Father Mother Sister Brother

Jim Jarmusch

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Father Mother Sister Brother, il film diretto da Jim Jarmusch, racconta tre storie che trattano il tema dei rapporti tra fratelli, sorelle e i loro genitori. Sono ambientate in tre luoghi diversi, la costa del Nord Est degli stati Uniti, Dublino e Parigi. In comune hanno le tensioni e i conflitti che nascono dalla distanza fisica ed emotiva.
DATI TECNICI
Regia
Jim Jarmusch
Interpreti
Tom Waits, Adam Driver, Charlotte Rampling, Cate Blanchett, Mayim Bialik, Sarah Greene, Indya Moore, Vicky Krieps, Luka Sabbat
Durata
110 min
Genere
Commedia
Drammatico
Sceneggiatura
Jim Jarmusch
Fotografia
Frederick Elmes, Yorick Le Saux
Montaggio
Affonso Gonçalves
Distribuzione
Lucky Red
Nazionalità
USA, Italia, Francia
Anno
2025

Presentazione e critica

Una sorella e un fratello quarantenni si ritrovano a mantenere un padre squattrinato che li invita a visitarlo solo quando ha bisogno di un aiuto economico; due sorelle, anche loro over 40, vanno a prendere il the dalla madre, famosa scrittrice, e fanno a gara per sembrarle più riuscite di quello che sono; due gemelli, maschio e femmina, intorno alla ventina devono confrontarsi con la morte dei genitori, scomparsi in un incidente con l’aeroplanino che guidavano. Tre episodi ambientati tre Paesi – Stati Uniti, Irlanda, Francia – e collegati da pochi dettagli: un Rolex forse vero, forse falso; un modo di dire; un gruppo di skaters che sfreccia accanto ai protagonisti; l’insolita propensione a brindare con un the o un caffè; e soprattutto il disagio nell’abitare in quel non-luogo dell’anima definito Desolandia.

Jim Jarmusch crea un trittico circolare che fa leva su tutte le sue cifre autoriali, dal tono laconico alla lentezza ipnotica del racconto, dalle lunghe conversazioni in macchina allo straniamento dei suoi protagonisti, per raccontare in modo non scontato i legami famigliari che ci tengono ancorati ad antiche abitudini e rancori, ma che sono anche fonte di conforto e radici esistenziali.
Se le coppie di fratelli dei primi due episodi sono divise anche, o forse soprattutto, dalla necessità di gestire un genitore ingombrante ed egoriferito, la terza coppia di gemelli si ricongiunge in nome dell’assenza di una madre e di un padre tanto autodeterminati da determinare la propria morte, a dispetto dei figli.

Father Mother Sister Brother mette in scena queste dinamiche leggermente disfunzionali rimandando comunque all’importanza di appartenere ad un nucleo famigliare, e in particolare ad un vincolo fraterno, in qualche modo imprescindibili. Lo fa con la consueta tenerezza ed ironia del regista-sceneggiatore, aiutato da un cast di prim’ordine che va da Tom Waits e Charlotte Rampling (il padre e la madre dei primi due episodi), a Mayim Bialik e Adam Driver di cui per la prima volta notiamo la somiglianza, a Cate Blanchett e Vicky Krieps, sorelle rivali ma in qualche modo affezionate, a Luka Sabbat e Indya Moore, gemelli diversi nell’episodio finale. Nessuno dei personaggi di questo universo dice la verità fino in fondo – i silenzi fanno parte del copione tanto quanto i dialoghi – e tutti sono impegnati a ricoprire il ruolo loro assegnato in famiglia, probabilmente da sempre, come capita ad ognuno di noi. E la Desolandia è il mondo in cui si ritrovano, che come sempre in Jarmusch è “più strano del paradiso” senza però essere davvero un inferno: un mondo di “broken flowers” che nonostante tutto continuano a fiorire, sopravvivendo come ultimi reciproci vampiri, più ostinatamente vivi che “morti che non muoiono”.
Il film di Jarmusch ricorda in qualche misura I Tenenbaum ma non ne ha il nichilismo, semmai la malinconia, accentuata dalla canzone (Spooky) che apre e chiude la narrazione, componendo anche acusticamente un cerchio olistico, e dalla voce struggente della Nico di These Days sui titoli di coda. In una scena nell’episodio girato a Parigi Father Mother Sister Brother cita quasi Ultimo tango, con adeguata reverenza: ma resta puro Jarmusch nell’economia espressiva, nell’empatia pudica, e in quello spleen esistenziale che non è mai pessimismo cosmico e sempre poetico struggimento.

Mymovies

È curioso che Father Mother Sister Brother, l’ultimo film di Jim Jarmusch, composto da tre storie separate con attori diversi, giochi e scherzi per due dei tre segmenti, e poi vada più a fondo nel terzo. E che piacere nello scoprire che proprio la commedia e le macchiette di quei primi due segmenti sono importanti nel creare le basi e l’atmosfera per la terza parte, per nulla scherzosa e anzi molto tenera.
Father Mother Sister Brother ha vinto il Leone d’oro all’ultima Mostra di Venezia, ma in una situazione in cui nessun regista vorrebbe trovarsi, cioè a discapito di un film tra i più cruciali e militanti di questi anni, uno di quelli che più meritano visibilità: The Voice of Hind Rajab. Lo ha fatto raccontando tre storie di figli e genitori, con uno stile veramente ammirabile e con una capacità sottile e peculiare di parlare delle armonie familiari, ma anche con un po’ di ruffianeria finale, cioè la capacità di accattivarsi la benevolenza degli spettatori cercando con determinazione la commozione. Non la commozione grossolana delle grandi dichiarazioni d’amore urlate o degli eventi clamorosi, ma quella che emerge dall’esposizione di sentimenti che è facile riconoscere come i propri.
C’è in questo film quel piccolo godimento tipico dei film ben scritti, dato dal capire da soli i rapporti tra personaggi, a partire da piccoli indizi. Nella prima storia Adam Driver e Mayim Bialik sono figli di Tom Waits e si recano da lui per controllare come stia. È sempre più anziano e acciaccato, e temono che la demenza senile stia avendo la meglio; sono un po’ preoccupati e si capisce che, nonostante lo vogliano aiutare, non sono poi così presenti, ognuno ha la sua vita. Non c’è nessuna dichiarazione, né nessun dialogo che lo espliciti: ogni spettatore è in grado di riconoscere atteggiamenti, durezze e sensi di colpa impliciti e agire come un detective (aiutato dal film), che scopre sguardi, mosse e gesti d’intesa rivelatori.
Nel secondo segmento, invece, Vicky Krieps e Cate Blanchett sono figlie di Charlotte Rampling, madre dura e austera, di grande successo. Si recano nella sua casa per un tè e per fare il punto delle loro vite. Krieps è una donna lesbica irrisolta che non vuole confessare nessuna delle due cose, Blanchett è invece molto più inquadrata, ma nessuna delle due si avvicina al successo della madre. Qui i rapporti sono più dichiaratamente freddi, con una madre rigida e delle figlie costantemente criticate. Il bello sta tutto nel capire come queste due sorelle così diverse siano alleate ma anche no, in un nucleo familiare poco unito come il primo.
In ognuna di queste due storie c’è un umorismo molto delicato, lasciato agli attori, fatto di grandi tempi comici e di piccole mosse ed espressioni. Soprattutto è un umorismo sulla famiglia e sulle dinamiche familiari più comuni, arricchito da riferimenti sofisticati. C’è anche quello che sta più a cuore a Jarmusch e che non manca mai nei suoi film: i ribelli e gli stili di vita alternativi. C’è cioè un membro della famiglia, diverso dagli altri, che non è inquadrato in una vita convenzionale ma anzi vive di interessi, piaceri intellettuali e non cerca il conformismo. È Vicky Krieps nel secondo e (a sorpresa) Tom Waits nel primo.
Questo è cruciale per l’arrivo della terza storia, quella di due gemelli che tornano nella casa in cui sono cresciuti dopo la morte in un incidente aereo dei genitori. Lì ricordano e scoprono la vita dei defunti e anche quella della loro famiglia con grandissima dolcezza. È l’unica delle tre famiglie che non contiene un elemento ribelle perché tutti e quattro lo sono stati. Sia i genitori che i figli non rispondono a nessun inquadramento sociale, hanno lavori intellettuali o creativi, si vestono di pelle, hanno i rasta e, sia superficialmente che intimamente, sono la tipologia umana che Jarmusch ama raccontare. Non stupisce che in un film di Jarmusch sia questa l’unica famiglia armoniosa e l’unica a mostrare una maniera possibile di volersi bene, in modi sinceri e onesti.

Non bisogna per forza concordare, ma è contagiosa la maniera in cui viene raccontata una delle molte dimensioni possibili dell’amore familiare. Jarmusch conosce e adora talmente tanto queste tipologie umane da essere bravissimo nel coinvolgere lo spettatore, farlo entrare in queste dinamiche e mostrargli quei personaggi attraverso i suoi occhi, pieni di ammirazione, affetto e trasporto. Questo è anche l’unico segmento senza attori noti, che adotta appositamente un tono più dimesso, caratteristica molto apprezzabile proprio nel momento in cui si cerca il sentimentalismo. Chi conosce i film a episodi di Jarmusch può immaginare in che maniera faccia commedia, ma chi ha visto Paterson può immaginare in che modo cerchi di raccontare l’intimità.

Wired