Francesco Sossai

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Musiche
Distribuzione
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
Un giro di chitarra scordata, una birra calda, una smorfia sul viso. Dietro Le città di pianura, opera seconda di Francesco Sossai, c’è un cinema gigantesco eppure modellato secondo l’intimità di un primo piano che racchiude un mondo intero. In mezzo i dettagli, le parole, i silenzi. È il cinema italiano che vorremmo, quello ideato e poi strutturato secondo il cuore dei personaggi, scritti in modo perfetto. Le città di pianura è una ballata beffarda, un on-the-road ironico, un buddy-movie in salsa veneta; uno sguardo aperto sulla geografia umana portata fuori i confini, e per questo resa verace, vivida, coinvolgente. C’è la scrittura (a firmare lo script Sossai insieme ad Adriano Candiago), c’è la tecnica, c’è il cuore che comanda e continua ad avere ragione, portando il film ad un’elevazione popolare di straordinario impatto emotivo.
Le città di pianura, presentato nella sezione Un Certain Regard di Cannes 2025, mostra e dimostra quanto ogni film non possa prescindere dal racconto. Un racconto country in questo caso, costruito seguendo lo spazio occupato dall’asetticità circolare della pianura veneta, stesa a metà tra il mare, la laguna, le colline e le montagne. Una “terra” che diventa “territorio”, usurpato e svilito dalle logiche delle infrastrutture che divorano tutto. Una landa riletta da Sossai leggendola come se fosse il Texas paludoso di Joe Lansdale: l’aria che appiccica, i ricordi passati e le notti che non finiscono, riempite da personaggi sghembi, colore e anima del film. Tra loro, Carlobianchi e Doriano, stropicciati cinquantenni con l’ossessione di bere “l’ultimo bicchiere”. Attendono da anni il ritorno di Genio, collega di fabbrica nonché compare d’avventure sparito in Argentina, dopo aversela data a gambe sotterrando un gruzzolo guadagnato raggirando l’azienda di occhiali per cui lavoravano. E attenzione al dettaglio: gli occhiali sono fondamentali nel film, bizzarri e fuori luogo, scelti dai costumisti Ilaria Marmugi e Guillem Soler Pou. Durante una delle loro solite serate a bordo di una scassata Jaguar, tra un bar e un letto rimandato, Carlobianchi e Doriano incontrano Giulio intimidito studente d’architettura ossessionato per il Memoriale di Brion che, guarda caso, ha la stessa struttura poetica del film: diversi elementi mischiati tra loro, capaci di creare una grande armonia. I due trascinano Giulio in quella che diventerà un’epifanica sbronza.
Girando attorno ad un punto di rottura che non arriva mai, e per questo diventando ancora più focale in un finale che “cerca la provvidenza” nella bellezza di un gelato al limone, il film di Francesco Sossai elabora un certo immaginario cinematografico, lavorando di sensazioni, di scenografie e di musica, per prendere in prestito il cinema di Dino Risi, di Bela Tarr, di Kaurismäki ma, reggetevi forte, anche di Aldo, Giovanni e Giacomo. Ne Le città di pianura ritroviamo l’esaltazione dell’amicizia, dolente e disillusa, già vista in Tre uomini e una gamba e Così è la vita (il fatto che poi siano tre i protagonisti rafforza il concetto), e declinata secondo un senso divergente, e per questo intenso e significativo. Emancipandosi dagli stereotipi delle storie d’amore, Sossai alza e modula uno stonato ritmo sentimentale, in cui il montaggio a velocità alternate rende il rapporto a tre in perpetua evoluzione. Potere di un racconto avvinazzato che cita Bukowski e Carlo Mazzacurati, esaltato da una pellicola (alla fotografia Massimiliano Kuveiller) che trasmette il senso stretto del cinema. E poi l’umorismo che diventa comicità, mascherando un dolore d’animo che si riflette negli occhi lucidi e stanchi di Romano e Capovilla, capaci di sintetizzare, senza troppe parole, il significato di cosa vuol dire essere attori. Come se fossero il Gatto e la Volpe, ma dal cuore gentile e stropicciato, insieme ad un Pinocchio ancora incapace di vivere. Almeno fino a quando quel “io non sono come voi” si trasformerà in un abbraccio. Proprio come i due famosi cerchi della tomba di Brion: un incrocio perfetto, possibile solo alla fine di un viaggio che possa portare alla conoscenza di sé, e quindi portando ad una rinnovata consapevolezza dell’altro. Un vero e proprio atto d’amore, come Le città di pianura di Francesco Sossai.
Le città di pianura è il secondo lungometraggio di Francesco Sossai, presentato in anteprima al Festival di Cannes 2025 nella sezione Un Certain Regard. Ambientato in un Veneto molto particolare, che appare come uno spazio sospeso e indefinito, che rimanda a volte agli USA, altre volte al Giappone, il film segue due cinquantenni ubriaconi, Carlobianchi detto Charlie White e Doriano I due, nell’attesa del ritorno dell’amico Genio dall’Argentina, vagano sulla loro macchina in cerca dell’”ultimo bicchiere di birra” della serata. Un ultimo bicchiere che sarà sempre seguito da un altro: e proprio durante questa eterna ricerca i due si imbattono in Giulio studente universitario serio e timido, di spirito completamente opposto all’energia prorompente, dionisiaca, incosciente dei due uomini.(…)
(…) Attraverso questa sgangherata macchina i tre si lanciano in quello che di fatto è un road movie privo di meta attraverso le strade del Veneto e le città di pianura, di locale in locale, mentre emergono elementi del passato di Carlobianchi, Doriano e Genio. Un viaggio in macchina che assume le dimensioni di un percorso interiore, di crescita per Giulio, che ha molto da imparare dallo stile di vita dei due ubriaconi, interpretati meravigliosamente da Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla che distruggono quell’ideale di mascolinità spesso insito a storie, come questa, prettamente al maschile. E le loro facce, così espressive, si imprimono nella mente dello spettatore come indimenticabili. Attraverso i loro ricordi, emerge il ritratto di una generazione di mezzo, che ha affrontato la crisi del 2008 e ne è uscita disillusa e senza speranze. Nell’ideale dell’”ultimo bicchiere” i due hanno ritrovato una vitalità che in queste deserte strade del Veneto sembra perduta, e sono persino convinti di aver scoperto il senso della vita, salvo poi dimenticarlo. Ma anche di questo non sembrano particolarmente preoccupati.
Nel film si intrecciano tantissime tematiche, trattate tutte senza alcun intento di fare facile moralismo ed evitando toni didascalici che troppo spesso contraddistinguono i film italiani da molti anni a questa parte. La sceneggiatura è abile nell’alternare scene di leggerezza, caratterizzate dai folli dialoghi dei due uomini, a momenti di poesia e di sospensione, in cui i silenzi dominano la scena. Sono le immagini a portare i significati, rese ancora più belle da una fotografia splendida e accompagnate da un’ottima colonna sonora. E se il finale, in un certo senso, a livello prettamente narrativo, si conclude senza sorprese, in linea con il percorso di formazione di Giulio, usciti dalla sala è impossibile non sentire la mancanza di questi personaggi che nel loro essere così falliti, imperfetti, umani, caricaturali eppure veri, riescono a conquistare il cuore dello spettatore in appena un’ora e quaranta.La seconda opera di Sossai si dimostra dunque un film dal grande fascino e capace di regalare delicate emozioni, prendendo qualcosa dal passato, ma con una grande voglia di parlare del presente e di portare al cinema qualcosa di nuovo. Indubbiamente, si tratta di una voce fuori dal coro, nell’attuale panorama delle produzioni italiane. Non solo per la grande qualità del prodotto in sé, ma anche grazie a una messa in scena che si allontana di molto dalla media dei film che siamo abituati a vedere nelle nostre sale. Con la presentazione a Cannes de Le città di pianura, questo giovane regista ha dimostrato di poter ambire al successo internazionale. Come minimo, se continuerà la sua carriera rispettando le aspettative, diventerà una delle voci più interessanti del nostro cinema.
