Gabriele Muccino

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Musiche
Distribuzione
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
Carlo Ristuccia è un docente universitario, autore di un unico libro di successo. Sua moglie Elisa è una giornalista di Vanity Fair Italia i cui articoli vengono ripresi oltreoceano, ma al momento è in crisi creativa, e il suo direttore (interpretato dal vero direttore di Vanity) le consiglia di “staccare” e di partire per una vacanza che le regali un nuovo punto di vista. Come coppia, Carlo ed Elisa sono in fase di stallo, e cercano di metabolizzare il dolore per non essere riusciti a diventare genitori.
Decidono dunque per una puntata a Tangeri, insieme a un’altra coppia: Paolo, il migliore amico di Carlo, ristoratore stakanovista e padre assente, e sua moglie Anna, iperansiosa e prepotente. Con loro però c’è anche la figlia tredicenne Vittoria, che ha una particolare simpatia per Carlo. Peccato che in vacanza si presenti a sorpresa Blu, la giovanissima amante del professore, sua studentessa nonché cameriera nel locale dove i quattro amici sono soliti cenare insieme.
Le cose non dette è l’adattamento del romanzo Siracusa di Delia Ephron, sorella della celebre sceneggiatrice Nora e qui cosceneggiatrice di Gabriele Muccino, che dirige facendo di questo film una summa di tutta la sua produzione cinematografica precedente.
In primis L’ultimo bacio del quale riprende buona parte della trama: ovvero il tradimento di un narciso insicuro nei confronti di una compagna perfetta che lo mette in soggezione. Il fedifrago al centro della storia è di nuovo interpretato da Stefano Accorsi, e c’è un libro che Carlo e Blu si passano l’un l’altro: ricordate il “Siddharta” ne L’ultimo bacio?
Ritroviamo qui tutti i topos di Muccino: la regia ansiogena, la recitazione concitata, le litigate furiose, l’infantilismo maschile, l’immancabile arpia (in questo caso Anna) che sottrae i figli al padre depotenziandone l’autorità. Ma, complice forse l’ossatura narrativa di Ephron, questi topos stavolta sono al servizio del ritratto tragicomico di una generazione perduta, e in particolare di maschi che hanno smarrito la propria direzione. L’inserimento delle figure di Blu e Vittoria serve poi a costruire la sottotrama più interessante del film, ovvero il tradimento, molto più profondo e letale di qualsiasi scappatella, perpetrato dalla generazione dei cinquantenni (o giù di lì) nei confronti tanto della generazione dei ventenni (studenti e precari) incarnati da Blu, quanto di quella dei preadolescenti incarnata da Vittoria. In questo gioco delle maschere Accorsi è un maschio (teoricamente) alfa ossessionato dal fitness e frustrato nelle ambizioni di maitre a penser (tanto come insegnante di filosofia morale – ! – quanto come scrittore) e Claudio Santamaria un maschio beta costantemente svilito dalle femmine di casa. Entrambi si muovono a casaccio, come burattini senza fili in un mondo in cui la loro virilità è messa sotto scacco come in un labirinto del quale non trovano l’uscita. Per contro Carolina Crescentini interpreta Anna come una virago comica sopra le righe e Miriam Leone trasforma Elisa in una Madonnina infilzata: ma tutto questo fa il gioco della danza macabra dei pupi messa in scena da Muccino, con tanto di commento musicale che alterna arie d’opera all’eccellente tappeto sonoro di Paolo Buonvino, per poi sfociare nella “Tuta gold” di Mahmood, canzone simbolo di un cinismo acquisito.
Il punto debole (non per mancanza di abilità recitativa della sua interprete, Beatrice Savignani) è il ritratto di Blu, che non rende giustizia alla complessità umana di una ventenne di oggi; il punto di forza, e il centro di gravità della storia, è invece Vittoria, nell’ottima interpretazione di Margherita Pantaleo, che non sbaglia un’espressione e mantiene l’onestà di fondo necessaria ad inchiodare tutti gli adulti in scena. Il suo personaggio è intenzionalmente opaco, ma l’interpretazione di Margherita rimane trasparente, ed è lei la cartina di tornasole dell’intera vicenda.
La regia di Muccino rincorre trafelata i suoi personaggi stalkerizzandone il peregrinare senza meta, intercetta il loro battito del cuore nell’istante aritmico e il ritmo scivoloso dell’azione, che più che lineare è ritorta su se stessa. Muccino si autocita (il messaggio dell’amante in bagno come in Ricordati di me, i due protagonisti che “si erano tanto amati” come in Gli anni più belli) battendosi il petto in un mea culpa a tutto tondo. Ed è implacabile con chi non ha il coraggio di scegliere e si lascia rotolare, senza capire mai quando fermarsi: cioè quegli uomini eternamente bambini, destinati a rimanere soli come nella canzone dei Pooh.
L’abbiamo scritto un po’ tutti, Gabriele Muccino all’ennesima potenza. Il Muccino più assurdo, focale, infuocato. Due ore scarse che diventano – nel bene e nel male – lo specchio della sua poetica, tra le poche a essere davvero riconoscibili e, forse, a essere intellettualmente oneste verso il pubblico. Le cose non dette, tratto dal romanzo Siracusa di Delia Ephron (sì, è la sorella di Nora), è un film urlato (anzi, esasperato) di relazioni portate all’estremo, richiamate nell’impetuosa e armonica colonna sonora di Paolo Bonvino, che si appoggia – per tono e umore – alle “opere Ottocentesche” (Muccino docet, non è farina del nostro sacco). L’imperfezione dell’amore, quindi, che si lega alle strane conseguenze delle “parole taciute”, spiega Muccino. Storture ed esplosioni che diventano allora lo spunto che indaga – esagerando, ovviamente, e a volte pure troppo – l’operetta umana in cui i personaggi fuori scala “non conoscono mezze misure“. Al centro quattro coppie che, in un modo o nell’altro, provano a non rassegnarsi all’infelicità. Carlo ed Elisa, lui professore e scrittore in crisi (la riflessione sul talento, o sulla mancanza, è funzionale alla storia), lei giornalista di punta per una rinomata rivista, più volte citata e anzi pure mostrata. Piccola digressione obbligata: un product placement particolarmente smaccato. Sempre a proposito di product placement ce n’è un altro ancora più palese (e inutilmente ripetuto) che cita un ottimo locale di un simpatico ristoratore romano: perché? Sarebbe bastato smussare un po’, rendendo il pacchetto meno fastidioso.
Oltre a Carlo ed Elisa, ecco i loro amici di sempre, Anna e Paolo, insieme alla loro figlia tredicenne, Vittoria (Margherita Pantaleo, fenomenale). Tutti e cinque, sfuggendo alle loro giganti dinamiche irrisolte, partono in vacanza per Tangeri. A sconquassare la situazione, l’arrivo (più o meno a sorpresa) di Blu (Beatrice Savignani, altra bella scoperta), giovanissima studentessa nonché amante di Carlo. Essenzialmente, Le cose non dette è il manuale cine-sentimentale di Gabriele Muccino, che enfatizza la chimica tra gli attori – un attore funziona se funziona anche l’altro – grazie a “personaggi opposti e speculari”, avvolgendoli da quel tipico dinamismo di innegabile efficacia, d’accordo con una Tangeri che, da personaggio quale dovrebbe essere, appare però una sotto-esposta cornice in cui far muove fanti, cavalli e re. Una storia compressa e poi allungata, che vuole “traslare gli assi” portando(ci) a giudicare e poi a capire. Capire cosa? Il punto è questo: imbambolando le sue studentesse, il prof Carlo spiega che bisogna vivere in avanti, convivendo con il dubbio, cogliendo l’ispirazione che vive all’interno delle nevrosi. E appunto: se i dialoghi di Muccino, film dopo film, sono diventati l’esempio massimo di uno storytelling che vola alto senza mai risultare certamente credibile, ogni parola diventa la diretta estensione di figure archetipiche, modellate dal regista secondo la sua marmorea chiave narrativa: andare avanti (già), senza mai fermarsi, correre, sudare, strillare, odiare, amare, scopare, tradire, piangere e, in fine, vivere.
In mezzo, però, il barlume di una lucidità che riprende il controllo, screditando la figura dell’uomo scemotto e fragile – ridicolizzando l’impreparazione maschile alla vita – e, come suggerisce Miriam Leone nel film (crocifissa per ingenuità, succede alle ragazze perbene cit.), spostando lo sguardo per cercare il vero punto di vista, facendo sì che siano quelli femminili a indirizzare il flusso (in particolar modo quello della piccola Vittoria). Letteralmente, uno sturm und drang da prendere per quello che è: un romance mucciniano che urla, sbraita, graffia. Boccone carico, da azzannare senza pensarci troppo.
