I colori del tempo

Cédric Klapisch

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I Colori del Tempo, il film diretto da Cédric Klapisch, si svolge ai giorni nostri. Una trentina di membri della stessa famiglia scoprono di aver ereditato una casa abbandonata da anni. Quattro di loro, Seb (Abraham Wapler), Abdel (Zinedine Soualem), Céline e Guy (Julia Piaton e Vincent Macaigne), vengono incaricati di fare il punto sulla proprietà. Questi lontani cugini, apparentemente estranei tra loro, si ritrovano a condividere luoghi, ricordi e tracce di un passato familiare dimenticato. Tra vecchi oggetti, lettere e fotografie, scoprono l’enigmatica figura di Adèle (Suzanne Lindon), un’antenata che lasciò la sua nativa Normandia a soli vent’anni per raggiungere Parigi nel 1895, nel cuore della sua rivoluzione industriale, artistica e culturale. Mentre la casa si rivela custode di segreti e tesori nascosti, il viaggio dei quattro cugini si trasforma in un’esplorazione profonda delle proprie radici e della propria identità.
DATI TECNICI
Regia
Cédric Klapisch
Interpreti
Suzanne Lindon, Philippine Leroy-Beaulieu, Cécile de France, Vincent Perez, Vassili Schneider, François Berléand, Julia Piaton, Sara Giraudeau, Vincent Macaigne, Paul Kircher, Zinedine Soualem, Fred Testot, Raïka Hazanavicius, Pomme
Durata
126 min
Genere
Commedia
Drammatico
Sceneggiatura
Cédric Klapisch, Santiago Amigorena
Fotografia
Alexis Kavyrchine
Montaggio
Anne-Sophie Bion
Distribuzione
Teodora Film
Nazionalità
Francia
Anno
2025

Presentazione e critica

Sono tutti più o meno delusi dalla loro vita. C’è chi è irrealizzato, chi sta iniziando una carriera e chi la sta finendo. Sono il gruppo variamente assortito di parigini di oggi chiamati per un’eredità, discendenti di un’unica donna, Adèle Meunier, diventata adulta a fine Ottocento passando per un cruciale periodo trascorso a Parigi, dove, partendo dalla natìa Normandia, partì in cerca della madre mai conosciuta. Generazioni (di oggi) a confronto, mentre prende forma la storia di formazione di una giovane donna di ieri, di un periodo certo non scelto a caso da Cédric Klapisch, buon artigiano del cinema francese che ama cambiare atmosfere e generi, in questo caso anche epoche, mantenendo una sincerità di racconto nei confronti dei giovani (L’appartamento spagnolo e La vita e una danza) e degli spaesati dalla vita (Ritorno in Borgogna).

È una commedia, I colori del tempo, all’interno di un film originale, che regala un intrattenimento piacevole senza alzare la voce, con palese divertimento e la sincera curiosità di avventurarsi in anni cruciali per lo stesso cinema. Siamo nel 1895, proprio quando la nuova arte azzardava i primi vagiti, ma soprattutto la fotografia sembrava poter dominare il racconto visivo, soppiantando e addirittura decretando la morte della pittura. Almeno era quello che in molti pensavano, facendo sorridere al pensiero di anni più recenti – tipo oggi – e al grido comune alla morte del cinema. Klapisch si diverte a inserire mostri sacri dell’arte nel cammino di Adèle, da Victor Hugo a Monet, mentre il gruppo dei contemporanei, generazioni e malinconie diverse, indagano su alcune opere ritrovate nella casa abbandonata da decenni che rappresenta il lascito che dovrebbero dividersi, mentre da quelle parti non vedono loro che la vendano, per permettere di costruire sul terreno un modernissimo centro commerciale. A innescare la comunicazione con il passato non potrebbe essere che un giovane content creator – a proposito dell’innovazione che minaccia lo status quo – che con l’aiuto di qualche sostanza sbarazzina e onirica permette ai più permeabili di loro, ai più sensibili, di fare un giretto alla mostra di lancio di un nuovo artista, capostipite di un movimento artistico sempre di moda come l’impressionismo. Adèle Meunier ha il fisico dinoccolato di Suzanne Lindon, in questo omaggio alla Parigi di ieri, ma anche al disincanto meno magico di oggi, in cerca di quella solidarietà fra esseri umani che rappresenta una delle stelle polari del cinema di Klapisch. La giovane ci fa da guida (inconsapevole) nella Belle Époque e fra le passioni amorose di pittori e quadri diventati iconici. Ironico e in alcuni momenti anche toccante, si appoggia su giovani attori promettenti e sullo spasso di due maestri dell’auto ironia e della recitazione esitante con brio come Cécile De France e Vincent Macaigne.

Al di là di tutto, è soprattutto un ennesimo inno alla vita di Klapisch, a quell’avventura che si svela ogni giorno davanti ai nostri occhi, fra l’emozionato primo video musicale del giovane influencer, che si innamora della bella cantante, e il giorno della pensione del professore di lettere, così amato dai suoi studenti che gli tributano un infinito applauso che lo scorta fuori dalla scuola, verso la sua nuova vita. E in un’epoca ripiegata su sé stessa, suona anche come un invito non pedante a guardarsi indietro, per avere consapevolezza piena del proprio futuro, guidati dall’amore per la scoperta e dall’immaginazione. Allora meglio affacciarsi in anni in cui tante invenzioni cruciali posero le fondamenta per il mondo di oggi, dall’elettricità al cinema.

 

 

Comingsoon

A distanza di qualche anno da La belle époque di Nicolas Bedos (altra riflessione sul tempo e sulla nostalgia), I colori del tempo conferma la persistenza, nel cinema francese contemporaneo, di un gusto per la memoria domestica, per un passato riprodotto in vitro sotto forma di eleganza visiva e di equilibrio narrativo. Bedos inventava una macchina del tempo teatrale, un congegno sentimentale che riportava i suoi personaggi indietro cronologicamente attraverso la finzione scenica. Cédric Klapisch sceglie invece un dispositivo meno legato al profilmico e più al linguaggio cinematografico in senso stretto: il montaggio alternato come strumento per far dialogare due epoche, la fine dell’Ottocento e il presente, unite da un’eredità e da una casa che diventa soglia simbolica. Un gruppo di personaggi contemporanei, sconosciuti tra loro, scopre di essere legato da un testamento comune: la proprietà di una dimora appartenuta a una donna, Adèle, vissuta nella provincia francese e poi trasferitasi a Parigi negli ultimi anni del XIX secolo. L’eredità materiale è, come spesso accade in Klapisch, pretesto per un’esplorazione più ampia della continuità affettiva e culturale tra le generazioni. Tuttavia, la struttura del film (che alterna le due linee narrative) si rivela più meccanica che dialettica: le immagini delle due epoche non si compenetrano, ma si giustappongono secondo una logica di pura alternanza, priva di reale scambio simbolico. Il riferimento al 1895, anno di nascita del cinema, è tutt’altro che casuale. Klapisch sembra voler mettere in scena una piccola genealogia dello sguardo: da un lato la pittura impressionista, con il suo sforzo di catturare l’istante e la luce, dall’altro il cinema nascente, che trasforma la fissità dell’immagine in movimento. Il quadro di Monet (Impression, soleil levant, del 1872) che attraversa la vicenda diventa così il punto di congiunzione tra due forme di rappresentazione, la tela e lo schermo, entrambe legate all’esperienza della visione e del tempo. Ma il film, invece di interrogare criticamente questa relazione, la riduce a simmetria illustrativa: la pittura come eco estetica del cinema, non come suo antecedente problematico.

Insomma, I colori del tempo costruisce un discorso sulle immagini senza mai interrogare davvero il loro potere. L’idea di un montaggio che metta in dialogo passato e presente resta una dichiarazione d’intenti: non si traduce in tensione né in rottura, ma in un ritmo costante, rassicurante, che finisce per anestetizzare il fluire del racconto. La parte contemporanea, che dovrebbe incarnare la continuità del tempo e l’eredità simbolica di Adèle, risulta la più fragile. Klapisch adotta il tono corale che gli è consueto (un mosaico di caratteri che si incontrano, si fraintendono, si riconoscono) ma qui il dispositivo appare logoro. I personaggi principali (un videoartista, una manager, un apicultore e un professore di liceo) sono figure funzionali, servono a impersonare il presente come tempo dell’incertezza, del disorientamento, della perdita di radici, ma nessuno riesce a incarnarlo con spessore. La commedia, annunciata nei toni, non trova mai un vero respiro: il registro resta sospeso, né ironico né realmente comico, e la scrittura si appiattisce in una serie di confronti costruiti ad arte. Decisamente più viva è la sezione ambientata alla fine dell’Ottocento, dove Klapisch ritrova un piacere autentico per la ricostruzione sensoriale e per il racconto di formazione. Adèle, interpretata da Suzanne Lindon, figlia di Vincent Lindon e Sandrine Kiberlain, attraversa la Parigi degli artisti e dei poeti come una figura liminare: tra l’adolescenza e l’età adulta, tra la provincia e la metropoli. La macchina da presa la segue con una curiosità che si fa empatia, e in questi momenti il film sembra respirare, lasciando intravedere ciò che avrebbe potuto essere: un racconto sullo sguardo, sul modo in cui le immagini nascono dal desiderio di fissare ciò che passa.

In filigrana, I colori del tempo è anche un film sull’eredità, fulcro narrativo del racconto ma anche meta-cinematografico. I personaggi ereditano una casa, gli attori ereditano un nome. È un’opera popolata di “figli di”: discendenti d’arte che incarnano inconsapevolmente il tema stesso del racconto. L’idea di trasmissione attraversa dunque tutti i livelli del film, fino a diventare il suo vero motore simbolico. Ciò che ci sembra davvero manchi è un rapporto dialettico con il tempo. Ci sarebbe stata materia, nel cuore del soggetto, per una riflessione profonda, seppur mutuata con leggerezza sul registro della commedia, sul rapporto tra immagine e durata, tra impressione pittorica e temporalità cinematografica. Ma Klapisch preferisce restare in una zona di comfort narrativo, quella del racconto consolatorio che si volge al tempo perduto descrivendolo come un contenitore di armonia. Il film guarda alla Parigi fin de siècle come a uno spazio da abitare esteticamente, non come a un territorio da interrogare. In questo senso, l’operazione di Klapisch si inserisce pienamente in quella che lo studioso Emiliano Morreale in un suo saggio definiva “l’invenzione della nostalgia”: il passato costruito come simulacro, come dispositivo di piacere per uno spettatore che cerca riconoscimento più che perturbazione.

 

 

 

Quinlan