Roberto De Paolis

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Musiche
Distribuzione
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
Per dire di Serpenti, il film di Roberto De Paolis Maino scritto con i fratelli D’Innocenzo a partire da un loro soggetto, forse non è soltanto a Kafka che bisogna guardare. Il riferimento, per quanto pertinente e un po’ ovvio, è anche depistante, perché nel film c’è qualcosa d’altro e di diverso. C’è la commedia, c’è la satira sociale, c’è un luogo sospeso nel tempo che, però, coincide con l’Italia di oggi, di ieri e dell’altro ieri: quella evocata dalla citazione di Flaiano nei titoli di testa – «La situazione politica italiana è grave… ma non è seria» – capace di adattarsi a ogni stagione della nostra storia.
C’è poi una dinamica tra i personaggi che rimanda al teatro, a quei dialoghi sul filo del paradosso nei quali non accade nulla – e qui si potrebbero scomodare altri grandi del Novecento – così difficili da trasportare sullo schermo. E c’è il femminicidio, punto di partenza della vicenda e tema tristemente attuale che tuttavia rimane sempre sullo sfondo. Paolo Marra infatti, nonostante ammetta di aver ucciso la moglie (atto osceno che, appunto, resta fuori scena), non trova alcun riscontro né al proprio gesto né alla confessione della propria colpa.
L’uomo è ingabbiato in una sorta di macchina celibe. Arrivato in commissariato, incontra prima l’ispettore di polizia poi l’avvocato e infine una donna che gli legge le carte Tre dialoghi che non conducono da nessuna parte, perché il desiderio di dire la verità si scontra con l’ottusità surreale della burocrazia e con il cinismo di chi sa capovolgere i fatti o interpretarli in modo paradossale. Ne scaturiscono domande e considerazioni sempre spiazzanti, assurde, che prendono le mosse dalla realtà per poi scartarla e mostrarla sotto una luce sinistra e grottesca.
Serpenti è un film intelligente, pungente, inaspettato. Inaspettato per De Paolis, che si allontana dallo sguardo diretto e partecipe di Cuori puri e di Princess. Sposando l’inclinazione dei D’Innocenzo, il regista trova infatti una cifra più stilizzata e tecnicamente più esibita, efficace però nel rendere concreta questa strana e, per certi versi, indefinibile parabola dell’uno contro tutti o del colpevole che finisce per diventare vittima.
Inaspettato, infine, per il piacere di vedere gli attori al lavoro, ciascuno a suo modo e tutti con grande precisione e originalità, capaci di prendere la scrittura e trasformarla in azione e invenzione, gesto e reazione, dettaglio e caratterizzazione. Non capita spesso.
I fratelli d’Innocenzo colpiscono ancora. E lo fanno col fuoco di un’ironia che brucia e col coltello che lascia una ferita profonda nello spettatore. Un uomo ha ucciso una donna, lo confessa, chiede di essere riconosciuto come colpevole, eppure nessuno gli crede. I Damiano & Fabio bros hanno scritto il soggetto di questo film così originale e vero, da essere necessario.
È un capovolgimento tanto assurdo quanto disturbante. Normalmente immaginiamo il colpevole come colui che fugge dalla giustizia, nega il reato, cerca attenuanti o tenta di sottrarsi alla pena. In Serpenti accade il contrario. Si sa, le forze contrarie e contrapposte attraggono e si attraggono per le leggi della fisica e delle emozioni. L’assassino cerca la norma che regola, il mondo che lo circonda si sottrae alla gravità del suo gesto. Per Freud il motto di spirito permette a un contenuto normalmente inibito di emergere aggirando la censura psichica (Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, 1905), e una delle tecniche attraverso cui ciò avviene è proprio il rovesciamento, cioè la rappresentazione di qualcosa attraverso il suo contrario. Il paradosso ha così la funzione di formulare una realtà in termini apparentemente assurdi o opposti, che rende improvvisamente visibile una verità che il discorso ordinario tende a nascondere. Il contrario, dunque, non cancella il significato originario, ma lo fa emergere con maggiore forza. L’assurdo diventa un modo per dire il vero, perché sospende momentaneamente le difese e le convenzioni attraverso cui quella verità viene normalmente attenuata o rimossa.
Nel film Serpenti, per mostrare quanto sia intollerabile la sottovalutazione del femminicidio, il film la porta fino al suo contrario paradossale. Un assassino confessa di aver ucciso una donna, ma nessuno vuole credergli. Proprio l’assurdità della situazione rende evidente ciò che il film vuole denunciare.
Ed ecco la provocazione più feroce. Il femminicidio è un crimine intollerabile, ma il mondo rappresentato da Serpenti si comporta come se l’uccisione di una donna non fosse abbastanza grave da interrompere davvero il corso della normalità. Il protagonista dice: “Sono stato io”, ma non basta, deve insistere, e dimostrare agli altri che quella morte merita di essere presa sul serio. Il paradosso diventa allora politico e psicologico insieme. Che cosa significa vivere in una società nella quale persino chi ha ucciso una donna deve lottare perché l’uccisione di quella donna venga riconosciuta nella sua gravità?
Il film esaspera la situazione fino al grottesco, per mostrare un possibile meccanismo di rimozione collettiva. Il delitto efferato viene normalizzato al punto da non fare più notizia, da non colpire più l’attenzione della massa.
È qui che il comportamento degli altri personaggi assume un significato che supera la vicenda individuale. Il loro non credere, minimizzare, rimandare, trovare spiegazioni, o non riuscire a riconoscere immediatamente l’enormità del gesto può essere letto come la rappresentazione esasperata di una società che fatica a guardare nella sua crudezza la violenza maschile contro le donne.
(…) La situazione diviene così kafkiana. Il colpevole vuole entrare nella macchina della giustizia, ma la macchina sembra respingerlo. Il suo crimine non riesce ad acquistare agli occhi degli altri il peso che dovrebbe avere.
Il bisogno del protagonista di costituirsi assume anche un significato preciso. Egli cerca qualcuno che confermi e condivida la realtà di ciò che ha fatto. La pena avrebbe la funzione di ristabilire un ordine simbolico, ovvero, se qualcuno uccide, deve essere punito.
Ma quell’ordine non arriva.
Ed è qui che Serpenti diventa particolarmente disturbante. Se persino l’assassino percepisce una colpa che il contesto sociale sembra non riuscire a contenere, dove risiede la vera anomalia? Soltanto nell’individuo che ha commesso il delitto, oppure anche nella società che lo circonda?
Il film sembra così spostare progressivamente l’accusa, allargando il campo e costringendo a osservare i meccanismi collettivi attraverso i quali la violenza contro le donne può essere resa meno visibile. La minimizzazione, l’incredulità, la ricerca di spiegazioni, la trasformazione dell’assassino in un uomo “da capire”, mentre la vittima rischia di arretrare sullo sfondo.
E proprio quest’ultimo elemento introduce forse il paradosso più doloroso. La donna è stata uccisa, ma è l’uomo, vivo, a occupare tutto lo spazio. Sono il suo dolore, il suo senso di colpa, il suo bisogno di espiazione, la sua rabbia a diventare oggetto dell’attenzione degli altri.
