Lavoreremo da grandi

Antonio Albanese

Image
Lavoreremo da grandi, il film diretto da Antonio Albanese, segue la storia di tre amici di vecchia data. Beppe è un idraulico taciturno, vive ancora con la madre e non si è mai innamorato. Umberto è un ex musicista fallito che ha rovinato l’azienda di famiglia e colleziona due matrimoni falliti. E infine Gigi che è stato appena escluso dal testamento dell’anziana zia. I tre si preparano ad accogliere Toni, il figlio di Umberto, per celebrare il suo ritorno alla libertà. Un'occasione che sa più di tregua che di festa. Toni è un tipo sveglio, forse troppo, con una vita sempre ai limiti dalla legalità. Entra ed esce dal carcere in continuazione.
DATI TECNICI
Regia
Antonio Albanese
Interpreti
Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese, Niccolò Ferrero, Francesco Brandi, Marianna Folli, Claudia Stecher, Alessandro Egger, Bebo Storti
Durata
110 min
Genere
Commedia
Sceneggiatura
Antonio Albanese, Piero Guerrera
Fotografia
Italo Petriccione
Montaggio
Davide Miele
Musiche
Giovanni Sollima
Distribuzione
PiperFilm
Nazionalità
Italia
Anno
2026

Presentazione e critica

Lavoreremo da grandi di Antonio Albanese è un film illuminante nella sua decadente ma bellissima parabola umana, in un riflesso che diventa metafora di una “generazione sconfitta”. In mezzo, la ricerca esatta dell’assurdo, bagnata (anzi, inzuppata) nell’acqua dolce – la citazione al suo esordio registico, datato 1997, è notevole – di una provincia che diventa perfetto palcoscenico in cui tutto cambia pur restando uguale, generando quel perfetto cortocircuito che ha fatto grande la commedia all’italiana.
Un film matto, mattissimo, che sfrutta l’architrave di una “fatalità” per generare una storia letteralmente “fuori controllo”, nonché inaspettata nella visione naif del regista, in cui il ridicolo “dilaga” fino a diventare un’esplosione di assurda e originalissima comicità.

Come spiega Albanese, che ha scritto il film insieme a Piero Guerrera, Lavoreremo da grandi parte da quella provincia bellissima “dove non accade nulla di nulla”: il lago d’Orta, che bagna diversi piccoli comuni. Al centro della storia Umberto, musicista fallito con troppe ex moglie; il figlio Toni, appena uscito da galera; Beppe, idraulico con una madre fin troppo premurosa; poi Gigi, sbronzo fin su alla parrucca bionda lasciatagli in eredità da una zia ricchissima. A interpretarli, con sincerità e incanto, lo stesso Albanese, e poi rispettivamente Niccolò Ferrero, Giuseppe Battiston e Nicola Rignanese. Correndo sul filo dell’ineluttabile, i quattro – miserabili, teneri, impacciati – si ritrovano a vivere una notte scombinata e imprevedibile. Dietro Lavoreremo da grandi, fin dal titolo, l’elogio che commisera il fallimento, umanizzando ed esaminando – senza presunzione alcuna – gli anfratti di una vita a metà, vissuta senza essere compresa a pieno (con una domanda: l’istinto è meglio della ragione?), onorando però l’indolenza, la dolcezza e la pigrizia ancora prima che l’azione. Di contro al precedente – e notevole – Cento domeniche, e chiaramente più vicino a Un uomo d’acqua dolce (appunto), Albanese non si tira indietro e anzi avanza plasmando una follia narrativa in cui il senso del comico e del tragico sbracciano, rubandosi a vicenda la scena, come a teatro.

Sì, perché Lavoreremo da grandi, anche grazie alla scenografia di Marco Belluzzi e Anna Ranci Ortigosa, sembra una pièce dell’Off-Broadway, radicata però nel più profondo degli immaginari italiani, dove i personaggi, i dialoghi, i toni si mescolano diventando specchio di un modo che conosciamo e riconosciamo, declinato secondo un approccio cinematografico che riprende gli echi delle commedie anni Sessanta (ma dentro ci sono pure Marco Ferreri, Dino Risi) finendo per citare indirettamente Luis Buñuel o i Fratelli Coen (e scusate se è poco). Se i quattro personaggi che giocano in scena – perché di un gioco si tratta – sfuggono alle responsabilità, girando (e aggirando) attorno a una colpa che diventa pretesto e contesto, Albanese con coraggio e passione si imbarca – letteralmente – in un intermezzo comico (e quindi umano) che non ha paura di esagerare, puntando a un divertimento dal mozzico amaro, e quindi ancora più vero, colorato e struggente. Affidando il senso esatto del film, in fine, alle note e alle parole di Marracash: “Avevamo solamente il sogno di una vita diversa, tanto noi la pace l’abbiamo già persa”.

Movieplayer

Il vero cuore pulsante dell’opera risiede nella qualità straordinaria dell’ensemble cast: Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese e Niccolò Ferrero incarnano personaggi contraddittori, vulnerabili e spesso ridicoli, eppure profondamente radicati nell’esperienza umana. Proprio la capacità interpretativa di questi attori rappresenta l’elemento che sostiene l’intera struttura filmica, trasformando una trama relativamente convenzionale e priva di sorprese in momenti di intrattenimento autentico e coinvolgente. La commedia funziona precipuamente grazie ai piccoli tic caratteriali dei protagonisti, alle loro sfumature psicologiche e ai loro gesti quotidiani, piuttosto che per una costruzione narrativa che sorprenda o che proponga soluzioni narrative inaspettate. In altre parole, il fascino della pellicola risiede non nella storia che racconta, bensì in coloro che la raccontano.

Albanese costruisce una commedia che procede per accumulo di situazioni, mantenendo un’unità temporale quasi teatrale, concentrando gli eventi e le vicende in un arco di poche ore consecutive. Questo approccio compositivo rivela una cifra autoriale ben definita, capace di tessere insieme momenti di leggerezza comica e istanti di malinconia più profonda, sebbene senza ambire a grandi innovazioni nel linguaggio filmico. La narrazione si sviluppa attraversando spazi ordinari—bar di paese, strade immerse nell’oscurità, interni domestici senza pretese—seguendo una deriva notturna che rimanda più al ritmo e alle cadenze della produzione televisiva che alla ricerca cinematografica consapevole di sé.

ll film si configura più profondamente come una riflessione leggera ma pungente sull’età adulta intesa come speranza tradita, su una condizione italiana di stallo dove i protagonisti ruotano a vuoto, intrappolati nelle proprie frustrazioni. L’ironia qui acquisisce una tonalità più consapevole, percorsa da un disincanto che lascia comunque il segno emotivo, conferendo al prodotto una dimensione di onestà che lo riscatta dalla genericità e dalla superficialità di molte commedie contemporanee.
Lavoreremo da grandi si configura come un prodotto di qualità, che aspira alle ambizioni cinematografiche pur mantenendo una propria adesione al genere seriale. Solido dal punto di vista tecnico e produttivo, il film poggia interamente sulla qualità interpretativa degli attori e sulla loro capacità di generare comicità e di indurre riflessione critica. Non rappresenta una rottura di genere né alimenta pretese di grande originalità narrativa o visiva, ma si rivela perfetto per coloro che ricercano un’esperienza di intrattenimento intelligente e consapevole, dove il carisma degli interpreti e la loro abilità nel dosare tono e umorismo diventano i veri protagonisti.
Un’opera che dimostra come la competenza professionale e il fascino personale degli attori possono riscattare ciò che narrativamente non stupisce, rendendo godibile e memorabile anche una trama che, presa isolatamente, non sorprenderebbe.

Madmass