Damiano Michieletto

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Musiche
Distribuzione
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
Il film, basato sul romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa, è ambientato a Venezia nel 1716, in particolare all’interno dell’Ospedale della Pietà. Qui vivono diverse ragazze abbandonate in fasce dalle proprie madri, tutte in attesa che un matrimonio possa riconsegnarle alla società esterna. Le ospiti più musicalmente dotate compongono una piccola orchestra, che si esibisce durante ogni messa nascosta da una grata. Tra tutte Cecilia promessa sposa ad un uomo, ma ancora in attesa di essere “salvata” dall’ignota madre, scoprirà quanto la musica sia davvero importante per lei grazie all’incontro con il nuovo sacerdote chiamato a dirigere le musiciste, Antonio Vivaldi.
Le caratteristiche del dramma sportivo ci sono allora tutte: una protagonista dal grande talento ancora inesploso, un trauma con cui fare i conti, un maestro che accende definitivamente la passione e l’occasione per trasformare l’ossessione per lo sport (in questo caso per lo strumento) in redenzione. Primavera sembra così avere come modelli Rocky, Ogni maledetta domenica, Che botte se incontri gli “Orsi” e, perchè no, Whiplash, altra opera in cui l’ossessione per la musica assume i connotati della pellicola sportiva. La scelta di ricorrere ad una simile struttura, compiuta dallo stesso Damiano Michieletto e dalla cosceneggiatrice Ludovica Rampoldi, ha una sua ragion d’essere, che va individuata nella necessità di esporre chiaramente un mondo allo stesso tempo complesso quanto distante all’immaginario dello spettatore – quello della Venezia di inizio Settecento, del suo contesto musicale in generale e dell’Ospedale della Pietà in particolare – attraverso un “canovaccio” che invece sia immediatamente riconoscibile dal grande pubblico.(…)
Primavera di Damiano Michieletto è un ottimo film. Ad averne (più spesso) visioni così puntuali e così viscerali, mosse da un’elegante ma decisa urgenza artistica che si addentra nei meandri dell’arte (e dell’arte commissionata) come contrasto al potere istituito. Nemmeno a dirlo, roba di stretta attualità, e sicuramente di universale declinazione. Tecnicamente, quello di Michieletto, è un esordio dietro la macchina da presa in un lungometraggio, dopo l’ibrido Gianni Schicchi del 2021. L’apprezzato – e internazionale – regista teatrale, infatti, adatta il romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa raccontando ciò che conosce meglio: la musica. A firmare la sceneggiatura di Primavera, che vibra fin dal titolo, Ludovica Rampoldi.
Per cominciare, un avvertimento e, in un certo senso, una lode: l’incipit di Primavera, che si muove sulle composizioni originali di Fabio Massimo Capogrosso – con ovvie inflessioni barocche -, è sconvolgente. Insomma, ci vuole coraggio e ci vuole sicurezza per attaccare con una scena che più brutale non si potrebbe: dei gattini appena nati vengono strappati dal grembo materno e buttati nei canali veneziani. Sconvolti noi, e sconvolte le orfane dell’Ospedale della Pietà. Tra loro, la protagonista, Cecilia vent’anni e l’innata predisposizione per il violino. (…)
Michieletto parte dalla sua Venezia per raccontare tutta la bellezza del talento. Impuro, grezzo, eppure sorprendente, imprevedibile, tenace. Se non c’è mai sfarzo e ridondanza, il regista lavora di sottrazione anche nei momenti più drammatici, lasciando che siano i dettagli – sguardi, mani, silenzi – ad arricchire la scena. Ma il discorso, via via, tende ad allargarsi sempre più, estrapolando dal testo addirittura la figura di Don Antonio Vivaldi, avvicendandola con quella di Cecilia, entrambi eroi irregolari di un mondo in evoluzione. Il maestro e l’allieva, l’incontro tra due solitudini. Oltre l’amore, oltre l’arte che non deve prevedere mai la morale. Un continuo scambio, a volte sovrapposto e a volte parallelo, generando così una notevole forza cinematografica, sicuramente esaltata dalla tecnica, dall’estetica e dalla costruzione. La fotografia di Daria D’Antonio tarata sulla scala dei grigi, per esempio, si lega meravigliosamente ai costumi di Maria Rita Barbera, e poi ancora alla scenografia di Gaspare De Pascali, studiata per soffocare la potenza riottosa (e avanguardista) di Cecilia. Insomma, se alcune transizioni narrative sembrano troppo nette – la morte dei gattini si lega ad un finale mosso da uno spunto di umanità – e manca nell’insieme un appunto emotivo, Primavera ha comunque una sua notevole personalità, in fatto di regia e di scrittura (la bravura di Insolia e Riondino non è di certo una novità). E se Michieletto non cede mai alla tentazione di accontentare il pubblico offrendo le note di Vivaldi – almeno fino ai titoli di coda -, la chiave di tutto è da leggere e da trovare nel titolo stesso: lo spartito di uno dei compositori più geniali e moderni (e per un lungo tempo decisamente sottovalutato) diventa lo spunto di una nuova e rivoluzionaria visione, affidata allo sguardo fiero e resistente di un’orfana che sfida l’establishment politico, sociale e religioso.
Ironico, se pensiamo quanto il potere si sia sempre servito dell’arte (e viceversa), e ancora più appuntito considerando quanto oggi certi artisti continuino ad aver paura di schierarsi, preferendo tristemente il silenzio assenso invece di andare – come Cecilia – in direzione ostinata e contraria. Ostinata e coraggiosa come la primavera, quella stagione di mezzo sospesa tra il sogno e l’aspettativa.
