James Vanderbilt

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Musiche
Distribuzione
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
Norimberga dà vita a un’idea semplice e particolarmente rischiosa: indagare l’ideale nazista, l’emblema dell’orrore durante tutto il XX secolo, nelle sue ragioni psicoanalitiche, per uno scavo in profondità che intende interrogare la natura stessa del Male. Forse per riconoscerla e sintetizzarla. Forse per sondare l’animo umano nelle condizioni più estreme e farne un dramma fondato sul conflitto di caratteri. Fatto sta che il film, scritto e diretto da James Vanderbilt – che nello script di Zodiac aveva dimostrato la grande capacità di trovarsi a suo agio rimestando nell’ossessione – ritorna nei pressi di uno dei processi più celebri della Storia dopo Stanley Kramer e Yves Simoneau, usando l’ambito giudiziario come corollario necessario per la sua prospettiva psicologica.(…)
Vanderbilt divide la vicenda in due fasi, la prima delle quali è ovviamente propedeutica all’altra. La seconda parte è quella che ci si attende da un film che ha nel processo il suo atteso punto di confluenza, per cui si assiste al consueto valzer di testimonianze, interrogatori, botta e risposta pieni di tensione giudiziaria e di strategie per indurre la controparte all’errore decisivo. In più, una lunga, lunghissima documentazione filmata dei campi di sterminio mostrata all’interno dell’aula; sicuramente di durata eccessiva, perché l’innata e ben nota aura di drammaticità delle immagini presentate, a distanza di ottant’anni, pone maggiormente l’accento sulla dismisura del suo utilizzo che sulla volontà tragica di condivisione con la corte.
Più interessante, invece, la prima metà, orchestrata sul confronto e sulla tensione tra i due protagonisti, sul loro transfert emotivo, sulle sottili manipolazioni, su un tacito gioco di ruolo. Vanderbilt è abile a delineare una densa caratterizzazione dei personaggi e un serrato parallelo fondato su dialoghi eloquenti, su comportamenti e reazioni che si rimpallano tra loro fino a riflettersi in una sorta di specchio deformato. Ma anche in questo caso, sfortunatamente, si genera una sproporzione controproducente, per gli equilibri del film e per il senso globale che se ne assume. Crowe è un Göring monumentale nella sua natura di malvagio lucido e titanico: è magnetico, insinuante, addirittura seducente. In questo gioco a due nel quale Rami Malek dovrebbe scoperchiare intenzioni e disegni reconditi del prigioniero pur rimanendone sedotto, il confronto è assolutamente impari. Perché impari è il paragone attoriale, sia per spessore della recitazione, sia anche, più banalmente, per presenza scenica. Ed è qui che Norimberga rischia l’avvitamento su se stesso: far fagocitare il povero psichiatra dal fascino perverso di Russell Crowe nei panni del Maresciallo del Reich non è solo un errore del casting, ma un autogol nel tentativo malriuscito di sfruttare il fascino di un’ambiguità sempre pericolosa. La seduzione del Male, letta in una certa prospettiva, rischia il fraintendimento.
Allo stesso modo, proprio per questo, quando in uno dei tanti accesi dialoghi Göring rovescia l’accusa contro lo psichiatra, puntando il dito sull’ipocrisia degli americani, indignati per i campi di sterminio ma non per le bombe atomiche, ritenute autodifesa e non deliberata aggressione in territorio nemico, è facile avvertire un intenso e fastidioso brivido revisionista, pur nella consapevolezza di essere in presenza di una prospettiva storica di una certa attendibilità. Lungo questo crinale, Norimberga non scioglie mai il suo nodo, non chiarisce, né potrebbe farlo, essendo onesti, se il Male sia di natura antropologica, individuale, strutturale, politica o patologica: il tentativo di scavo nella profondità della psiche resta sul piano superficiale, non andando oltre il gioco drammatico delle azioni e delle reazioni dei personaggi, e il film non possiede quella necessaria profondità filosofica in grado di scandagliare i motivi più riposti di scelte tanto estreme. Più sottile, anche se evidente, è il richiamo al presente, all’eventualità che il Male si incarni in un nuovo suadente e manipolatorio Göring, capace di ammansire le masse, in qualunque luogo, con la sua attrazione malata e perversa. Ogni riferimento al presente americano non è ovviamente per nulla casuale.
Come noto, quello di James Vanderbilt non è il primo film sul processo – e sui processi – di Norimberga.Il più celebre, almeno finora, “Vincitori e vinti” di Stanley Kramer (“Judgment at Nuremberg”, 1961), riguardava uno dei processi secondari, il cosiddetto processo ai giudici, tenutosi nei confronti di magistrati della Germania nazista. Se vogliamo, quello ai giudici fu un processo anche più interessante, dal punto di vista strettamente filosofico-giuridico, di quello – ben più celebre – ai gerarchi nazisti, il cosiddetto processo principale: giudici che giudicano altri giudici, un corto circuito che meriterebbe ben altro approfondimento di questa breve digressione. L’altra opera di un certo interesse e di una certa notorietà sui giudizi di Norimberga, questa volta sul processo principale, è il film – in realtà una miniserie televisiva – “Il processo di Norimberga” (“Nuremberg”), diretto dal canadese Yves Simoneau, uscito nel 2000 in due puntate. Curioso rimarcare, innanzitutto, che anche nell’opera di Simoneau figurava tra i personaggi principali uno specialista della mente, lo psicologo dell’esercito Gustav Gilbert, come avviene in questo nuovo “Norimberga”, dove uno psichiatra è addirittura protagonista, il maggiore Douglas Kelley, che curiosamente (o, per meglio dire, colpevolmente) non appariva nel film del 2000. Eppure, ad avere in cura i cervelli dei ventidue gerarchi nazisti, nella realtà storica, furono effettivamente due specialisti, lo psichiatra Kelley e lo psicologo Gilbert, incaricati dall’esercito americano di verificare l’effettiva sottoponibilità a giudizio degli imputati e la loro capacità di sostenere un processo. Nel film di Vanderbilt, anch’esso incentrato solamente sul processo principale, sono correttamente presenti entrambi i personaggi ed emerge anche la lorodiversità di vedute, che sfocia, con un’eccessiva spettacolarizzazione (ci torneremo più volte), in un vero e proprio scontro fisico.
I due specialisti elaborarono infatti teorie completamente diverse – e per certi versi antitetiche – a seguito degli studi compiuti in quei mesi, che li portarono a dedurre, partendo dal particolare per arrivare al generale, una propria concezione del male. Kelley non trovò una malvagità intrinseca nei gerarchi nazisti, né alcuna forma di malattia mentale. Lo psichiatra americano li riteneva esseri del tutto normali, al massimo particolarmente cinici e privi di empatia, ma non ravvisò in essi un presunto germe della follia nazista, che molti invece si aspettavano di trovare. Kelley affermò che quegli individui non apparivano “anomali né pervertiti né geni” e che assomigliavano “a uomini d’affari aggressivi, intelligenti, ambiziosi e spietati.” Secondo lo psichiatra, uomini come Göring erano e sono in mezzo a noi e trascorrono le giornate “dietro grandi scrivanie, a prendere decisioni importanti nel loro ruolo di uomini d’affari, politici e delinquenti”.
Quella di Kelley è una teoria affine a quella sviluppata anni dopo, durante il processo Eichmann, da Hannah Arendt, che elaborò la fortunata – e anche un po’ abusata – formula della banalità del male (va peraltro ricordato che il punto di vista di Arendt era puramente filosofico e non medico). Vi erano comunque delle diversità importanti tra il pensiero di Arendt e quello di Kelley, in quanto la prima riteneva che i nazisti avessero seguito ordini impartiti dall’alto considerandoli normali e accettando le proprie azioni come insignificanti, mentre Kelley aveva evidenziato come i gerarchi fossero consapevoli della specialità del proprio ruolo.
Diverse da quelle di Kelley (e di Arendt) furono le conclusioni di Gilbert, che vide invece nei gerarchi dei soggetti patologici e instabili da un punto di vista psicologico.
Le teorie di Gilbert ebbero più successo di quelle di Kelley, perché rappresentavano, di fatto, ciò che la gente si aspettava e voleva sentire. Eppure, gli studi specialistici più recenti finiscono per concordare con la visione di Kelley.
