Kleber Mendonça Filho

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Musiche
Distribuzione
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
- Il Brasile vive sotto un regime militare dittatoriale. Con il falso nome di Marcello un professore universitario torna con il figlio nel nordest del Paese per cercare notizie sulla madre in attesa di espatriare. Nel passato si è messo di traverso rispetto all’attività di un corrotto imprenditore di origini italiane ed ora due killer sono sulle sue tracce per eliminarlo.
Kleber Mendonça Filho torna a Recife, sua città di nascita, per raccontare il clima di violenza che dominava nel Brasile degli anni della dittatura. Per fornire maggiore attrattività alla narrazione fa sostenere il ruolo del protagonista a Wagner Moura che molti ricordano nella serie dedicata a Pablo Escobar e gli affianca attrici molto note in Brasile completando il tutto con la presenza di Udo Kier, come sempre estremamente aderente ai personaggi affidatigli. Il film si apre con una uccisione a una stazione di rifornimento di benzina preoccupandosi però rapidamente di farci comprendere che non siamo di fronte ad una spy story classica. L’agente segreto qui è un professore capo di dipartimento in una università che non ha dato il suo avvallo a operazioni illegali che un industriale senza scrupoli voleva mettere in atto minacciando, in caso di rifiuto, di far togliere fondi all’ateneo. Marcello arriva in città in un clima di morte che non è solo esito del malaffare e della sopraffazione ma anche del carnevale che sta letteralmente impazzando. Il film viene strutturato in capitoli come fosse un romanzo e inserito, da un certo punto in poi, nella ricerca che due giovani studentesse stanno svolgendo nel presente in un archivio al fine di far emergere storie del periodo della dittatura. Questa modalità di narrazione ci rimanda alle origini giornalistiche del regista offrendo anche occasione per un riferimento alla necessità di non seppellire nell’oblio quanto accaduto in quegli anni. Questa scelta rischia però di appesantire il film sul finale con un epilogo di spiegazioni che risultano probabilmente efficaci per un pubblico brasiliano che quelle vicende le ha vissute ma meno per un’audience internazionale. La regia comunque si consente di inserire, in un contesto che ricorda il cinema d’impegno italiano proprio degli anni ’70, anche quelli che potremmo definire degli ‘strappi’ visivi come quello della gamba assassina o una sparatoria in cui agli spettatori non si risparmia la visione degli effetti più devastanti.
L’ossessiva esplorazione della geografia dell’amata Recife, portata avanti attraverso i film e i documentari, è per Kleber Mendonça Filho innanzitutto una esplorazione nel tempo: questo suo ultimo film di tempi ne attraversa parecchi, intrecciandoli insieme secondo l’abituale caleidoscopio in frantumi di un cinema puntualmente eccedente, che aggredisce la Storia con violenza e non vuole riconciliazioni, lo sappiamo sin dal finale di Aquarius, e il dialogo conclusivo di L’agente segreto ce lo ricorda senza illusioni: “ricordi molto più tu di mio padre di quanto ne abbia memoria io”, dice il figlio del protagonista di questa spy story (?) ambientata durante la caotica settimana del Carnevale di Recife, primi anni ‘70, alla ragazza che ai giorni nostri si sta occupando di ricostruire la storia di Armando/Marcelo tramite le intercettazioni ambientali, le registrazioni nascoste, i ritagli di giornale che ne hanno mappato la vita sotto copertura.
E L’agente segreto è innanzitutto un film di tracce disperse, frammentarie, contraddittorie, non a caso aperto dalla voce di due speaker radiofonici, che affida appunto il suo racconto alle voci e alle testimonianze intercettate, e poi ai documenti mancanti, la musica, il cinema (da Lo squalo a The Omen via Le magnifique, la commedia spionistica con Jean-Paul Belmondo ad Acapulco), le assurde storie riportate dai quotidiani dell’epoca (è come se l’immaginario dei film dell’epoca esondasse nella realtà, in un folle frammento da b-horror la gamba mozzata trovata in bocca allo squalo si risveglia e compie una strage in un parco affollatissimo di notte per gli incontri sessuali clandestini…) le letterine e i disegni di un bambino al proprio padre lontano. In un Brasile sotto dittatura, la vera moneta di scambio tra criminali che flirtano con la modernizzazione industriale, spie, sicari e rifugiati politici riguarda per forza di cose l’identità, i panni che indossiamo per ingannare gli altri e noi stessi, il volto reale e nascosto di chi ci troviamo di fronte: la natura del Carnevale (quel carnevale che, ci avvisa sempre la prima pagina di un giornale, farà alla fine 91 morti) innerva tutte le immagini e le storie del film, la natura infernale e sanguinaria dei cortei in maschera, Mendonça Filho setta il livello già con l’assurda sequenza d’apertura con il cadavere lasciato a marcire nell’area di sosta del distributore di benzina, e poi con l’aggressione dell’energumeno in costume da pollo che assalta l’automobile del protagonista, alle porte di Recife.
È vero, a raccontarlo così sembra una follia, quasi vicina ai primi Ruizpalacios come Museo o Una película de policías, ma quello di L’agente segreto non è semplice gioco narrativo, nemmeno quando si abbandona al puro piacere del racconto, della costruzione: nello sguardo incredibilmente stratificato del regista passa il respiro di un’architettura complessa che sembra davvero non volersi mai esaurire, come una pagina di Roberto Bolaño. Le immagini sono affollate di dettagli ma soprattutto di personaggi, di linee d’amore (e di pericoli costanti, sullo sfondo avvengono costantemente eventi nefasti, come la donna che rimane posseduta al cinema per aver visto il film di Donner su Damien…) che rimangono giusto accennate, dolorosamente sospese. Fanno in tempo comunque a donare un senso assolutamente contemporaneo (la fantastica sequenza della bevuta tra “rifugiati” in cui qualcuno finalmente confessa il proprio nome, la propria provenienza, il proprio passato o dove abbia intenzione di andare) a quello che solo in apparenza potrebbe sembrare un divertissement vintage, ma tra le righe della Storia del Brasile parla invece la lingua delle idiosincrasie del nostro tempo.
Considerato primo poema dell’intera letteratura brasiliana, Prosopopeia di Bento Teixeira – nato a Porto ma trasferitosi nell’allora colonia sudamericana da bimbo, per poi tornare in ceppi in patria e morire in prigione prima della pubblicazione del suo fondamentale testo – è un racconto epico in cui le divinità marina si assiepano nel porto di Recife per ascoltare Proteo narrare le vicende attorno alla famiglia Albuquerque. È a Recife, capitale del Pernambuco, nel nord-est del Brasile, che nasce la cultura nazionale, o per lo meno si affaccia alla ribalta (Teixeira in fin dei conti si limitò a seguire ossequiosamente i dettami di Camões, tra i massimi poeti portoghesi); eppure quell’area dello Stato è sempre stata vista con sospetto, e peggio ancora con dileggio, sia dalla tradizione carioca che da quella paulista, epicentri economici che schiacciano Recife e dintorni. Anche su questa divisione interna si gioca una parte di O agente secreto (in Italia L’agente segreto); dopotutto il regista è pernambucano, profondamente legato alle sue origini come testimonia anche il documentario Retratos fantasmas, visto sempre sulla Croisette nel 2023 e che su Recife, la sua storia, quella della sua cultura e del suo cinema, costruisce il proprio impianto. Ecco dunque che il “ritorno a casa” di Marcelo (ma il suo vero nome è Armando) si trasforma in maniera automatica anche in quello di Mendonça Filho, in un percorso di riappropriazione del Tempo e della Storia che è a ben vedere il fil rouge che attraversa la sua estetica e il suo approccio alla narrazione. Quel che ne viene fuori è un racconto volutamente diseguale, frazionato perché la visione d’insieme apparirebbe ancor più grottesca (e letale) di quanto già non faccia questo film che principia da una sequenza a pochi passi dai fratelli Coen (…). Ben più politico di Salles sia perché ragiona politicamente sulle immagini – scartando in direzione del cinema novo e bruciando l’immagine perché il colore risulti ancor più caldo, in contrapposizione a un mondo politico-sociale freddo – sia perché comprende il contemporaneo come punto non in contrapposizione con il passato ma solo in lenta evoluzione, L’agente segreto danza davanti agli occhi degli spettatori, e concede almeno una sequenza destinata a rimanere a lungo impressa nella memoria: tutti coloro che devono cambiare identità – e chi non deve farlo, là dove lo Stato non ha che un’unica identità possibile? – e stazionano nella casa di un’anziana che in gioventù a vissuto sei anni a Sassuolo (con tanto di targa della città visibile nell’inquadratura) iniziano a spogliarsi in direzione del vero, di chi o cosa sono davvero, e lo fanno collettivamente, come atto politico di ridefinizione di sé solo in un contesto sociale condiviso.
