno sullo schermo. La stanza accanto era stato il primo lungometraggio in lingua inglese di Pedro Almodóvar, adesso con Amarga Navidad si rientra nei confini spagnoli. Il film è già uscito nelle sale della penisola iberica ma, secondo le regole del Festival, può essere lo stesso presentato in concorso a Cannes. Era già successo con Dolor y gloria, con un superlativo Antonio Banderas. I due film si parlano: Amarga Navidad è il controcanto di Dolor y gloria. Ancora una volta Almodóvar parla di sé stesso. Banderas era il suo alter ego da un punto di vista intimista, Amarga Navidad è una confessione che passa attraverso il cinema. Si tratta di un’autobiografia, di un esorcismo in cui solo l’arte può portare alla catarsi.
Il cinema di Pedro Almodóvar è un organismo vivo, che pulsa sotto colori accesi, nascondendo ferite ancora aperte. Qui il maestro manchego esplora uno dei territori a lui più cari: quello dei legami amorosi, della sorellanza, dell’essere sull’orlo di una crisi di nervi, in una storia costellata di silenzi e rivelazioni.
Siamo durante il ponte dell’Immacolata, Madrid e la natura inquieta di Lanzarote sono i teatri di una resa dei conti con sé stessi. Elsa è una regista che ha abbandonato i lungometraggi per la pubblicità. Il suo ragazzo è un pompiere che per arrotondare fa lo spogliarellista. Intanto lei deve confrontarsi con la perdita di un genitore. Stacco. In realtà Elsa è un personaggio di finzione, al centro del nuovo film ideato da un cineasta di fama internazionale. Si analizzano il processo creativo, il suo rapporto con l’assistente che sta per licenziarsi e il fragile legame con il fidanzato. A intersecarsi sono più dimensioni. Che cosa è veramente reale? Le domande sono molte, tra cui anche un interrogativo non scontato: si può attingere dalle vite di chi ci circonda per realizzare un film? Fino a che punto è lecito e quando si trasforma in una violenza?
I toni sono amari, si sentono gli echi da Tutto su mia madre e Gli abbracci spezzati. Si lavora sulla sottrazione, sulle fisicità nervose, sulla quotidianità che si fa tragedia. Amarga Navidad è la cronaca di un dolore mai sopito, di un lutto dalle molte sfumature. È un duello tra creatore e creatura, che si basa su una tensione sottile, pronta a esplodere. Almodóvar dirige con una consapevolezza nuova, mettendosi a nudo davanti allo spettatore.
Il regista guarda nell’abisso senza perdere la sua inconfondibile estetica. Costruisce un labirinto in cui a incrociarsi sono le esistenze di molti. La tempesta della prima sequenza è solo il preludio, prima che si scateni la ricerca di una cura per il presente. Qui non si ragiona solo sulla memoria, come in Volver, ma sulla necessità di ritrovare il proprio posto nel mondo.
Amarga Navidad evoca la forza visiva di Dolor y gloria, ma con un’anima più inquieta, che richiama il cinema degli esordi. Non cerca una facile riconciliazione, ma preferisce l’onestà del conflitto. Almodóvar ci consegna un film maturo, che sa come trasformare il rancore in una forma di conoscenza. Alla fine resta il senso di un’esperienza viscerale, di un banchetto dove il dolce della festa è stato sostituito dall’amaro di una verità su cui bisogna ancora far luce. In un film che conferma come la sensibilità di Almodóvar sia ancora lo strumento più affilato per scorticare la superficie delle apparenze.
