Thierry Klifa

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Musiche
Distribuzione
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
Con La donna più ricca del mondo Thierry Klifa trasforma un celebre scandalo finanziario e familiare in una commedia nera del privilegio, della dipendenza e della noia. Più che inseguire il dossier giudiziario, il film osserva il punto in cui il denaro assoluto si rovescia in esposizione, vulnerabilità, fame di eccitazione. Isabelle Huppert lavora per sottrazione e opacità, dando a Marianne Farrère una durezza attraversata da stanchezza, vanità, bisogno di essere scelta; Laurent Lafitte le oppone un’eccentricità calcolata, insieme seduttiva e predatoria, che incrina la compostezza di un mondo fondato sul controllo. Klifa trova così il tono più fertile nel punto d’incontro tra satira borghese, melodramma familiare e cronaca trasfigurata, lasciando affiorare sotto la superficie del lusso il collaborazionismo, l’antisemitismo di ambiente, la guerra per l’eredità, la violenza più discreta delle relazioni di potere. Ne nasce un film elegante e insinuante, più interessato alla corrosione morale che alla denuncia frontale, dove il privilegio si rivela soprattutto come forma estrema di stanchezza.
Presentato fuori concorso a Cannes lo scorso maggio, questo ritratto di (altissima) borghesia in interni dark sospeso a metà tra il thriller psicologico e l’inchiesta giornalistica ripercorre con doverosa libertà drammaturgica uno dei più grossi scandali di sempre che dal 2009 in poi ha regalato alla Francia materia viva non solo per fiumi di gossip e schieramenti di parte, ma anche spunti golosi per televisione e cinema. Come ampiamente dimostrato da L’affaire Bettencourt: uno scandalo miliardario, mini docuserie in tre puntate prodotta da Netflix nel 2023, e l’anno scorso dal lungometraggio scritto e diretto da Thierry Klifa, giunto al suo sesto film da regista dopo una carriera da giornalista e documentarista di razza.Ma visto l’intricato plot che fa da motore creativo alla sceneggiatura del film, pare opportuno avvicinarsi alla visione con qualche necessaria informazione di contesto. Liliane Bettencourt, scomparsa ultranovantenne nel 2017, è stata una delle più importanti imprenditrici francesi e una delle donne più ricche e influenti al mondo. Figlia unica di Eugène Schueller, fondatore del marchio L’Oréal, ereditò nel 1957 la maggioranza dell’azienda, mantenendola fino alla morte. Sposò il politico André Bettencourt dal quale ebbe una figlia, Françoise, coinvolta insieme al marito nella gestione dell’impresa familiare.
Dal 1987 ebbe un rapporto stretto – ma fin troppo ambiguo – con lo scrittore e fotografo François-Marie Banier, al quale fece donazioni spropositate (circa 1,3 miliardi di euro tra denaro, polizze assicurative e opere d’arte). Questo rapporto portò a un lungo contenzioso legale: nel 2007 la figlia Françoise denunciò Banier per circonvenzione d’incapace, sostenendo che la madre fosse mentalmente vulnerabile. L’inchiesta coinvolse la polizia finanziaria e fu complicata da registrazioni audio effettuate di nascosto del maggiordomo, che suggerivano possibili manipolazioni e problemi cognitivi di Bettencourt. Il processo subì vari rinvii, anche perché Liliane rifiutò di sottoporsi a esami medici. Nel 2010 madre e figlia si riconciliarono temporaneamente, interrompendo le cause legali e allontanando Banier, ma i conflitti familiari ripresero poco dopo. L’anno successivo, a causa del peggioramento della salute mentale e un sospetto di demenza senile, la ricchissima erede di uno dei più grandi imperi cosmetici del pianeta fu posta sotto tutela legale: la gestione del patrimonio passò alla figlia e ai nipoti, uno dei quali ne divenne anche tutore personale. Partendo da una materia così pruriginosa e dominata da un personaggio in carne e ossa larger than life che qualsiasi scrittore avrebbe voluto creare (una donna misteriosa, volitiva, capricciosa, simpatica, volubile, circondata dall’aura sofisticatamente sinistra di presunte truffe, intrighi politici, inganni a catena, accuse di frode, e gregari da soap opera), con La donna più ricca del mondo Thierry Klifa si è ispirato liberamente all’affaire Bettencourt, trasformando la storia dello scandalo reale in un dramma borghese dai tratti del thriller, concentrandosi però soprattutto sulle dinamiche di potere, seduzione, dipendenza e conflitto familiare. Klifa costruisce il racconto come una lenta ma inesorabile discesa nella parte più oscura dei rapporti umani: la trasformazione di Marianne, da figura dominante e sicura a donna sempre più vulnerabile, avviene attraverso piccoli cedimenti, concessioni apparentemente innocue che si accumulano fino a rivelare un quadro di sopraffazione. Il film evita un approccio puramente realistico o giudiziario, optando invece per esplorare le ambiguità psicologiche e morali dei personaggi, senza cercare empatia o giustificazioni.
Grazie al riuscito mix di dramma familiare ed elementi del thriller conditi da suggestioni da inchiesta giornalistica, La donna più ricca del mondo ha il merito di evitare la pedanteria della ricostruzione documentaristica, inserendo però anche divagazioni quasi teatrali o tipiche dei contesti da intervista (il che non deve affatto stupire se si pensa al lungo passato da giornalista nella vita del regista e sceneggiatore del film). Come nel caso della scelta dell’ambientazione alto borghese che, lontana dall’ostentazione spettacolare della ricchezza, diventa funzionale alla narrazione come spazio chiuso e opprimente, ovvero sorta di teatro della crudeltà in cui si consumano relazioni distorte dal denaro e dal potere. Ne emerge il ritratto di uno scandalo che, pur avendo dimensioni eccezionali per le cifre in gioco, rivela dinamiche universali: il bisogno di affetto, la paura della solitudine, il desiderio di controllo e la fragilità umana di fronte alla manipolazione. Al centro resta Marianne, figura complessa e contraddittoria, al tempo stesso vittima e complice, sospesa tra lucidità e declino, disposta – forse consapevolmente – a pagare un prezzo altissimo pur di aggrapparsi all’illusione di una nuova vita.
