Christopher Nolan

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Musiche
Distribuzione
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
Ulisse, eroe degli achei di proteiforme ingegno, ha ideato lo stratagemma del cavallo di Troia per porre fine ai dieci anni di assedio della città e finalmente conquistarla. La vittoria gli permette di partire verso casa, all’isola di Itaca, ma la sua flotta incontra diverse sventure e il suo viaggio lo porta a confrontarsi con minacce sovrannaturali, a visitare l’Ade e a una lunga sosta sull’isola della ninfa Calipso. Nel mentre suo figlio Telemaco, ormai cresciuto, cerca di proteggere la madre Penelope e il trono di Itaca dai proci che si fanno avanti come pretendenti della regina rimasta senza marito. Tra loro Antinoo, aiutato dalla serva di Penelope, Melanto, insidia pericolosamente Penelope.
L’epica si fa cinema in Odissea di Christopher Nolan, con impressionanti mezzi produttivi e sforzi tecnici, ma pure con una intelligente e attuale rilettura.
Attraversa l’intera opera, costantemente citata, la xenia, la legge di Zeus, ossia la sacralità dell’ospite, non importa quanto umile, dietro al quale potrebbe nascondersi un dio. Inoltre la pratica di onorare i morti, a sua volta cruciale nella cultura greca, è più volte chiamata in causa con nefaste conseguenze. Odisseo è infatti formalmente un campione di questa civiltà ma è allo stesso tempo un uomo spregiudicato che all’occorrenza infrange questi due tabù. Per questo è anche un uomo perso, colpevole di aver portato alla morte nemici così come alleati, si ritiene indegno di tornare a casa e diventerà davvero determinato a farlo solo quando verrà a conoscenza delle insidie che minacciano sua moglie Penelope. Come Il cavaliere oscuro, anche Ulisse è un eroe che deve rinunciare a far parte della società, che accetta su di sé il peso di scelte estreme, ma a differenza di Batman la sua storia è assai più rilevante, moderna e ancestrale al tempo stesso. In un mondo contemporaneo ancora dilaniato dalla guerra, il viaggio di Odisseo è il percorso di pentimento e redenzione di un reduce, che ha partecipato a una guerra crudele e ingiusta e viene costretto a riconoscerlo, accettando il peso degli orrori del conflitto così come la punizione che ne consegue.
Odissea è ambientata in un’era lontana ma ne racconta la fine, come Oppenheimer è attraversata dallo spettro dell’Apocalisse, che anche in questo caso è alle porte non per il nemico ma per le azioni degli stessi “eroi”. Il cavallo di Troia, come la bomba atomica, è una violazione dei codici sacri del conflitto, è la rottura delle leggi – divine o meno che siano – che costituiscono il tessuto stesso della civiltà. Odissea, per quanto non manchi di numerosi passaggi fantastici e di nominare gli dèi, li fa intervenire assai meno che nel mito greco, anzi diremmo che non li fa intervenire per niente. È nelle sue figure tragicamente umane che si compie la profezia dell’arrivo degli uomini dal mare, che segna la fine della civiltà per ragioni del tutto interne.
Emblematica è in questo senso la sorte di Agamennone, il vincitore della guerra che sarà ucciso per il sacrificio commesso per avere la vittoria. Nel racconto di Omero, come nelle Eumenidi di Eschilo, non è negata la colpa di Ulisse, ma l’intervento di Atena ristabilisce l’equilibrio della società civile, mentre nella versione di Nolan non c’è alcun “deus ex machina” a scongiurare i peggiori presagi. Ulisse, come Oppenheimer, è diventato un distruttore di mondi.
Se la rilettura tiene egregiamente i molti fili narrativi della storia, adattata anche nelle sue parti meno avventurose e con pochi tagli, la visione spettacolare di Nolan regala molte scene memorabili. In particolare la visita all’Ade, la caduta di Troia e una Circe interpretata da Samantha Morton, che pratica trasformazioni secondo una estetica sorprendentemente body horror. Il film trova non solo messaggi pacifisti ma pure femministi, perché questa è la caduta di una società patriarcale di cui le donne per prime vedono i limiti, ma si tratta di passaggi che pur suonando molto moderni – ma poi nemmeno tanto se si ripensa alle tragedie come Medea – non interrompono mai il flusso del racconto.
Più che un colossal d’azione, questo film mi è sembrato un ritorno all’anima più autentica dell’Odissea. Mi ha colpito soprattutto la scelta di non indulgere nella spettacolarizzazione della violenza, ma di raccontare un Ulisse profondamente umano, tormentato dal senso di colpa per aver sfidato gli dèi e costretto a confrontarsi continuamente con il peso delle proprie scelte. Riconoscere le mie amate Eolie sul grande schermo è stata un’emozione profonda: il tramonto tra Filicudi e Alicudi e la tempesta tra i faraglioni di Lipari restituiscono tutta la forza del mare omerico. Accanto alla dimensione visiva, ho apprezzato il modo in cui sono stati tratteggiati i personaggi, soprattutto le figure femminili, ricche di sfumature e umanità. Nel complesso è stato emozionante ritrovare sullo schermo molte delle pagine del poema di Omero, pur con alcune libertà narrative. Mi ha lasciato perplessa, tuttavia che nell’episodio di Polifemo, manchi il celebre scambio di battute in cui Odisseo si definisce “Nessuno”., una delle scene più iconiche dell’Odissea.
Ma c’è un altro aspetto che mi ha profondamente colpito. Ho avuto l’impressione che questo film non racconti tanto il ritorno di Ulisse a Itaca, quanto il lunghissimo e doloroso lavoro di elaborazione del trauma. Il viaggio non è più soltanto un’avventura nel Mediterraneo: è un percorso interiore. L’Ulisse che incontriamo non è l’eroe trionfante, ma un reduce di guerra. Porta dentro di sé il peso della distruzione di Troia, dei compagni perduti, delle vite spezzate e delle proprie responsabilità. La sua non è soltanto nostalgia di casa: è la fatica di ritrovare un’identità dopo essere stato trasformato dalla violenza.
Da psicoterapeuta, ho avuto la sensazione che il regista abbia voluto raccontare qualcosa di molto moderno: il trauma non finisce quando la guerra termina. Continua ad abitare la mente, modifica il modo di guardare il mondo, cambia perfino il significato del ritorno. Itaca non è più semplicemente un luogo da raggiungere, ma uno stato interiore da riconquistare. Anche per questo il film sembra raccontare la fine di un mondo. Non solo il tramonto della civiltà eroica nata con Troia, ma anche la fine dell’illusione che la vittoria possa cancellare il dolore. I reduci, da Ulisse ad Agamennone, incarnano il fallimento di una civiltà fondata sulla guerra e aprono inconsapevolmente l’alba di un’epoca nuova, nella quale l’uomo è chiamato a confrontarsi con la responsabilità delle proprie scelte. Per questo il film mi ha ricordato il miglior cinema di Christopher Nolan, come Batman Begins: non il racconto di un eroe invincibile, ma quello di un uomo definito dalle proprie ferite.Un uomo che cerca di dare un senso al dolore, trasformando lentamente il senso di colpa in consapevolezza. In fondo, il vero viaggio di Ulisse non è verso Itaca, ma verso sé stesso. Per chi avesse voglia di riaprire il poema durante queste vacanze, consiglio semplicemente la rilettura del testo di Omero nell’edizione Marsilio.
