Mahdi Fleifel
DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Musiche
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
Da quasi un decennio la distanza tra la Grecia e la Germania è impossibile da misurare senza tener conto delle vite umane, dei famiglie bloccate e degli sforzi costanti per vivere la vita di un migrante come se fosse una vita qualsiasi. Il film To a Land Unknown del regista danese-palestinese Mahdi Fleifel nasce da questa eredità traumatica e vede i cugini Chatila e Reda cercare di uscire dal limbo della loro vita da clandestini ad Atene. Il sogno irrealizzabile comprende passaporti falsi e biglietti aerei per la Germania, quindi fanno di tutto per realizzarlo. Lavorano e rubano – appena il film inizia, li vediamo incontrarsi per scippare la borsa di una signora nel parco – ma la loro situazione è una di quelle che possono esistere al di fuori dei quadri morali convenzionali. To a Land Unknown è stato proiettato alla Quinzaine des Réalisateurs, unico film palestinese a Cannes.
Chatila e Reda sono fuggiti da un campo profughi in Libano, lasciandosi alle spalle la moglie e il figlio di Chatila, che chiamano ogni sera per condividere qualche momento di intimità senza pensare a confini o denaro. Reda non ha una famiglia propria, ma lotta contro la dipendenza: un pericolo imperdonabile che affligge i più vulnerabili, offrendo una promessa di fuga temporanea. Questo è l’unico punto di scontro tra i cugini e il loro legame quasi indistruttibile; un giorno, il denaro che hanno risparmiato è sparito e Reda è di nuovo fatto. È importante notare che Fleifel non permette mai un risultato narrativo forzato o una battuta finta, anche quando il primo ostacolo della trama si avvicina così tanto a un cliché. Al contrario, il film si distingue per il suo impegno incrollabile nei confronti della verità, delle persone e delle loro vite reali. Il realismo sociale di Fleifel è più autentico di molti documentari su temi simili, se si considera che il suo stesso film documentario, A World Not Ours, è uscito nel 2012 e trattava dell’esilio attraverso varie generazioni.
Fleifel ha scritto la sceneggiatura insieme a Fyzal Boulifa e Jason McColgan ispirandosi al taglio street-thriller di Un uomo da marciapiede, ma To a Land Unknown non ha bisogno dell’aiuto di alcun riferimento per avere un impatto. È un film così silenziosamente abile – con sequenze grintose e poesia visiva di altissimo livello da parte del direttore della fotografia Thodoris Mihopoulos – che i suoi risultati formali non devono mai competere per l’attenzione dello spettatore con la spirale narrativa di eventi sfortunati, tipica del genere.
Quando Chatila escogita un piano elaborato per recuperare il denaro necessario alla loro fuga, il ritmo del film accelera di minuto in minuto, poiché ogni piccolo intoppo può portare alla deportazione o alla morte. In quel momento entra in scena una donna: una greca alticcia e dalla risata fragorosa di nome Tatiana. Il suo coinvolgimento segna sia l’apice della speranza che l’inizio di una spirale negativa, ma è il rapporto tra Reda e Chatila ad alimentare l’empatia umanistica del film. Con la sua autenticità e le forti interpretazioni dei protagonisti Bakri e Sabbah, To a Land Unknown ha già alzato il livello dei film di questo genere e rimarrà un esempio di lungometraggio di finzione urgente e completo.
To a Land Unknown è un film secco e spietato su due giovani cugini palestinesi, Chatila e Reda che lottano per conquistarsi una prospettiva di vita, possibile solo fuggendo dal loro Paese. Dopo una prima parte introduttiva, dove conosciamo le difficoltà quotidiane dei protagonisti — povertà, dipendenze e microcriminalità come unico mezzo per sbarcare il lunario — si entra nel vivo della storia con l’organizzazione del viaggio. Da questo punto il film scorre bene, assumendo persino i toni del thriller, pur con qualche lungaggine nel terzo atto e con dei comprimari che, esaurita la loro funzione narrativa, vengono poi abbandonati dalla sceneggiatura.
È la mancanza di un orizzonte esistenziale a lasciare davvero atterriti. Dai piccoli furti dell’introduzione agli ostacoli della sezione centrale, fino all’amara risoluzione, i due protagonisti incarnano una popolazione privata di un futuro. Pur senza citazioni esplicite alla guerra a Gaza, Mahdi Fleifel ci consegna un film in dialogo diretto con la contemporaneità e capace di attivare riflessioni politiche profonde.
To a Land Unknown è la dimostrazione che la fiction possiede la stessa forza — se non maggiore — del documentario nel farsi commento sociale. Svincolato da un evento specifico ma agendo sull’immaginario dello spettatore, che non può fare a meno di pensare alle immagini dei telegiornali, questo dramma alimenta consapevolezza ed empatia senza mai forzare troppo la mano. Non si esce dalla sala solo con gli occhi lucidi, ma con la rabbia di chi ha assistito a una storia di dure ingiustizie che inevitabilmente rimanda alla realtà.
Sono assenti virtuosismi stilistici: il regista attinge sapientemente al cinema realista e mantiene un approccio sobrio e controllato, rifiutando ogni inutile estetizzazione. Proprio grazie a questa scelta emergono con forza i temi dell’identità e dello spaesamento culturale, rappresentati senza eccessiva drammatizzazione nella loro complessità. In fin dei conti si tratta di una storia antica e universale: l’uomo che cerca una “casa”, intesa non solo come luogo geografico ma come ritorno alla propria identità. Lo si racconta dai tempi dell’Odissea, dove Itaca è un’isola povera e aspra ma tanto amata da Odisseo perché focolare dove l’eroe può ottenere la completezza del sé. È altrettanto irto e pieno di ostacoli il viaggio degli eroi di To a Land Unknown, film che con intelligenza si muove tra urgenza storica e universalità tematica.
Ma a differenza dell’eroe greco, i giovani palestinesi non possono tornare nella loro terra e sono condannati alla condizione di stranieri. Come recita la citazione di Edward Said in apertura: “In un certo senso, è tipico del destino dei Palestinesi, non finire dove hanno cominciato, ma in qualche posto inaspettato e lontano”. C’è molta amarezza e malinconia nel finale, ma forse la generazione di Chatila e Reda non può permettersi il lusso della speranza.
