Rental Family – Nelle Vite degli Altri

Hikari

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Rental Family, il film diretto da Hikari, è ambientato nella Tokyo contemporanea e racconta la storia di Philip Vandarpleog, un attore americano che vive nella capitale giapponese da otto anni. Un tempo noto per nel ruolo di un improbabile supereroe, un gigantesco tubetto di dentifricio in una pubblicità diventata di culto, oggi Philip è un uomo alla deriva, senza soldi, senza certezze e in cerca di un senso da dare alla propria esistenza. Passa da un'audizione all'altra e si ritrova a fare la comparsa in eventi come matrimoni e funerali.
DATI TECNICI
Regia
Hikari
Interpreti
Brendan Fraser, Takehiro Hira, Mari Yamamoto, Akira Emoto, Shannon Gorman, Nihi
Durata
103 min
Genere
Commedia
Drammatico
Sceneggiatura
Hikari, Stephen Blahut
Fotografia
Takuro Ishizaka
Montaggio
Alan Baumgarten, Thomas A. Krueger
Musiche
Jon Thor Birgisson, Alex Somers
Distribuzione
The Walt Disney Company Italia
Nazionalità
USA, Giappone
Anno
2025

Presentazione e critica

Phillip Vandarploeug è un attore statunitense da tempo stabilitosi a Tokyo, dove fatica a trovare la propria vocazione barcamenandosi tra piccoli incarichi e pubblicità per le quali preferirebbe non essere ricordato. Fino a che la necessità lo spinge ad accettare un ruolo particolare, per altro moralmente complicato: interpretare la parte di questo o quel familiare per degli sconosciuti, clienti di un’agenzia di “parenti a noleggio”. Inizialmente sconcertato, Phillip viene convinto dal titolare, che fa di lui lo straniero di riferimento dell’azienda, fino a che addentrandosi nel piccolo mondo di ciascun cliente, sente in sé crescere sentimenti fin troppo genuini, confondersi la finzione con la realtà. Come quando si trova a recitare la parte del padre assente della piccola Mia, che la madre Hitomi vuole iscrivere in una prestigiosa scuola privata, dove però è richiesto un incontro preliminare con entrambi i tenitori, o il giornalista incaricato di intervistare l’ex attore Kikuo Hasegawa, affetto da demenza e costantemente sorvegliato dalla figlia Masami.

“Puoi vivere in Giappone per cento anni, e ritrovarti con più domande che risposte“, dice Shinji allo spaesato gaijin protagonista, e analogamente si potrebbero vedere cento film di quella cinematografia e scoprire sempre qualcosa. Come nel caso di quel che racconta Rental Family, che sfrutta la realtà – in voga dagli anni ottanta (e che oggi conta circa 300 società) – di quanti offrono attori per colmare vuoti emozionali o sostituirci in situazioni sociali scomode, dalla cena con la suocera a ogni tipo di possibile umiliazione. Uno spunto non molto sfruttato in passato, che trova in Brendan Fraser il perfetto interprete.
Soprattutto per il pubblico occidentale, accompagnato in un contesto che la regista conosce bene e che riesce a traduce in maniera comprensibile – e godibile – senza ricorrere a macchiette e facili ironie, anzi, con grande rispetto e delicatezza, affetto e tenerezza, creando un gioiello che brilla e che funziona anche nei suoi momenti più concilianti, a tratti emozionanti, commoventi, ma mai ricattatori. Lasciando, anzi, allo spettatore la libertà di scegliere da dove osservare quel mondo e i suoi eccessi, se dalla propria comoda poltrona o al fianco dei personaggi, partecipando della finzione e condividendo la verità delle loro reazioni, o magari dalla finestra del mini appartamento nel quale Phillip vive la sua solitudine, e da dove osserva le esistenze altrui, senza essere visto e senza (ancora) rendersi conto di quanto si nasconda dietro quelle apparenze.
È un punto di vista che il film sembra abbracciare, almeno inizialmente, fino al primo vero incarico ufficiale del nostro “americano triste“, fino a quando, la scoperta di poter aiutare gli altri a essere felici lo fa sentire meno solo. Anche la macchina da presa, abbandonata la ‘moglie per procura’, si ritrae, uscendo dalla finestra, quasi a ritirarsi di buon grado, rassegnata, ma è un attimo, perché se la regista continua a regalarci momenti di vita quotidiana giapponese (da cerimonie di vario genere a terribili test di ammissione, e una coloratissima processione di amici dei gatti) il suo alter ego gradualmente si rianima, e faticosamente supera quella che aveva sempre vissuto come artificiosità e freddezza.
Come sempre, bisogna conoscere il diverso per potersi specchiare in lui, per vedere noi stessi, e il film sembra confermarlo. Insieme all’invito ad accettare un’idea del divino ben diversa da quella esclusiva e belligerante alla quale siamo abituati da millenni da questo lato del mondo (e che ancora oggi infiniti lutti adduce), un’idea che ci comprende, ci rende partecipi di quel che ci circonda, e responsabili, in prima persona. Un elemento in più di questa piccola perla, un film divertente, tenero, ben recitato e ben costruito, una lezione di vita e di condivisione, una perla rara quanto inattesa, un feelgood movie a tutti gli effetti, e di grande qualità.

Ciakmagazine

(…) Una commedia commovente sulla riscoperta dell’empatia e dell’autenticità dei legami tra esseri umani. È Rental Family, scritto e diretto dalla giapponese Hikari, con protagonista un titanico Brendan Fraser che torna a emozionare dopo la prova da Oscar di The Whale.
Hikari sceglie a più riprese di far combaciare il punto di vista del suo personaggio con quello del pubblico, una scelta che premia: il suo Philip è un uomo solo, che vive da sette anni in un Paese che non è il suo, e dalla finestra osserva le vite degli altri, piene di vita e di relazioni. Quando gli propongono di fare il figurante a “noleggio familiare” per dei perfetti sconosciuti storce il naso e avanza dubbi morali, però quando inizia a farlo capisce una cosa importante.
La vita diventa più colorata quando si riesce ad aiutare il prossimo, al di là di ogni moralismo. C’è chi ha bisogno di noleggiare una persona per solitudine, chi affitta uno sposo per accontentare genitori tradizionalisti e guadagnarsi la libertà di amare chi vuole, chi cerca un padre per poter iscrivere la propria figlia a una delle scuole più prestigiose e selettive di Tokyo, chi chiede di poter assistere un padre malato di Alzheimer che è anche un attore famoso.

Tutto raccontato in chiave di commedia, intesa nel senso originario di genere onnicomprensivo capace di abbracciare ogni tipo di sentimento, anche lo sconforto più totale. Il confine tra il mentire e l’aiutare si polverizza a ogni scena, i dilemmi etici emergono accanto all’urgenza di fare qualcosa di concreto per gli altri.
Il che comporta anche sacrifici, rinunce personali, scelte azzardate: Phillip cambierà prospettiva sulle cose, trovandosi in continua difficoltà nell’uscire veramente dai personaggi che interpreta. Si ritroverà a mantenere promesse suo malgrado e persino a sfidare la legge pur di esaudire un ultimo desiderio non suo.
Nell’era dell’individualismo sfrenato, Hikari riesce a firmare un film toccante, tenero, garbato sul diritto a rendere felice il prossimo e sul bisogno di relazioni umane autentiche. Una commedia originale, mainstream e universale che sfida la retorica del buonismo senza mai rinunciare all’ironia, riuscendo nell’impresa di aprire i cuori e contagiare speranza in chi guarda, ricordando che in ogni parte del mondo e a ogni età non ci si salva mai da soli.
A tutto questo si aggiunge il fascino magnetico e irresistibile del Giappone, dall’architettura urbana di Tokyo – i grattacieli, i templi, i piccoli ristoranti in legno, le strade affollate – all’esplosione di natura nipponica incontaminata in una missione segreta del protagonista che non sveleremo, ma che colpisce dritto al cuore

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