Cinque secondi

Paolo Virzì

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Adriano Sereni è un cinquantenne che vive da recluso dentro un'ex scuderia. Non fa entrare in casa nemmeno il tecnico per riparare la caldaia, o il postino che gli consegna raccomandare destinate a rimanere chiuse, e si ciba solo di scatolette che abbandona in giro per la sua disordinata dimora. Non si lava praticamente più e "puzzicchia", come dice la sua amica Giuliana Marziali, che è stata sua socia in un importante studio legale: perché Adriano era un avvocato di successo, prima che un tragico evento gli spezzasse la vita in due. Giuliana cerca di convincerlo a presentarsi in tribunale - sì, le raccomandate erano convocazioni giudiziarie - ma lui accetta solo perché gli pare un'opportunità di rivedere il figlio Matteo, rimasto a vivere con l'ex moglie, cui manda messaggi quotidiani che rimangono senza risposta. Intanto, nella villa abbandonata di fronte alle scuderie, si accampa un gruppo di ragazzi, capitanato dalla volitiva Matilde, che vuole piantare viti e fare il vino, disturbando lo scorbutico eremita.
DATI TECNICI
Regia
Paolo Virzì
Interpreti
Valerio Mastandrea, Galatéa Bellugi, Valeria Bruni Tedeschi, Ilaria Spada
Durata
105 min.
Genere
Commedia
Sceneggiatura
Paolo Virzì, Francesco Bruni, Carlo Virzì
Fotografia
Luca Bigazzi
Montaggio
Jacopo Quadri
Musiche
Carlo Virzì
Distribuzione
Vision Distribution
Nazionalità
Italia
Anno
2025

Presentazione e critica

Adriano Sereni è un cinquantenne che vive da recluso dentro un’ex scuderia. Non fa entrare in casa nemmeno il tecnico per riparare la caldaia, o il postino che gli consegna raccomandate destinate a rimanere chiuse, e si ciba solo di scatolette che abbandona in giro per la sua disordinata dimora. Non si lava praticamente più e “puzzicchia”, come dice la sua amica Giuliana Marziali, che è stata sua socia in un importante studio legale: perché Adriano era un avvocato di successo, prima che un tragico evento gli spezzasse la vita in due. Giuliana cerca di convincerlo a presentarsi in tribunale – sì, le raccomandate erano convocazioni giudiziarie – ma lui accetta solo perché gli pare un’opportunità di rivedere il figlio Matteo, rimasto a vivere con l’ex moglie, cui manda messaggi quotidiani che rimangono senza risposta. Intanto, nella villa abbandonata di fronte alle scuderie, si accampa un gruppo di ragazzi, capitanato dalla volitiva Matilde, che vuole piantare viti e fare il vino, disturbando lo scorbutico eremita.

Che cos’è un padre? È questa la domanda che pone Cinque secondi, il nuovo film diretto da Paolo Virzì e scritto insieme al fratello Carlo e a Francesco Bruni (anche coautore del soggetto), e che per fortuna non è un film a tesi, ma una storia vera e propria, per certi versi quasi una favola (il gruppo dei giovani disturbatori” che passano gran parte del temoo a suonare e cantare sono davvero una fantasia bucolica). Cinque secondi appare come il doloroso precipitato dell’esperienza di padre separato del regista sublimata in forma artistica, depurata dal rancore, ma ancora profondamente radicata nella paura di non essere la figura paterna che sperava per i propri figli: non è un caso che nella squadra del film ci siano suo fratello e sua figlia Ottavia, qui (ottima) costumista. Adriano è “un padre che ha sempre navigato controvento”, che ha compiuto azioni “inadatte” e ha immaginato il proprio ruolo in modo creativo e inconsueto per poi comprenderne “cinque secondi” troppo tardi i rischi. Si è rivelato a se stesso un padre “inadatto”, e adesso è intento ad espiare quella colpa, comportandosi come un Clint Eastwood maremmano (e ricordiamo che il nucleo del senso di colpa di Eastwood, che è anche il nucleo doloroso e irrisolto di alcuni dei suoi film, è il tormentato rapporto con una delle sue figlie). Matilde, che rifiuta ogni forma di patriarcato, è anche un modo per raccontare una generazione, quella dei ventenni di oggi, che sta ridefinendo i ruoli di genere, il che lascia soprattutto i maschi privi di una collocazione tradizionale, e non sempre per scelta. Il corollario del concetto di “terra abbandonata diventata di tutti” con cui il gruppo dei ragazzi si impossessa dello spiazzo di fronte alle scuderie è che l’appartenenza – a una famiglia, a un genere, a un’identità – sia superata, e questo non è solo liberatorio, è anche… spiazzante. “Tanto un padre non serve”, si dirà nel film. Dunque “c’è ancora bisogno di padri?” potrebbe essere la domanda correlata a quella centrale. Ma il team di sceneggiatura, la regia “a mestiere” di Virzì e la recitazione del cast creano personaggi, non algoritmi. E dunque Valerio Mastandrea regala la sua naturale misantropia e la sua incongrua tenerezza al ruolo di Adriano: Valeria Bruni Tedeschi fa di Giuliana una donna di buon carattere, sempre disposta a comprendere e ad alleggerire; Ilaria Spada nel ruolo dell’ex moglie lascia filtrare la sua dolcezza attraverso le crepe dolorose di una maschera di rancore e disperazione. Ma a brillare è soprattutto Galatea Bellugi, di formazione artistica mitteleuropea, restituendo carne, sangue e toscanità ad un personaggio che sulla carta avrebbe potuto rimanere uno stereotipo agreste. Con Cinque secondi Paolo Virzì fa un j’accuse del sarcasmo con cui, in una certa misura, ha guardato il mondo, anche attraverso i suoi film, e abbandona ogni distacco ironico per immergersi (e immergerci) nel viaggio di redenzione del quale abbiamo disperatamente bisogno oggi. Il suo film è speculare e contrario al monologo nichilista e disfattista di Emanuela Fanelli in Un altro ferragosto, senza peraltro mai cadere in un buonismo “veltroniano” assolutorio e opportunista. “Bisogna avere fiducia, tanta fiducia”, dirà Adriano, con nello sguardo la consapevolezza che quella fiducia potrebbe non bastare. Ma che sa che, da padre, è imprescindibile, e le si deve imprescindibile rispetto.

 

Mymovies

Nel cinema di Paolo Virzì lo svelamento delle anime e delle intenzioni effettive di ciascun personaggio sembra passare, in primo luogo, per i brani musicali e soltanto dopo per la scrittura. La scelta della colonna sonora, infatti, non appare mai casuale, e Cinque secondi, il suo diciassettesimo lungometraggio da regista, scritto con il fratello Carlo e Francesco Bruni, lo dimostra con forza. Per esempio, tra i numerosi brani (e artisti) contenuti nel film, Place To Be di Nick Drake risuona più e più volte, raccontandoci molto sugli stati d’animo del suo protagonista – l’avvocato Adriano Sereni, interpretato con efficacia da un Valerio Mastandrea nuovamente in sottrazione, seppur mai così incupito, dolente ed ermetico – ben prima che lui o altri facciano lo stesso.

Se quella di Drake è una ballata folk malinconica e gentile, dedicata a tutti coloro che, almeno una volta nella vita, si sono sentiti perduti, vulnerabili o ancora tristi e nostalgici rispetto a un tempo che è stato e che ora non è più, Cinque secondi di Virzì ne intercetta appieno il sentimento di alienazione e spaesamento, affidandosi talvolta a silenzi eloquenti, altrimenti al preciso soppesamento della parola. La quale, in un primo momento, sembra rinchiudersi in sé stessa, rinunciando a suoni e significati (grugniti e brontolii, però, non mancano), per poi deflagrare nel corso del gran finale: quello in cui i nodi irrisolti finalmente si sciolgono, seppur con crudo realismo, e le anime si rivelano per ciò che sono, tra aule di tribunale, conversazioni virtuali fino a lì inesistenti e potenziali affetti familiari curiosamente ritrovati. Nel mezzo, il peso della solitudine, la fuga come dimensione ultima (e disperata) di salvezza, il silenzio che un po’ ottenebra e un po’ conforta, e il significato profondo di genitorialità o, più in generale, di famiglia. Nelle scuderie di un antico cascinale in Toscana, ora adibite a B&B (la muffa è dappertutto, ma poco importa), sopravvive in piena solitudine il fu avvocato di fama Adriano Sereni, il quale ogni giorno scrive amorevolmente la buonanotte (e non solo) a un ragazzo che inizialmente non ci è dato conoscere e che conduce lo spettatore a porsi numerosi interrogativi. Primo dei quali: il destinatario è morto e l’avvocato non ha ancora accettato l’ineluttabilità dell’accadimento? Così sembra. Eppure non è. Nel frattempo, un collettivo di giovani ecologisti si sistema alla bell’e meglio nella villa sottoposta a sequestro (e in procinto di crollare), appena di fronte alle scuderie. A spezzare la solitudine di Adriano non è soltanto il caos, bensì la novità – o forse il passato, seppur in una veste differente. Il Virzì di Cinque secondi non è quello che abbiamo incontrato negli ultimi anni, bensì quello degli esordi. Distante dalla rivisitazione nostalgica e dolorosa del tempo familiare (oltreché sociale e storico) ormai andato perduto, al pari della spensieratezza e dell’innocenza proprie di La prima cosa bella, Ovosodo e Caterina va in città, toni e linguaggi di Cinque secondi sembrano comunque guardare a quegli istinti e a quell’emotività, immaginando una potenziale fuga dal dolore che è tanto fisica quanto mentale.

Oltre la società, oltre i ruoli e gli obblighi cui siamo chiamati a rispondere quotidianamente, assumendoci scomode responsabilità e così confessando colpe talvolta scomode, altrimenti tragiche e definitive. Certamente l’idillio non è mai tale, e nasce anch’esso dalla sofferenza, la quale ne incontra un’altra e poi un’altra ancora – c’è chi è uscito da dipendenze, chi da traumi affettivi, da depressione e così via – costituendo un vero e proprio nucleo familiare che, per quanto inatteso, risulta capace di osservare il perdono e così l’amore, quello vero e sconfinato. Non è il film più solido di Paolo Virzì, eppure è vitale, sgangherato, continuamente pulsante e istintivo, grazie anche al contributo in scrittura del Francesco Bruni di Noi 4 (la cui influenza qui…) e Tutto chiede salvezza. “Sono gli ormoni”, dice ripetutamente l’avvocato Adriano Sereni. Ha proprio ragione. O forse solo in parte. Tutt’intorno, le complessità degli affetti, dei dolori e di quel gran casino che è il rapporto genitori-figli, laddove insieme all’amore inevitabilmente nascono traumi e interrogativi destinati a restare senza risposta alcuna. Poiché, come è bene considerare, è il primo giro di giostra per entrambi, e l’errore – perfino il più drammatico e amaro – va perdonato.

 

Sentieriselvaggi