Richard Linklater

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Distribuzione
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
Richard Linklater, che è un regista di grande intelligenza, non ha pensato nemmeno per un istante, in Nouvelle Vague, di mettersi al livello del genio che racconta, dei tanti grandissimi nomi che appaiono nel suo film e che sono tutti interpretati da attori bravi e somigliantissimi (all’inizio, nei primissimi minuti, si teme l’effetto Bagaglino, che è però rapidissimamente scongiurato). Non ha nemmeno avuto, Linklater, la voglia e l’arroganza di mettersi a fare il cinefilo pensoso, l’autore altezzoso, quello che oltre a una storia vuole mettere sullo schermo una teoria, un rispecchiamento, una parafrasi ideologica. No, Nouvelle Vague racconta una storia, e la racconta nel migliore dei modi possibili: senza tirarsela, con efficacia, con una semplicità che è sintomo di capacità, e non di inadeguatezza.
Poi certo, Nouvelle Vague è girato in quello stesso bianco e nero dei capolavori che racconta, e Linklater – sempre con una discrezione che indica la consapevolezza di non dover dimostrare niente a nessuno – infila spesso e volentieri nel suo film delle piccole citazioni visive. E nel racconto delle giornate di riprese, nella replica di scene entrate di prepotenza nella storia del cinema, c’è una mimesi che è tanto necessaria quanto affettuosa.
Il merito più grande di Linklater, però, è quello di aver donato a Nouvelle Vague una grande leggerezza, una giocosa spensieratezza. Che sono fondamentali, mi permetto di credere, per fare cinema e per ogni approccio creativo, perché diventano da sole grande libertà mentale e intellettuale. Raccontati da Linklater, i giganti della nouvelle vague francese sono amici che ridono, si prendono in giro, e così facendo si supportano a vicenda. E lo stesso Godard, che Linklater racconta per quello che era – un genio, un visionario, e un uomo difficile – senza fare sconti né al contrario farne il santino, mostra nel film anche il suo lato più leggero, ironico, umoristico. Capace, in certi momenti, di non prendersi troppo sul serio e di farsi prendere in giro dai suoi attori e della sua troupe senza però mai dimenticare la serietà dell’obiettivo che si era posto. Senza dimenticare nemmeno che c’è della gioia nella fatica di fare un film, e che anche chi ha l’ego di Godard può permettersi di sorridere e far sorridere.
E allora ecco che Nouvelle Vague non è solo l’omaggio a un capolavoro e a un genio; un’altra lettera d’amore al cinema; un film che potrebbe e dovrebbe ispirare tanti giovani aspiranti registi. È anche il film che ricorda a tutti noi magari il cinema non lo facciamo, ma che lo vediamo e ne parliamo per passione o professione, che ci si può rapportare ai capolavori con leggerezza e semplicità, e non solo con aria pensosa e letture ardite e profonde. Il capolavoro non se avrà a male, fidatevi. Tutt’altro.
Torniamo indietro, riavvolgiamo il nastro. Richard Linklater fa coincidere il proprio anno di nascita (il 1960) con quello in cui è uscito il film. Anche se in modi diversi, anche Tim Burton e Quentin Tarantino hanno fatto una cosa simile. Lì si sente a livello di ambientazione e soprattutto in uno sguardo che ricrea in alcuni loro film proprio il periodo in cui i cineasti sono nati. C’è un’altra seconda magnifica truffa, quella del regista di ricrearsi la prima immagine in cui è venuto al mondo. Quelle del cinema diventano subito familiari. I ricordi personali sono legati, prima che alla memoria del proprio vissuto, ai film della loro vita. Per questo Nouvelle Vague per Linklater non è una semplice ricostruzione, né un atto d’amore. È qualcosa che va oltre e che potrebbe essere riassunto in quel doppio riflesso sugli occhiaki di Godard mentre sta vedendo I 400 colpi di Truffaut a Cannes e il suo film appena montato alla fine del film. “Tutto è filmabile” dice il regista al produttore Georges de Beauregard prima di cominciare le riprese. Linklater non rinuncia all’aneddoto (Jean Seberg che non voleva girare il film dopo essere stata diretta da Otto Preminger in Santa Giovanna e Bonjour tristesse, Rossellini che si fa prestare i soldi di Godard) e cerca di dare il ritratto più completo possibile di quegli anni cercando di non dimenticarsi nessuno, anche se mostrati fugacemente o con semplici istantanee fotografiche. Tra questi ci sono Truffaut, Chabrol, Rivette, Rohmer, Schiffman, Doniol-Valcroze, Varda, Demy, Rozier, Kast, Sadoul. In questa precisione che vuole essere esaustiva, al limite del pedagogico, Linklater riesce a ritrovare l’euforia di quel clima, la portata del rinnovamento della Nouvelle Vague, la rivoluzione stilistica.
Girato in bianco e nero e in francese (tranne in alcuni momenti in cui Jean Seberg parla in inglese), Nouvelle Vague contagia per il suo entusiasmo, la semplicità della narrazione ma riesce anche ad andare a fondo nel pensiero-cinema sia di Godard sia di tutto il movimento. Ci voleva un film come questo per lasciare cadere finalmente nell’oblio la detestabile operazione di Hazanaviciius con Il mio Godard. Nel racconto di quei 20 giorni di lavorazione di Fino all’ultimo respiro, c’è anche tutto il cinema fuori quel film; Parigi è un set a cielo aperto che non si ferma mai tra Jean-Pierre Melville che sceglie le pistole e consiglia conosce i ladri di automobili fino a Robert Bresson che gira Pickpocket nella metropolitana. E in alcuni casi è impressionante la somiglianza con i veri personaggi, come Kassagi di quel film e Godard ma soprattutto Jean Seberg in questo. Ogni volta che l’attrice è sullo schermo, sembra quasi una proiezione onirica. La sua immagine potrebbe arrivare davvero da un documentario di cui si è ignorata per decenni l’esistenza e che ha visto la luce solo ora. (…)
