Scalfire la roccia

Mohammad Reza Eyni, Sara Khaki

Image
Prima consigliera eletta del suo villaggio iraniano profondamente conservatore, Sara Shahverdi – divorziata, motociclista ed ex ostetrica – spicca tra la popolazione. Tenace e non facilmente intimidibile, Sara è determinata a migliorare la sua comunità e a porre fine alle promesse vuote e alla pigrizia perpetuate negli anni dai consiglieri locali. Ma è proprio come sostenitrice delle ragazze e delle donne del suo villaggio che incontra la maggiore opposizione. Tra le altre cose, mira a rompere le tradizioni patriarcali di lunga data insegnando alle ragazze adolescenti a guidare le motociclette e mettendo fine ai matrimoni infantili. Quando sorgono accuse che mettono in dubbio le intenzioni di Sara di emancipare le ragazze, la sua identità viene messa in discussione e dovrà sfoderare tutto il suo carisma per affermare i propri principi.
DATI TECNICI
Regia
Mohammad Reza Eyni, Sara Khaki
Durata
95 min.
Genere
Documentario
Fotografia
Mohammadreza Eyni
Montaggio
Mohammadreza Eyni, Sara Khaki
Musiche
Karim Sebastian Elias
Distribuzione
Wanted Cinema
Nazionalità
Iran, Qatar, Cile, Canada, Paesi Bassi, Germania, Usa
Anno
2025

Presentazione e critica

Da qualche parte, in uno sperduto villaggio del nord ovest iraniano, Sara (Sara Shahverdi) vive insieme alla sua numerosa famiglia. Il padre è morto quando aveva sedici anni, e da allora è diventata – l’unica al momento non sposata, persino divorziata, tra le sue sorelle – il punto di riferimento dei suoi cari. La sua è un’eccezione lampante: in ogni campo del fare gli uomini hanno libertà d’azione mentre le donne sono oppresse. Costrette a sposarsi contro la loro volontà, spesso ancora bambine, non sono comproprietarie delle case insieme ai loro mariti. Non possono studiare, lavorare o viaggiare, perché la tradizione prevede che “ogni donna dovrebbe vivere o con suo padre o con suo marito”.

Per Sara, che veste abiti comodi e sportivi per salire sulla sua moto, ha lavorato sempre come ostetrica, e non ha mai chiesto il permesso per fare ciò che voleva, tutto questo è innaturale e inaccettabile. Quando nel villaggio si indicono le elezioni, si candida e stravince, unica donna in un consesso di uomini poco propensi a lasciare spazio alle loro sorelle, compagne, figlie. Ma la strada per realizzare il suo programma politico femminista-democratico non sarà per niente facile.

Film di debutto dei documentaristi Sara Khaki e Mohammadreza Eyni, Cutting Through Rocks è stato sviluppato grazie al Sundance Institute Doc film program, progetto fondato nel 2002 dal Festival allora diretto da Robert Redford e finanziato da Open Society Foundations, creata dal filantropo George Soros.

Khaki è una filmmaker iraniana cresciuta negli Stati Uniti, Eyni un direttore della fotografia turco-azerbaigiano che parla la stessa lingua della protagonista Sara Shahverdi. Insieme, durante la pandemia, si erano ripresi nel corto Our Iranian Lockdown, distribuito online dal quotidiano inglese The Guardian. Analogamente, ma in modo diverso, il loro primo lungometraggio è l’esito di una serie di restrizioni, che se da una parte lo rendono un potente ritratto biografico che si fa atto di denuncia, dall’altra lo vincolano a una forma dimostrativa ridondante.

L’obiettivo del Sundance Institute Doc film program è realizzare cinema di non fiction che testimoni lo status dei diritti umani in aree geografiche solitamente poco indagate, lo stesso titolo allude alla difficoltà di aprirsi una strada in un contesto fermamente ostile. L’afflato civile del film, quindi, indirizza e guida ogni scelta estetica, soprattutto il montaggio, che oscilla tra pedinamento, reenactement e contemplazione naturale, non sempre armonizzandoli tra loro e con i salti logico-temporali. Le sequenze della quotidianità militante di Sara si rincorrono per ribadire la sistematica violazione dei diritti delle donne, a cui quasi solo lei però, riesce ad opporsi con tutta la volontà e con più di un’amara concessione. Persino all’interno della propria famiglia, quando i fratelli non dividono equamente i proventi del lavoro o cercano con l’inganno di escludere le sorelle dall’eredità.

Ne risulta un film eccezionale dal punto di vista del soggetto prescelto – Sara come classica eccezione, la pioniera anticonformista che col proprio corpo e intelligenza fa da apripista – ma altrettanto prevedibile nel linguaggio. Il valore del lavoro di Khaki e Eyni sta nell’accesso ad ambienti altrimenti inavvicinabili (un esempio su tutti, l’audio del giudice che investiga sulla sessualità di Sara) e nonostante gli ostacoli che la troupe ha dovuto affrontare lungo circa otto anni di lavorazione, più volte interrotta: ispezioni della polizia iraniana, censura, confisca del materiale. Circostanze dichiarate nelle note di regia ma omesse dal film per ovvi motivi di opportunità.

Premio della giuria al Sundance 2025, Cutting Through Rocks è frutto di una doppia, reciproca perseveranza tra l’oggetto e i suoi osservatori, accomunati da una volontà tenace di abbattere il conservatorismo. Intenzione inequivocabile ed evidente di un’indagine sul campo che, tentando di raggiungere un pubblico largo, è arrivato alla cinquina documentaria degli Oscar 2026.

Mymovies.it

Scalfire la roccia arriva in un momento in cui l’Iran brucia. Khamenei è morto sotto le bombe, il Medioriente un rebus che nessuno sa più leggere, il regime degli ayatollah sembra improvvisamente qualcosa di diverso da quello che era ieri, non più un monolite. Prima delle bombe americane e israeliane, la sua struttura poteva cedere da dentro? Non lo sapremo mai. Chi ha provato a sfidare il regime, anche di recente, ha pagato con la vita. Ma la risposta del candidato all’Oscar come miglior documentario è ancora diversa. È la strategia di chi ci prova lentamente, un centimetro alla volta. Come Sara Shahverdi.

Shahverdi è ostetrica. Ha aiutato a nascere centinaia di persone nel nord-ovest dell’Iran. È divorziata, il che in quel contesto non è uno stato civile ma una condanna sociale. Poi si candida al consiglio comunale del suo villaggio. Poi vince. E il film è la storia di quello che accade dopo. Il documentario è girato tra l’azeri turco e il farsi, nasce da anni di riprese, ritorni, pause, ricominciamenti. Non si vede ma si percepisce nella densità del materiale, nel tipo di fiducia che la protagonista concede alla macchina da presa. Fiducia non scontata. Anche questa costruita nel tempo, con pazienza. Il senso del film di Sara Khaki e Mohammadreza Eyni è anche nel suo farsi, nei segni di un tempo piegato alla costruzione di una relazione.

Sara Shahverdi non è una santa né un simbolo. È contraddittoria, spigolosa, stanca. Si muove in un universo dove alle donne viene chiesto di stare ferme, con una velocità che è già di per sé gesto politico. I suoi spostamenti dettano i tre movimenti del film. Prima la campagna, con la politica di prossimità, di stanze, di case aperte e incontri sul tappeto. Poi la vittoria elettorale, quando persino la festa è segnata da separazioni di genere, gerarchie invisibili, spazi che si aprono e subito si restringono. Il varco. Infine il terzo movimento, la frizione del potere. Perché essere eletta non significa poter governare. Ogni decisione diventa negoziazione, ogni negoziazione diventa scontro, ogni scontro diventa delegittimazione. Le accuse si spostano come tergicristalli pieni di fango, dall’impegno politico all’identità personale alla “rispettabilità”. È il patriarcato all’opera in modo sottile. Non deve vietare, gli basta screditare. Shahverdi sa che non può prenderlo a pugni perché è ovunque e da nessuna parte, è l’aria ferma in una gigantesca stanza chiusa.

Eppur si muove. Vedere una donna che decide instilla fiducia nelle altre. Le ragazze che imparano a guidare. La minorenne si sottrae a un matrimonio imposto. Cose piccole, testarde, ripetute. Scintille, non rivoluzioni. Movimenti circolari, lenti, che tornano sullo stesso punto e ogni volta lo trovano leggermente diverso.

L’approccio di Sara Khaki e Mohammadreza Eyni è da cinéma vérité. Vicini alla protagonista, nel vivo degli incontri, aspirando il rumore dei corpi nello spazio. Di tanto in tanto però la regia si concede qualche composizione, inquadrature costruite, tempi dilatati. Il montaggio è serrato, ancorato in alcuni snodi di racconto che costituiscono la colonna vertebrale emotiva del racconto. Mentre nei passaggi contemplativi si sente la fatica del personaggio, la fatica sisifea del cambiare le cose un centimetro alla volta sapendo che appena molli la presa l’elastico ti torna indietro.

Scalfire la roccia non è il ritratto di una pioniera, è un film sulla differenza tra aprire una crepa e riuscire a tenerla aperta. L’anatomia di una rivoluzione scandita non dalle bombe ma dal lavoro di una persona ostinata che ha scelto di non arretrare. Oggi, domani, il giorno dopo ancora.

Cinematografo