Andrea Di Stefano

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Musiche
Distribuzione
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
Un decennio sta finendo, cosa resterà di quegli anni Ottanta? Sicuramente i telefoni grigi e i gelati d’estate al mare, quando incontriamo Felice, tredici anni di concentrazione che gli si intonano come i completi bianchi da tennis perfettamente stirati. Nonostante sia un adolescente, segue regole ferree, vergate su un quadernone con ostinata precisione dal padre, che si aspetta che diventi un campioncino, alimentando le speranze grazie a buoni successi nei tornei regionali di categoria. È uno di quei genitori che sommergono di aspettative i figli sportivi che si avvicinano al confine fra il gioco da ragazzi e la seduzione del professionismo, e della svolta economica per tutta la famiglia. “Così ripagherai tutto quello che abbiamo fatto per te”. Emuli di provincia del papà Agassi demolito nello splendido Open. Come se ci fosse bisogno di aggiungere pressione a uno sport che sembra inventato dai maestri della psicanalisi, senza simulazioni e scarico di responsabilità. Solo tu, una rete, e un avversario.
Prendendo spunto dalle sue avventure tennistiche da ragazzo, Andrea Di Stefano abbandona per una volta il genere, frequentato con abilità in passato, per farsi catturare dalla seduzione del tempo. Come altri autori di questi anni – sarà l’età che avanza o il Covid che ha spinto a guardare dallo specchietto retrovisore – prende in mano un’avventura personale ma anche molto universale. Una storia di crescita impossibile da separare da anni fatidici, specie quando coincidono con l’adolescenza, in cui la commedia viene in aiuto per raccontare il rapporto fra maestro e allievo, con un mentore che inevitabilmente dovrebbe imporre la sua giurisdizione anche al di fuori dal campo, diventando un secondo padre, o almeno dare il buon esempio con qualche lezione di vita. Del resto, il tennis si presta alle metafore esistenziali, si può attaccare senza paura o indugiare a fondo campo aspettando l’errore dell’avversario, tirare forte senza guardare o studiare l’avversario e darci dentro con la tattica. Ma cosa succede se il mentore è un cialtrone che vive di espedienti, appeso a un passato con qualche vittoria e a un talento sprecato? …
(…) Un legame archetipico, quello fra i due, in cui è il più giovane il più maturo, bloccato però da una paura naturale di crescere e di rischiare, che sia in campo o con le ragazze, ma in generale nella vita. Non si azzarda a rompere le regole con quella strafottenza chiamata libertà che Gatti ritiene maestra di vita, ma che ha lasciato un vuoto enorme in un presente segnato dal suo passato, che i due inseguono insieme ai risultati sportivi ,mentre si avventurano sempre più lontano da casa e vicini alla zona più dolorosa e sensibile.
Un viaggio spazio temporale, quindi, in cui il tennis non è solo metafora, viene raccontato con credibilità da chi si nota aver vissuto infinite giornate sul campo, ma lascia inevitabilmente un po’ di polvere rossa fra i lacci delle scarpe bianche, anche quando si smette di giocare. “Non torneranno più quei pomeriggi di maggio”, come direbbe il Nanni Moretti pallanuotista, mentre le risate dell’incontro di caratteri iniziale si tramutano in momenti commoventi in cui il legame fra i due si solidifica. Rimanendo esposto, però, a inattese turbolenze dovute a un Maestro che si affaccia sempre più in bilico sul precipizio, in cui Raul perde la maschera degli occhiali da sole a goccia e dell’abbronzatura.
Un’estate che non si scorda più, con due compagni di viaggio fragili e imperfetti, raccontati con trasporto sincero da una sceneggiatura solida, ma capace di lasciare da parte le regole scritte quando vale la pena andare a rete, esponendosi anche al rischio di un passante.
C’è un campo da tennis che profuma di sale e di polvere, un pomeriggio estivo che sembra non voler finire mai, e Cuccurucucù di Battiato che arriva come un’eco lontana, dolce, forse irrisolta. Il nuovo film di Andrea Di Stefano ha un respiro diverso rispetto ai suoi precedenti, una malinconia sospesa che accompagna tutto il racconto. E che non si trasforma, non si evolve. Perchè forse non deve farlo. Il Maestro non è un film sullo sport, e nemmeno un dramma di formazione: è la cronaca – lieve e dolente – di un incontro, di due solitudini che si riconoscono, di un tempo perduto che ancora pretende di essere ricordato. Raul (Pierfrancesco Favino) è un ex talento del tennis, uno che ha conosciuto la promessa del successo e poi il disincanto, l’orgoglio ferito, il lento scivolare ai margini. Insegna in un piccolo circolo di provincia, più per inerzia che per vocazione, quando nella sua vita irrompe Felice (Tiziano Menichelli), ragazzo inquieto, arrogante, con la rabbia e la fame di chi non ha ancora imparato a perdere. Tra i due nasce un legame che non ha nulla di edificante o prevedibile: è fatto di silenzi, di contrasti, di piccole tenerezze che faticano a dirsi. La trama procede come una partita giocata senza pubblico: ogni punto sembra irrilevante, ma alla fine tutto conta. L’incontro tra Felice e Raul diventa una doppia iniziazione: il primo, ”il maestro” ritrova, nell’ostinazione del ragazzo, il frammento di sé che aveva smarrito; il secondo scopre che l’allenatore che gli urla addosso non è un nemico, ma un uomo che teme di aver perso il proprio posto nel mondo. Il tennis, con la sua geometria impietosa, diventa il linguaggio che li avvicina, e allo stesso tempo la trappola da cui entrambi devono liberarsi.
Anche qui la regia di Di Stefano è, precisa, consapevole del peso di ogni gesto. E ancor prima della parola. Nessun dialogo eccessivo, pomposo o intriso di una qualche forma di retorica in cui spesso le commedie, sportive e non, rischiano di inciampare. Le partite qui diventano duelli interiori, e il tennis, con la sua geometria perfetta e crudele, è solo il campo su cui si gioca qualcosa di molto più vasto: la possibilità di una seconda occasione. La fotografia talvolta leggermente desaturata riporta agli anni Ottanta senza mai indulgere nel vintage di maniera; la musica — quella scelta di Franco Battiato che arriva come una vertigine — è la memoria che torna, la malinconia che si fa materia su terra rossa. C’è qualcosa di profondamente onesto in questo film. Di Stefano non teme la semplicità e non cerca ossessivamente la rarità; proprio per questo la sua narrazione risulta limpida, necessaria. Evita la retorica del riscatto, rifugge il sentimentalismo e sceglie la via più autentica: quella della commozione trattenuta, del dolore che non chiede di essere spiegato. Il Maestro parla di sconfitta, ma anche di paternità, di trasmissione, di fragilità, ma senza proclami — solo con lo sguardo, con la luce, con il tempo che si prende il lusso di restare un po’ più del necessario su un volto, su un respiro. Forse su un addio.
