Breve storia d’amore

Ludovica Rampoldi

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La storia di due coppie, due generazioni, quattro vite destinate a intrecciarsi in modo imprevedibile. Da una parte Lea e Andrea, trentenni alla ricerca di equilibrio tra desiderio e stabilità. Dall’altra Rocco e Cecilia, cinquantenni che sembrano aver già scritto il copione delle loro vite. Una sera, in un bar, Lea incontra Rocco e tra loro scatta un’attrazione immediata e travolgente. Da quel momento inizia una relazione clandestina, consumata tra le pareti anonime di una stanza d’albergo, fatta di incontri fugaci e carichi di tensione. Quel tradimento, in apparenza ordinario, si rivela il detonatore di un’escalation emotiva. In Lea nasce un’ossessione sempre più intensa, che la spinge a volersi insinuare nella vita di Rocco, oltrepassando il confine tra passione e controllo. Quando i rispettivi partner, Andrea e Cecilia, vengono risucchiati in questo vortice, la storia assume tratti inquietanti, fino a una resa dei conti inevitabile. Una esplorazione lucida e sensibile delle zone d’ombra dell’intimità, dei desideri inconfessabili e delle crepe che si formano nelle relazioni adulte. Un film che interroga i confini tra amore, dipendenza e bisogno, in un dramma psicologico teso e sorprendente.
DATI TECNICI
Regia
Ludovica Rampoldi
Interpreti
Valeria Golino, Adriano Giannini, Pilar Fogliati, Andrea Carpenzano, Selene Caramazza, Christian Stelluti, Giulia Maenza, Massimo De Lorenzo, Monica Nappo, Lorenzo Gioielli
Durata
98 min.
Genere
Commedia
Sceneggiatura
Ludovica Rampoldi
Fotografia
Gogò Bianchi
Montaggio
Fabio Massimo Capogrosso
Musiche
Francesca Calvelli
Distribuzione
01 Distribution
Nazionalità
Italia
Anno
2025

Presentazione e critica

Lea è una giornalista e ha scritto “un inutile libro sull’amore”, ha un marito attore, una figlia piccola e un pesce morto nell’acquario. Quando si sente triste – di recente quasi sempre – va nel primo posto che trova su Google Maps per chiacchierare con quegli sconosciuti con cui è gentile, “come tutti”. Rocco da 19 anni ha una moglie psicologa e ogni venerdì sera si sfoga su un ring, alternando le botte date e prese alle partite di scacchi, che conclude con “matto al terzo round”.

Lea e Rocco si incontrano in un bar, di quelli scelti “random” da lei, e lui finisce per accompagnarla a casa in macchina. Si baciano, ed è l’inizio di un’avventura che potrebbe essere casuale, oppure no. La loro storia seguirà una serie di capitoli più (o meno) prevedibili, che riguardano la sete di avventura, i limiti oltre i quali una storia di sesso diventa una relazione, e certe scelte molto sbagliate, che però forse sono anche salvifiche, se rimettono in moto il cuore. Del resto, cosa c’è di più importante dell’amore? La sceneggiatrice Ludovica Rampoldi, che ha cofirmato, fra gli altri, i film Il traditore e Falcon di Marco Bellocchio, e le serie 1992 (e seguiti), Gomorra, In Treatment, Esterno notte e The Bad Guy, debutta alla regia con Breve storia d’amore, da lei scritto e diretto: ed è un debutto interessante, perché tratta temi scivolosi di cui Rampoldi riproduce l’ambiguità, al netto di imbarazzanti voyeurismi.

La storia è piena di improbabilità, dalla casa sontuosa in cui vivono una giornalista precaria e un attore, alle abitudini del venerdì di Rocco, all’apparente carenza di deontologia professionale della psicologa (la professione più bistrattata dal cinema italiano recente), alle frequentazioni del poligono di tiro. Ma sottotraccia c’è un desiderio reale di guardare alle relazioni senza falsi moralismi, e di farlo da un punto di vista femminile, utilizzando i meccanismi del thriller per scoperchiare il vaso di Pandora dei non detti e degli inganni che accomunano molte coppie in una sorta di imbrigliamento delle rispettive pulsioni vitali. Questa “breve storia d’amore” potrebbe svolgersi tutta nella mente di Lea, o di Rocco, la cui vita “va bene così” quando invece non va bene per niente, e “l’architettura del pensiero” di entrambi è quella che ci getta “in mezzo alla tempesta” senza saperlo (ma non senza volerlo). Rampoldi adotta uno sguardo da entomologa (non a caso al centro della vicenda c’è un formicaio) e un commento musicale (di Fabio Massimo Capogrosso) da “Pierino e il lupo” per raccontare un quartetto di esseri umani che ritengono di “meritarsi un’altra vita, più giusta e libera se vuoi”, seguendo il loro muoversi impazzito in cerca di una via d’uscita, con la paura di perdere definitivamente se stessi, prima che i rispettivi compagni. Breve storia d’amore non ha la raffinatezza sospesa né la crudeltà sottile dei tanti film francesi che hanno parlato della volontà di “spaccare tutto” in famiglia pur di ritrovarsi (dall’inarrivabile Gli amanti di Louis Malle fino al recente L’ultima estate di Catherine Breillat), ed è un esordio più interessante che riuscito, ma segnala un’autrice (di film suoi) in divenire, curiosa, vitale e apprezzabilmente coraggiosa.

 

Mymovies

C’è un demone nascosto dentro uno dei personaggi di Breve storia d’amore. E già questa cosa, da sola, mette il film in un’altra categoria rispetto a tutti gli altri film italiani sul tema. Il tema sarebbe i rapporti di coppia, le amanti, i tradimenti e gli incontri fugaci negli hotel. Un tipo di storia che è talmente il pane quotidiano del cinema italiano, che non ci sarebbe niente di male nel desiderare una moratoria che impedisca di farne per almeno dieci anni. Tuttavia, qualora in uno slancio di tolleranza si decidesse di concedercene solo uno per decennio, allora questo dovrebbe essere Breve storia d’amore. L’unico film, tra i recenti, può ricordare a chi l’abbia dimenticato come mai raccontiamo queste storie e come si dovrebbero raccontare. La trama parte da presupposti convenzionali: due persone, una ragazza single e un uomo più adulto che ha una compagna, si conoscono in un bar, casualmente, e cominciano una relazione clandestina. Invece che ripiegarsi su drammi, paturnie e sguardi verso l’infinito, l’intreccio quasi subito si fa molto concreto. Ci sono problemi logistici, c’è un albergo a ore con avventori anche loro pieni di problemi per i loro tradimenti, ci sono decisioni che sembrano portare la storia dalle parti di Attrazione fatale (per poi prendere un’altra strada ancora), e c’è l’idea ambigua che quella storia, che andrebbe evitata, è però anche molto soddisfacente. Che è la più interessante.

E fa piacere vedere che, nonostante sia l’esordio alla regia di una sceneggiatrice (Ludovica Rampoldi, di lungo corso nel cinema italiano), non è un film che ragiona solo con la scrittura, perché molta della soddisfazione di questa relazione non viene da cosa è detto ma da come sono mostrati i due. Adriano Giannini e Pilar Fogliati sono inquadrati per esaltarne l’attrattiva e la forza sessuale (anche se c’è un fastidioso pudore della nudità che si scontra molto con ciò che viene narrato). Certo, non mancano alcune delle solite piccole grandi assurdità del cinema italiano, come l’ossessione per gli interni borghesi (perché le case sono sempre così poco ordinarie e sempre così straordinarie nei loro arredi?), oppure il protagonista che pratica hobby o sport strani, oppure ancora il lavoro metaforico (la persona che vedrà la sua vita scossa da un terremoto fa di lavoro il sismologo, quello che dovrebbe prevederli). Ma è indubbio che, per una volta, c’è un film che oltre a cercare di farsi una domanda, come sempre nei film italiani, riesce anche a dimostrare un po’ di voglia di divertirsi. Oltre a cercare un pubblico disposto a impegnarsi nella visione, ha anche la grazia di cercarne uno che desidera solo un po’ di escapismo, e la bravura di soddisfare entrambi. A chi avrà visto il film non sfuggirà che è anche una storia che cerca di girare intorno a un argomento abusato trovando una chiave femminile che non sia la solita, cioè che non sia il ribaltamento dei ruoli e o l’ancora più insopportabile polarizzazione di torti e ragioni. Proprio il fatto di essere un film scritto bene fa sì che questa storia non nasca femminile, ma lo diventi nel corso del suo svolgimento, creando personaggi femminili complessi che non vanno per forza assolti, ma a cui viene fatto il regalo di poter essere bastardi, scaltri e pericolosi.

 

Ondacinema

(…) Per sua stessa ammissione l’idea di Breve storia d’amore nasce quando Rampoldi aveva venticinque anni e “idee intransigenti e assolute sulle relazioni”; anni dopo, quando quella bozza di soggetto le ricapitò fra le mani, si accorse che le domande da cui era partita erano rimaste le stesse ma prive della perentorietà della gioventù: cos’è una coppia? Quali sono i suoi confini? Cosa la tiene insieme e cosa la fa naufragare? Cosa è lecito e cosa non lo è? Da qui e con una consapevolezza diversa, l’idea di farne il suo primo film da regista su uno dei topos più esplorati dalla commedia sentimentale: lui, lei, l’altro.

Ludovica Rampoldi lo rispolvera e lo incasella in una struttura quasi da camera, costruendo un congegno a orologeria e tessendo un intreccio di vite e tradimenti dalla precisione chirurgica. Lea, aspirante scrittrice rassegnata a fare interviste a donne illustri per un femminile che nessuno legge, incontra Rocco in un bar; lui, sismologo, ha appena vinto uno dei suoi incontri di chessboxing del venerdì sera, disciplina che unisce scacchi e boxe. Tra i due inizia una relazione clandestina, destinata a consumarsi in una decadente stanza d’albergo, uno spazio di assoluta anarchia e libertà, dove Lea e Rocco trovano quello che i rispettivi compagni non riescono più a dargli: da un lato Andrea, attore piacente di cui Lea non si fida più (“prima sapevamo che se volevamo potevamo durare per sempre, adesso ci scegliamo per abitudine, è la sensazione di chi aveva la grazia e l’ha perduta”), dall’altra la compassata Cecilia, rinomata psicologa che ogni tanto si diletta a tirare al poligono. Sembrerebbe un tradimento come tanti, ma quando Lea comincia a insinuarsi nella vita di Rocco, quell’apparente “storia di corna” prenderà una piega imprevista che coinvolgerà l’assortito quartetto in una surreale resa dei conti.

 

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