Alberto Palmiero

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Musiche
Distribuzione
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
Alberto Palmiero è un ragazzo di Aversa, provincia di Caserta. Si è diplomato in regia al Centro Sperimentale, ha fatto qualche corto andato anche benino, ma la sua carriera stenta a decollare. Mica come l’amico Mino Capuano , che sta girando il suo primo lungo. Trentenne in crisi, Alberto decide allora di lasciarsi i sogni da regista, gli appartamenti spogli a Roma Est, le serate a San Lorenzo e le comparsate per una serie di Bellocchio alle spalle, e di tornarsene a casa. A fare cosa, però, non si sa bene.
A casa ci sono mamma e papà, dapprima comprensivi, poi un po’ meno; ci sono gli amici di una vita, tra cui un aspirante musicista che sta sempre con gli occhiali da sole, da perfetto Dylan (o Godard) di provincia; ci sono pure una vecchia fiamma, e un nuovo cane. C’è, dopo un po’ di giorni, e alla fine dei conti, un vuoto molto simile a quello che Alberto provava a Roma. In Tienimi presente Alberto Palmiero, è ovvio, racconta la sua storia. La sua crisi, la sua impasse. Lo fa con un film che ne è stato il brillante superamento, girato con pochissimi mezzi, pochissime persone, facendo recitare amici e parenti. Pure i produttori, visto che Gianluca Arcopinto appare nei panni di sé stesso, come peraltro fanno i colleghi Bellocchio e Capuano.
Autofiction, certo, ma che funziona. Ombelicale? Sicuramente, ma con autoironia da riuscire a scovare, lì dentro la questione così personale, qualcosa che fa il giro e diventa universale. Perché piccole o grandi, lavorative o meno, crisi come quelle di Alberto le abbiamo in qualche modo avute tutti, e come lui le abbiamo risolte quando abbiamo trovato – in noi, in qualcosa, in qualcuno – il coraggio di smetterla di stare con le mani in mano e fare qualcosa. Provare qualcosa. Senza paure, quelle che – davvero – avevano allontanato Palmiero da Roma e dalle sue aspirazioni.
“E che me ne fotte che tu non sei bravo?”, dice a Alberto a un altro amico, con cui aveva studiato informatica, e al quale si era rivolto per trovare un lavoro in quel settore. Amico rifiuta categoricamente, perché per lui la strada di Alberto è un altra, nonostante i suoi dubbi: “Non è importante se sei bravo, l’importante è che ti fa sentire vivo, che ti fa stare bene”.
Che poi, inutile dirlo, Alberto Palmiero è bravo davvero.
Forse lo sa, forse se lo dimentica, forse quella timidezza e quella malinconia che mette sullo schermo (una malinconia che non se ne guardando un film e fumando una canna, come per un altro amico ancora, più superficiale di Alberto) sono reali, e non solo affettazioni cinematografiche che non possono non aver risentito dell’influenza, conscia o meno, di Massimo Troisi. Di quella di Moretti, poi, non ne parliamo: ma declinata in minore, senza la sicurezza e la spavalderia. Moretti e Troisi, come già nell’esordio di Filippo Barbagallo, che rispetto a Palmiero ha pedigree cinematografico ma sensibilità evidentemente affine.
La malinconia di Palmiero funziona, funziona il suo disincanto, funziona la sua timidezza. Funziona lo sguardo sornione e ironico che ha come prima cosa su sé stesso, e poi sul resto del mondo, cinema compreso, come funziona il suo sguardo dietro la macchina da presa, anche. E, in un film costruito su di sé, tutto attorno a sé, ha la dote oggigiorno rara di far stare bene, e non far trasparire nemmeno un’anticchia di ego e di prosopopea.
Dovremmo incontrare alcuni film in momenti precisi della nostra vita. Accade lo stesso con i libri. Non tanto per il target, quanto per l’emotività di riferimento e il dialogo interiore che si dimostrano capaci di instaurare con il lettore. Lo stesso che rimane inchiodato lì, a quelle pagine e a quel periodo così specifico, aderendo con forza alla crescita. Ancora, al temporaneo caos esistenziale di individui sconosciuti, causato perlopiù dall’apparente smarrimento della propria via. Sullo spaesamento dunque e il timore collettivo di non conoscersi affatto, e ancor peggio di non conoscere: un timore, come detto, che ci riguarda tutti. Infatti, chi prima, chi dopo, ci ritroviamo di ritorno con uno sguardo rivolto al passato, talvolta consapevole, altrimenti segnato o, peggio, perduto. Le scarpe nel frattempo si sono fatte un po’ più grandi, al pari dei rimorsi e della vita che avrebbe potuto essere ma che, in definitiva, non è stata. ll cinema vive e dialoga con le emozioni dello spettatore alla stessa maniera. Ecco perché sarebbe bene incontrare film come Tienimi presente di Alberto Palmiero nel medesimo periodo di vita che intendono raccontare. L’esordio di Palmiero, scritto a quattro mani con Davide de Rosa, è caratterizzato da un minimalismo stilistico e narrativo pressoché assoluto — al netto di una sequenza onirica decisamente farsesca, stoner e nient’affatto pretenziosa, quella della celebrazione — nonché centrato, con inedita sensibilità e ancor meglio onestà, su un segmento decisivo del più classico coming-of-age movie.
A Palmiero però non interessa il percorso di crescita di un ragazzo come tanti, bensì il superamento di una soglia, quella dei trent’anni. Laddove si presenta con ferocia la domanda alla quale ciascuno di noi è chiamato a rispondere una volta superati gli studi universitari: «Cosa intendi fare della tua vita?». Silenzio tombale in una scena esilarante e iperrealistica del film. Di qui in poi, Tienimi presente affronta, tra i moltissimi temi, la rottura di un limite e la malinconica ricerca di un abbandono — legato tanto alla passione cinematografica quanto a una precedente versione di sé — il quale però non solo tarda a venire, ma è anche possibile che non si presenti affatto, creando ulteriore caos e senso di libertà in tutti coloro che la vivono, a partire dal protagonista del film. Alberto è infatti disilluso e, in qualche modo, perfino arreso di fronte all’evidenza delle enormi complessità lavorative riguardanti l’industria cinematografica italiana. Ha diretto dei corti, ma a suo dire non li ha mai visti nessuno. In amore, poi, anche peggio. Dopo anni vissuti a Roma nella speranza di fare un film, decide un giorno che è tempo di tornare a casa, ad Aversa, rinunciando a tutto, perfino a sé stesso. La provincialità si fa rifugio e poi gabbia. Lì, ai ritmi lenti della vita, s’accompagnano gli sguardi e i giudizi altrui, e ancora le varie insoddisfazioni o malinconie esistenziali degli amici di sempre. Cos’è meglio: arrendersi e sopravvivere in compagnia dei rimorsi, o riprovarci ancora e ancora, vincendo solitudine e potenziali rifiuti fino al raggiungimento dei successi tanto desiderati?
Palmiero non necessita di polemica — e politica — né tantomeno di maschere. Abbracciando con tutto sé stesso l’apparente timidezza e ancora la delicata sfrontatezza di un ragazzo come tanti, differente certo, eppure capace di raccogliere con forza e inattesa sincerità ogni nostro timore e passione, rintraccia nel minimalismo di forma lo straordinario della quotidianità. Della sua famiglia, che poi è anche la nostra, e ancora degli amori improvvisi e degli amici di quartiere. Delle sorprendenti volontà di percepirsi responsabili — pensiamo al cane e a tutto ciò che ne consegue. (…)
