Il mago del Cremlino – Le origini di Putin

Olivier Assayas

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Russia, primi anni ’90. L’URSS è crollata. Nel caos di un Paese che cerca di ricostruirsi, Vadim Baranov, un giovane uomo dalla mente brillante sta per trovare la propria strada. Prima artista d’avanguardia, poi produttore di reality show, diventa consigliere ufficioso di un ex agente del KGB destinato a conquistare il potere assoluto: colui che presto sarà conosciuto come “lo Zar”, Vladimir Putin. Immerso nel cuore del sistema, Baranov diventa lo spin doctor della nuova Russia, modellandone discorsi, fantasie e percezioni. Ma c’è una figura che sfugge al suo controllo: Ksenia, donna libera e inafferrabile, che incarna la possibilità di fuga – lontano dall'influenza del potere e dal dominio politico. Quindici anni dopo, ritiratosi nel silenzio, Baranov accetta di parlare. Ciò che rivela offusca i confini tra verità e finzione, fede e strategia e svela i segreti occulti del regime che ha contribuito a costruire. Il Mago del Cremlino è una discesa negli oscuri meandri del potere, un racconto in cui ogni parola è parte di un disegno.
DATI TECNICI
Regia
Olivier Assayas
Interpreti
Jude Law, Paul Dano, Alicia Vikander, Jeffrey Wright, Zach Galifianakis, Tom Sturridge, Will Keen, Matthew Baunsgard, Dan Cade, Alexander Johnson, Magne-Håvard Brekke
Durata
120 min.
Genere
Drammatico
Sceneggiatura
Olivier Assayas, Emmanuel Carrère
Fotografia
Yorick Le Saux
Montaggio
Marion Monnier
Distribuzione
01 Distribution
Nazionalità
USA, Gran Bretagna, Francia
Anno
2025

Presentazione e critica

All’inizio degli anni novanta, mentre l’Unione Sovietica si sgretola, Mosca è una città in fermento, dove all’improvviso tutto è possibile, sia per chi vuole arricchirsi che per chi è mosso da propositi più idealistici. Tra questi ultimi c’è Vadim Baranov, giovane intellettuale che ama il teatro e la comunicazione. L’incontro e poi la separazione con Ksenia, donna abile a sentire dove va il vento e a posizionarsi di conseguenza, lo convince però che non sarà l’arte ma la politica a definire la nuova era che sta arrivando. Dopo aver lavorato per la TV, viene coinvolto nella scelta di un malleabile fantoccio che possa puntellare la presidenza agli sgoccioli di Boris Eltsin: si tratta del capo dell’FSB Vladimir Putin, all’inizio riluttante ma poi affascinato dal consolidamento del potere. A garantirglielo sarà proprio Baranov, che si trasforma in superbo stratega ed eminenza grigia della nuova Russia. Avevamo lasciato Olivier Assayas con l’intimo e schivo ritratto pandemico di Hors du temps, e lo ritroviamo con uno dei suoi progetti più vasti ed ambiziosi: un adattamento del romanzo di Giuliano da Empoli che vuole tracciare una parabola della Russia contemporanea attraverso la salita al potere di Putin e il rafforzamento del suo regime. Lavorando con attori anglosassoni in un’ampia coproduzione internazionale, Assayas legge Putin attraverso la figura – largamente fittizia ma con radici nel profilo reale di Vladislav Surkov – del suo consigliere più fidato, un visionario dalla moralità fluttuante che con distacco e modi pacati indirizza trent’anni di soprusi e angherie, dalla fine dell’era Eltsin alle campagne di disinformazione digitale, passando per la soppressione violenta delle proteste ucraine dell’Euromaidan.

La dottrina di Baranov (un Paul Dano che trova nuove e inquietanti frontiere alla sua sorniona indecifrabilità) nasce con l’idea di solleticare gli istinti più bassi del popolo per fini commerciali, infiammando ciò che fu e che sarà alla base del berlusconismo e del trumpismo con la benzina delle privazioni sovietiche e della fame incontrollata che ne seguì. Ben presto però si inasprisce in una visione “verticale” della politica, che cavalca l’adagio di una Russia “da sempre forgiata con l’ascia” e perciò bisognosa di un tiranno alla guida. Qui entra in gioco il Putin di Jude Law, la scommessa più riuscita del film, lo strumento che sfugge di mano ai suoi creatori grazie a un pragmatismo capace di autogenerarsi nella forma di un dittatore. L’attore inglese ne indovina le movenze, la camminata tipica, il modo di parlare anche nell’astrazione di una lingua e una cultura diversa. La sua performance è un enorme chiodo piantato nel terreno su cui erigere un tendone tutt’attorno. (…) Il successo del romanzo di Giuliano da Empoli rendeva una trasposizione cinematografica comunque inevitabile, ma dall’acume cristallino di Assayas (e Carrère) era lecito attendersi un’interpretazione più obliqua del periodo e del personaggio centrale. (…) Resta, nella messa in scena piana e senza guizzi tipica di Assayas quando lavora su ampia scala come in Wasp network e Carlos, un’interessante prima parte su una Mosca in transizione, piena di entusiasmo e incertezza e vitalità. Così come straniante e intrigante è l’idea di assistere nella finzione a una ri-creazione europea (seppur rapida e didascalica) degli eventi russi dei primi anni duemila, dai rapporti con gli oligarchi alla guerra cecena e all’affondamento del Kursk. Immagini che arrivano troppo presto o magari troppo tardi, ma che forse daranno al film un presente migliore quando la Storia sarà scomparsa dietro l’orizzonte.

 

Mymovies

“Il potere in Russia è una cosa completamente diversa”. Parla così Vadim Baranov in Il mago del Cremlino, film di Olivier Assayas che adatta per il grande schermo l’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, pubblicato nel 2022 (in Italia da Mondadori). Figura di finzione ispirata a Vladislav Surkov, imprenditore e politico russo diventato consigliere personale di Putin dal 2013, osservando il suo percorso è impossibile non pensare a un’altra eminenza grigia che ha avuto un ruolo simile in passato: Rasputin. A differenza del suo predecessore però, che ebbe grande influenza sullo zar Nicola II di Russia, Vadim/Vladislav non usa l’alchimia e le arti oscure per manipolare l’informazione e l’opinione pubblica, ma la televisione e i social.

A interpretarlo è Paul Dano, ormai specializzato in ruoli enigmatici e moralmente ambigui, che si divide la scena con Jude Law, un Putin che ha effettivamente il carisma di una rock star, o di un divo del cinema, anche se in una scena dichiara espressamente di non essere un attore, né di aspirare al Premio Nobel per la pace, ma di aver consacrato la propria vita al ritorno dell’integrità nella Federazione Russa. A fare da costante nel racconto dell’ascesa di Vadim, dagli anni ’90 ai giorni nostri, è Ksenia, artista e donna che sembra l’unica a sfuggire al suo controllo. Dopo il crollo dell’URSS, è il protagonista stesso a cambiare pelle più volte in un paese che deve trovare una nuova identità. Prima artista d’avanguardia, poi produttore di reality show, infine consigliere di un ex agente del KGB che sta diventando sempre più influente, Putin, appunto. Rimanendo sempre un passo indietro, in realtà è lui ad avere un’importanza fondamentale nell’ascesa di quello che, ancora oggi, è più che il presidente della Russia: di fatto, Putin ha plasmato il paese a sua immagine e somiglianza. Lo spunto narrativo del romanzo, e anche del film, è l’incontro di Vadim con uno scrittore, a cui racconta la propria storia.

Dovendo trovare il modo migliore per far incontrare il testo di partenza con la storia contemporanea, Assayas ha scelto di affidarsi soprattutto alla parola. Il mago del Cremlino è infatti un film in cui il protagonista parla incessantemente, riempiendo la testa dello spettatore con i suoi pensieri, inarrestabili come un fiume in piena. Attraverso i suoi ragionamenti capiamo non soltanto come abbia fatto Putin a diventare uno zar moderno, ma soprattutto quale sia il meccanismo che muove la comunicazione di oggi. Come tutti coloro che non vogliono essere contestati, vediamo Putin mettere sotto controllo prima l’arte e la stampa. Vadim comincia infatti a stringere le mani attorno a programmi televisivi e notiziari, poi impedisce di fare satira. “Il confine tra parodia e insulto è troppo sottile”, dice applicando quella che è una vera e propria censura. Poi è la volta dei contestatori politici e dell’opinione pubblica, che manipola grazie a fake news e social, vero strumento di potere e controllo delle masse. Il protagonista spiega infatti molto bene come l’algoritmo sia stato creato dagli Americani, ma cavalcato in modo magistrale dai Russi. Scommettendo su contenuti creati da quelli che lui stesso definisce “idioti”, ovvero otaku e beauty guru, ha alimentato l’irrazionalità umana, offrendo risposte di pancia e distrazioni continue. In questo modo i fatti e la verità diventano sempre più sfuggenti, permettendo a figure autoritarie come Putin di diventare un punto di riferimento. Il presidente è infatti come un pastore che magari usa anche il bastone per tenere strette a sé le sue pecore, ma, nella percezione della gente, riesce a tenere compatto il gregge. La Russia raccontata da Assayas è quindi come una vera e propria industria cinematografica: tutti lavorano costantemente per controllare la narrazione, con effetti speciali che distraggono il pubblico e mattatori che ne catturano invece l’ammirazione. “Hollywood è come Mosca: contano solo le relazioni di potere. Il resto è irrilevante” dice Ksenia a Vadim. È tutto un trucco quindi. Se non fosse però che nel mezzo ci sono interessi internazionali da cui dipende la vita di milioni di persone. Sicuramente aiutato da un testo importante, Paul Dano giganteggia nel film di Assayas. La sua voce sempre calma, sicura, mai urlata, ha il potere di ipnotizzare chi lo ascolta. Geniale e terrificante allo stesso tempo, incarna perfettamente tutte quelle persone dal potenziale altissimo che avrebbero potuto usare per realizzare qualcosa di bello e invece hanno scelto scientemente di votarsi al lato oscuro. Quella di Assayas diventa infatti anche una riflessione sul fascino del potere, in grado di creare dipendenza in chiunque si ritrovi a gestirlo. Una storia che abbiamo visto tante volte, ma purtroppo è sempre attuale. Perché cambiano gli strumenti con cui viene esercitato, ma le conseguenze dell’abuso di quel potere sono sempre devastanti.

 

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