Il suono di una caduta

Mascha Schilinski

Image
Tre epoche diverse, tre storie di giovani esistenze, un comune destino femminile che ha a che fare con il proprio (limitato) ruolo nel mondo. Non c'è unità di tempo ma c'è unità di luogo perché le storie si svolgono tutte nella stessa fattoria, usando uno stratagemma narrativo non dissimile da quello di Zemeckis in Here. E forse c'è qualche legame famigliare ad unire le tre protagoniste: una bambina, una ventenne, una preadolescente. Intorno a loro vediamo madri alienate e incapaci di affrancarsi dalla società patriarcale in cui vivono, nonché di proteggere i propri figli, e uomini che considerano legittimi atti di violenza, molestie e stupri in nome di una supremazia reiterata nel tempo
DATI TECNICI
Regia
Mascha Schilinski
Interpreti
Hanna Heckt, Greta Krämer, Filip Schnack, Helena Luer, Anastasia Cherepakh
Durata
149 min.
Sceneggiatura
Mascha Schilinski, Louise Peter
Fotografia
Fabian Gamper
Montaggio
Evelyn Rack
Musiche
Michael Fiedler, Eike Hosenfeld
Distribuzione
I Wonder Pictures
Nazionalità
Germania
Anno
2025

Presentazione e critica

Tre epoche diverse, tre storie di giovani esistenze, un comune destino femminile che ha a che fare con il proprio (limitato) ruolo nel mondo. Non c’è unità di tempo ma c’è unità di luogo perché le storie si svolgono tutte nella stessa fattoria, usando uno stratagemma narrativo non dissimile da quello di Zemeckis in Here. E forse c’è qualche legame famigliare ad unire le tre protagoniste: una bambina, una ventenne, una preadolescente. Intorno a loro vediamo madri alienate e incapaci di affrancarsi dalla società patriarcale in cui vivono, nonché di proteggere i propri figli, e uomini che considerano legittimi atti di violenza, molestie e stupri in nome di una supremazia reiterata nel tempo. Sound of Falling, opera seconda della regista e sceneggiatrice neoquarantenne Mascha Schilinski, coadiuvata dalla direzione della fotografia dal proprio compagno di vita Fabian Gamper, è ambiziosa sia in termini di contenuti che di durata (due ore e mezza) che soprattutto di forma. La tedesca Schilinski mostra una grande abilità registica e di messinscena, ma straborda nell’utilizzo di tutte le tecniche espressive possibili, come se volesse dimostrare a tutti i costi di saper padroneggiare il mezzo (cosa che fa, con grande virtuosismo). Questa tentazione è tipica dei registi al loro esordio, nel timore di non avere un’altra occasione di dimostrare le proprie capacità professionali, ma essendo questa un’opera seconda risulta meno comprensibile, e toglie rigore alla narrazione.

Ed è un peccato, perché il tema della ripetitività della condizione femminile attraverso le epoche è di primaria importanza e di grande attualità: ma qui c’è il rischio che venga utilizzato in modo strumentale privilegiando invece l’aspetto estetico, spesso anche grottesco e raccapricciante. All’inizio la storia sembra promettere una svolta horror o soprannaturale, ma poi preferisce alternare i toni per raccontare una serie di personaggi che si sovrappongono e in qualche misura si affastellano, rendendo difficile per lo spettatore capire chi faccia cosa e in che rapporto sia con gli altri personaggi. Esteticamente il film si muove fra la crudeltà di Michael Haneke e la oleografia della pittura fiamminga, con qualche compiacimento di troppo e qualche vezzo autoriale diventato di moda, a cominciare dal formato 1:1:33, ma anche con un raffinato gusto compositivo e un utilizzo sapiente degli strumenti cinematografici. La parte più interessante, in un film che mette il sound nel titolo, è proprio la gestione del sonoro: silenzi improvvisi alternati al rumore del vento e della tempesta, a rimbombi e respiri, scrosci e sciabordii.

Mymovies

Quando si ripete la stessa parola tante volte di seguito il significante si distacca dal significato, rimanendo un carapace che smarrisce referente e senso, divenendo fantasmatico: così riflette la piccola Alma (Hanna Heckt) mentre reitera l’espressione “incidente sul lavoro”, formula utilizzata per nascondere una ben più ferale verità, ma fondamentale per dissimularla alle autorità. Tanti anni dopo, la giovane Angelika (Lena Urzendowsky) invece pensa tra sé e sé che non l’ha mai convinta l’idea che le persone siano ciò che fanno: acutamente, la ragazza afferma che le persone sono quello sentono mentre fanno ciò che fanno. Il “senso” è veicolato davvero dal visibile e dalla parola condivisa, o è sempre altrove, nascosto? Come nasce il senso? Come l’identità di una creatura? Alma e Angelika sono i due personaggi femminili centrali – ma in compagnia di tante altre donne, doppi o riflessi o alterità – del secondo lungometraggio, corale e perturbante, della tedesca Mascha Schilinski, Sound of Falling (Il suono di una caduta), in Concorso a Cannes 78. Si tratta di un lavoro affascinante, ammaliante, doloroso e organicamente inorganico, lontanissimo dalla prassi media cinematografica per modalità narrative e di messa in scena. Il film (grazie al cielo) propone direzioni che si distanziano dalla linearità di una trama concepita come aggregato di azioni consequenziali, e fornisce allo sguardo dello spettatore una regia sfidante, protesa alla messa a fuoco dell’indicibile: scommessa ardua, tutto sommato vinta, ma con qualche osservazione forse da fare tra qualche riga. In ogni caso, ci si trova di fronte a un lavoro cui è impossibile non prestare l’attenzione che merita.

L’opera si snoda in tre periodi storici: gli anni Dieci del Novecento, durante la Prima guerra mondiale; un momento a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta; i giorni nostri. Se manca l’unità di tempo – a meno di non pensare a un Assoluto che tutto contiene, a una luce creatrice/distruttrice da cui ogni tempo deriva e ogni ente scaturisce –, c’è in senso stretto unità di luogo, ossia una magione di campagna, con i suoi dintorni, in un posto imprecisato della Germania Settentrionale. Ma, anche in questo caso, le linee di confine modificano il valore del posto stesso: nella prima epoca storica, quella zona o è Prussia o a essa confinante; nella seconda giace sul confine tra le Germanie divise; nella terza è zona di un “nuovo” Paese, quello che conosciamo dalla caduta del Muro. Anche lo spazio, che pare assai più oggettivo, assume valore differente a seconda della struttura storica e quella che presumiamo essere una “identità” in fondo non lo è mai fino in fondo. Tutto è instabile e in questa frammentazione, che con molto ottimismo chiamiamo esistenza o addirittura Storia, le emozioni e i presagi, il corpo e il disfacimento si accavallano l’uno all’altra, transitano l’uno nell’altra come le donne di questo egregio lavoro artistico. Repliche, fantasmi, une e plurime, le femmine sono intellettualmente vivaci e perciò destinate a sentire tutto, a sapere troppo. Alma, bambina un po’ “bergmaniana” (sia per il nome, ma anche perché guardandola è difficile non pensare alla piccola Fanny di Fanny e Alexander) che vive all’inizio del secolo scorso o Angelika, tormentata adolescente degli anni Settanta, e ancora un’altra bimba di nome Nelly che vive ai giorni nostri, sono in compagnia di madri, goffe o mostruose, di figlie insicure e sorelle che par quasi si debbano spezzare da un momento all’altro, e portano con sé in scena sia l’eternità generativa/generata che le singolarità apparenti. Perché tutte queste creature sono in relazione costante con l’indeterminato e la morte, con i bordi delle cose che perdono di definizione e si dirigono verso il nulla. Sarebbe molto facile dire che Il suono di una caduta affronta il divenire della storia femminile, motivo cui certo non si sottrae ma cui sicuramente non si riduce. La verità è che il film si addentra in territori difficilmente battuti dal cinema, ormai, e che risuonano di angoscia martellante, di sgomento e perdita di sé, di orrore persino nei momenti di felicità. Anzi, soprattutto nei momenti di felicità, là dove si spalanca la soverchiante vacuità di ogni cosa (splendida e dolorosamente “vera” la scena in cui una ragazzina annota tra sé una sensazione di gioia, che essendo tale non è “consapevole”). La morte è nella vita e in ogni istante dell’esistenza, essa lega ogni cosa e a essa ogni cosa intimamente appartiene. La grande intensità di alcuni momenti di Il suono di una caduta, come tutta la goticissima parte primo novecentesca in cui spicca la scena di Alma sull’albero durante una battuta di “nascondino” (nessuno la trova, la andranno a prendere di notte abbarbicata su un ramo), o i vividi sogni di morte di Angelika e Nelly, riescono nell’obiettivo difficile e, forse, per alcuni non piacevole di metterci a contatto con il vuoto, con un Aldilà che è pura invenzione poiché in verità è qui, nella precarietà degli enti, nei momenti della quotidianità reiterata, svagata e stupefacente nella sua meravigliosa insensatezza.

Quando si parla di “ottima regia” non si dovrebbe solo e banalmente pensare alla capacità, che Schilinski dimostra pienamente, di girare bei longtake, di saper sfumare espressivamente il colore, deformare un’inquadratura, giocare con gli stilemi dell’horror (si pensi all’inquietante fotografia di “Alma” già morta, vista dalla bimba stessa, con una madre dal volto sfuocato e incubale), dell’usare la pellicola come il digitale, ma occorrerebbe soprattutto riflettere sul coraggio di mostrare. Mostrare la violenza del vivere, cosa che Il suono di una caduta fa senza tirarsi indietro un istante: vivere è ferale perché siamo tutti cose posate in un angolo e dimenticate e chi ha l’ardire di dedicare un film a questo sentimento estremo andrebbe sempre incoraggiato, specie in una società come la nostra che vive di rimozione e di lustrini idioti. È un film di corpi, di ferite, di amputazioni, di cadaveri preparati per le bare o per le foto di famiglia (difficile da sostenere l’inquadratura di un occhio “cucito” prima della sepoltura): la cineasta tedesca dimostra un tocco raro, prezioso, in grado di far scorrere l’inconoscibile sulla sottile linea del visibile. Perché un’altra importante annotazione è quella, sempre pensata da Angelika, circa il fatto che suo padre riconosca alcune sue reazioni espressive come “sue” e altre come inautentiche. Ma è così che funziona la psiche o l’anima o lo spirito? Nella mera “visibilità” per gli occhi altrui? Esistiamo come individualità solo se riconosciuti e letti dall’esterno? In questo lavoro narrato in maniera inquieta e febbrile da voci di bambine e giovani donne, in una casa e tra i fili d’erba, possono venire in mente molti riferimenti come Terrence Malick, ma anche Andrej Tarkosvkji, il già citato Bergman, ma persino Sofia Coppola, Michael Haneke e il primo Lars von Trier. Schilinski guarda a un cinema ardimentoso, ostico, ma capace di magnificenze altrimenti impensabili. Dunque, di fronte a tutto questo, cosa non funziona pienamente? Cosa può non rendere Il suono di una caduta un grandissimo film ma “solo” un film eccellente? Come accade sempre più in epoca contemporanea, si tratta di un’opera lunga. Probabilmente, eccessivamente lunga: due ore e mezza circa per un lavoro in cui non mancano i momenti di stasi, accanto alle tante accensioni emozionali. La parte che si svolge un secolo fa circa è la più distesa e non ogni scena è davvero esiziale: perché non “alleggerire” la durata rendendo il film più coeso e forte? Non sappiamo, qui, se si tratta di decisione produttiva o artistica, ma in ogni caso il lavoro risente di svariati minuti di troppo: i riferimenti sono alti e la regista possiede cristallino talento, che ancora però può affinarsi. Schilinski talvolta sembra così un po’ troppo innamorata delle sue belle scene e delle sue perturbanti idee, tanto da non voler rinunciare a niente e tenendo a dimostrare fin troppo le sue capacità, come accade a taluni bravi registi che ancora però devono imparare a “sfrondare” per giungere a massima efficacia. Dal punto di vista produttivo, questo porta a un’ultima riflessione, extrafilmica: la brava Mascha Schilinski ha 41 anni ed è al suo secondo lungometraggio. Come si è più volte ripetuto, Il suono di una caduta palesa doti non banali, anzi, ma ancora da mettere pienamente a punto per giungere alla precisione del capolavoro. In Europa si esordisce spesso tardi e si attendono anni per il titolo successivo (nel caso di Schilinski, 8 anni tra un film e l’altro): quanti lavori può dirigere un regista, seppur dotato, prima dei 50 anni, età spesso di massima maturità? Quanto si può sperimentare prima di arrivare alla propria compiutezza? Sebbene queste riflessioni non riguardino Il suono di una caduta nel merito della propria intenzionalità o essenza, abbinarle alla visione del film può risultare piuttosto consequenziale se si pensa all’apprendistato di cui un cineasta sovente necessita per mettere totalmente a fuoco la propria poetica e soprattutto i propri personali mezzi espressivi. In ogni caso un ottimo lavoro, a patto certo di non aspettarsi consolazione poiché il cuore è il paese più straziato…

Quinlan