Gus Van Sant

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Musiche
Distribuzione
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
È naturale: quello che colpisce di più, a livello immediato, di questo nuovo film di Gus Van Sant è la storia che racconta, e le sue analogie col presente. Perché se Il Filo del Ricatto – Dead Man’s Wire non è ascrivibile al filone eat the rich poco ci manca; perché è chiaro che Tony Kiritsis (e la sua assoluzione per infermità mentale sta lì a sottolinearlo) è sì rapitore, ma anche vittima, vittima di un sistema spietato che l’ha illuso, gli ha fatto annusare il Sogno Americano e gli ha tolto tutto, di quel lato rapace del capitalismo qui incarnato nello stronzissimo personaggio di Al Pacino. E se i paragoni (comunque del tutto sbagliati e sproporzionati) tra Kiritsis e Luigi Mangione si sono sprecati, non dovrebbe sorprendere nessuno.
E quindi sì, anche in questo film che appartiene in apparenza al filone più esplicitamente politico del cinema di Van Sant (quello dei Milk e dei Promised Land), nella caratterizzazione del Tony interpretato da Bill Skarsgård fin troppo febbrile ci sono echi degli outcast raccontati nei suoi primi film. E questa mescolanza, assieme alla voglia evidente di spingere il più possibile sui toni della commedia nera e dell’assurdo, ha come desiderata conseguenza quella di evitare ogni militanza, ogni partigianeria, ogni crociata, lasciando che sia il senso di disagio e smarrimento che riguarda questi personaggi e l’America tutta a farla da padrone. Il che è bene, molto bene.
A colpirmi maggiormente, in questo nuovo film di Gus Van Sant, non è tanto la storia di Tony, pecorella smarrita vittima del capitalismo che vuole delle scuse, che vuole far sapere a tutti che razza di truffatori siano quelli che l’hanno ridotto in povertà. C’è un livello apparentemente secondario, e più interessante, in Dead Man’s Wire, che riguarda la mediatizzazione della vicenda, un fare spettacolo della tragedia che in qualche modo si adatta al film stesso e alla nostra contemporaneità tutta, e che riguarda anche la volgarità con cui quella che lo stesso Tony definisce “gente malata e perversa” lo elegge a idolo e fa il tifo perché del sangue venga versato, che mi pare una dinamica tutta analoga a quella di tanti commentatori social di oggi.
Ancora di più, però, questo nuovo film di Gus Van Sant colpisce, mi ha colpito, per via di aspetti formali notevoli, sempre capaci di legarsi al contenuto.
Van Sant ha girato con un occhio al linguaggio del giornalismo televisivo (con tanto di inserti che ricalcano e si mescolano alle reali immagini d’archivio), con un altro alle serie tv e al cinema a tema poliziesco degli anni Settanta, da Starsky & Hutch a Serpico, passando ovviamente per Quel pomeriggio di un giorno da cani, uscito – guarda caso- soli due anni prima degli eventi raccontati in questo film (ed eccolo qui, allora, il vero motivo della presenza di Pacino).
Peraltro, gli eventi raccontati in questo film si sono svolti nel 1977, che è lo stesso anno in cui si svolge anche L’agente segreto di Kleber Mendonça Filho. A fare da trait d’union tra questi due film in apparenza diversissimi (ma con più assonanze di quanto non sembri) c’è una canzone: “Love To Love You Baby” di Donna Summer. Una canzone tra le tante di una selezione curatissima, quasi tarantiniana, che nel film sono praticamente tutte trasmesse dal personaggio del dj radiofonico interpretato da Colman Domingo.
Il film si apre su di lui, sulle sue labbra che parlano al microfono e sulla sua voce calda e vellutata, e la memoria dei cinefili di fronte a quell’immagine non può non andare alla dj di I guerrieri della notte; il primo brano trasmesso da dj Fred che ascoltiamo è la versione di “Also Sprach Zarathustra” di Deodato, che però crea un link implicito con 2001 Odissea nello Spazio. Aggiungiamo il fatto che quando Richard, l’ostaggio di Tony, viene liberato si ascolta “Raindrops Keep Falling On My Head”, canzone che fa subito Butch Cassidy, e si capisce come quelle non siano semplici scelte musicali, ma legami a idee, temi e visioni dei tre film che ho citato: l’anarchia antisistema di Butch e Sundance, la rabbia e la crisi del film di Hill, un ragionamento (sebbene infinitamente meno complesso) sulla natura umana come in Kubrick.
Uno dei temi del nostro tempo è come trovare un collegamento tra immagini (ormai un flusso continuo) e realtà. La finzione consente di manipolare gli eventi, nel bene e nel male. La chiave è però saper sviluppare uno sguardo non retorico, che consenta di soffermarsi sul particolare per poi allargare l’orizzonte. Un esempio è sempre stato quello di raccontare il passato per riflettere sul presente.
In questo il regista Gus Van Sant è maestro. Il suo film più bello è Elephant del 2003, che si ispira al massacro delle Columbine High School del 1999. “L’elefante” del titolo è un richiamo alla cultura popolare, significa avere un problema e al tempo stesso far finta che non esista. Quel pachiderma nella stanza è anche al centro dell’ultimo film di Van Sant: Dead Man’s Wire, presentato fuori concorso all’82ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia.
Siamo nel 1977, la mattina dell’8 febbraio viene rapito il presidente della Meridian Mortgage Company. L’assalitore vuole cinque milioni di dollari per rilasciare l’ostaggio. Sostiene di essere stato tradito dal sistema bancario, e di non avere più nulla da perdere. Che cos’è il dead man’s wire? È un cavo che collega il grilletto di un fucile a canne mozze al collo della vittima. Basta un semplice gesto per immergersi nella tragedia.
Il ritmo è serrato, e naturalmente quel 1977 corrisponde al 2025. Van Sant è un regista ribelle, come i geni che raccontava in Will Hunting. Porta sullo schermo una vicenda scomoda, che solleva una problematica sociale non codificata, un ritratto dei tempi difficili che stiamo vivendo e dell’angoscia che attanaglia le coscienze. Con risvolti comunicativi sorprendenti (come la diretta e il richiamo a John Wayne). Anche in Italia, Antonio Albanese ha girato un film simile intitolato Cento domeniche.
Quello di Van Sant è un cinema controcorrente, che non accetta compromessi. Forse anche per questo ci sono state difficoltà durante la fase produttiva. Dead Man’s Wire è un ulteriore tassello di un talento che spazia su molte venature. Ha sempre una vena intimista (come anche nel suo ultimo Don’t Worry), ma sa come infondere speranza (Scoprendo Forrester). I suoi personaggi sono belli e dannati, o demoni in cerca di redenzione. Ancora una volta Van Sant mette in scena una storia “nera” in cui gli stilemi del genere servono per trovare un equilibrio tra l’intrattenimento e la cronaca. Un film forte, sincero.
