Tre ciotole

Isabel Coixet

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La vicenda si apre con una crisi: Martae Antonio , coppia un tempo unita, decidono di lasciarsi dopo un litigio apparentemente banale ma in realtà carico di significati repressi. Lei reagisce con il silenzio e la chiusura emotiva, mentre lui — chef in piena ascesa professionale — si rifugia nella routine del lavoro, incapace di colmare il vuoto affettivo. Marta, col passare delle settimane, perde l’appetito. Non si tratta solo di inappetenza: la donna sembra incapace di ingerire anche un solo boccone, come se il corpo stesso rifiutasse il nutrimento. Un disturbo che si rivela presto sintomo di una malattia più seria. Per Marta tutto cambia: il sapore del cibo, la musica, il desiderio, la certezza delle scelte fatte. E la storia vira: il focus non è più la separazione, ma la consapevolezza, il corpo che chiede ascolto, la necessità di fermarsi, di accettare, di guarire.
DATI TECNICI
Regia
Isabel Coixet
Interpreti
Alba Rohrwacher, Elio Germano, Francesco Carril, Giorgio Colangeli
Durata
120 min
Genere
Drammatico
Sceneggiatura
Enrico Audenino, Isabel Coixet
Fotografia
Guido Michelotti
Distribuzione
Vision Distribution
Nazionalità
Italia, Spagna
Anno
2025

Presentazione e critica

Raccontare la separazione, l’abbandono, la vita attraverso la malattia, Tre Ciotole è questo e molto di più. Isabelle Coixet confeziona un film che colpisce e ferisce dritto come una spada e allo stesso tempo consola offrendo una prospettiva interessante e autentica sull’esistenza e le relazioni. Liberamente tratto dall’omonimo libro di Michela Murgia, ultimo uscito prima della sua morte, questo lungometraggio presentato anche al Toronto International Film Festival, propone un adattamento coraggioso del testo originario, una rielaborazione importante che fonde, rimescola e aggiunge per rendere, quella che era strutturata come una serie di racconti, una narrazione unica e coesa dove i sentimenti, specialmente verso sé stessi, giocano un ruolo fondamentale.

Dopo quello che sembrava un banale litigio, Marta e Antonio si lasciano. Lei è un’insegnate di educazione fisica e dopo la separazione inizia ad avere problemi di salute: ha la nausea, ha perso l’appetito ma inizialmente pensa che sia tutto legato a ciò che sta passando. Antonio, invece si getta a capofitto nel lavoro, anche se, tormentato dai ricordi, comprende che riuscire a trovare una nuova quotidianità si rivela un’impresa più dolorosa del previsto. Quando Marta però dopo alcune visite mediche scopre che i suoi problemi non sono dovuti alla sofferenza e alla solitudine ma ad una malattia di altra natura, per lei la vita e la quotidianità assumono significati che mai avrebbe immaginato, portandola a riflessioni profonde su sé stessa, le relazioni e gli affetti che l’hanno accompagnata durante gli anni. Riscoprendo e assaporando la vita in piccoli e apparentemente insignificanti gesti, costruisce intorno a sé una rete di persone e abitudine che le offrono conforto.

Una delle perplessità più grandi che avevamo prima della visione di Tre ciotole riguardava proprio il suo adattamento: il libro di Murgia è un insieme di racconti legati gli uni agli altri da un elemento tanto sentito quanto complesso: la crisi. Che sia per un abbandono, una malattia o un’emergenza che sfugge al loro controllo, ogni personaggio da lei raccontato vive una crisi esistenziale profonda, cosa che ritroviamo con forza anche in questo film, solo attraverso l’utilizzo di espedienti narrativi differenti. Il lungometraggio di Coixet, sceneggiato insieme a Enrico Audenino, fa in tal senso un passo tanto azzardato quanto vincente: sceglie di fondere gli elementi principali del libro intersecandoli anche con il vissuto della sua autrice. Quello che ne risulta è una storia coesa e profonda che, anche se non ha il tempo di scavare a fondo nell’animo dei personaggi, riesce a compiere le scelte giuste per raccontarli con efficacia allo spettatore. Il peso del film, infatti, grava per buona parte sulle interpretazioni di Rohrwacher e Germano, ai quali vengono anche affidati dialoghi dal sapore autentico e dalla scrittura impeccabile. sabelle Coixet dopo La mia vita senza di me del 2003, torna quindi sul tema della morte
concentrandosi non più su ciò che viene lasciato ai posteri ma su quello che può essere vissuto nel presente, sull’inebriante sapore dell’esistenza che ci pervade fino all’ultimo respiro. Per farlo la regista sceglie di contaminare a tratti il presente con i ricordi (meravigliosamente rappresentati attraverso la pellicola Super 8) e di rendere Roma, e in particolare Trastevere, un palcoscenico vitale fatto di suoni e scorci suggestivi, una presenza onnisciente che tutto vede, accogliendo rinascite e solitudini. Tre ciotole è un film che riadatta con intelligenza il libro di Michela Murgia, una pellicola profonda ma essenziale che pur apportando enormi cambiamenti rispetto alla controparte cartacea ne eredita gli intenti e il messaggio. L’ottima scrittura e la regia interessante lasciano comunque il peso della riuscita del lungometraggio sulle spalle di Alba Rohrwacher e Elio Germano, che offrono quindi un’interpretazione autentica ed efficace.

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Il film si caratterizza per una delicatezza che emerge anche attraverso le scelte fotografiche: immagini intime, estetica pura e patinata, sospesa tra cinema d’autore e grande pubblico. Il tema del cibo è centrale nella storia, diventando un filone narrativo costante. Il rapporto di Marta con il cibo, infatti, evolve progressivamente insieme a lei e alla storia: da un approccio “disordinato” fino ad un nuovo equilibrio che, paradossalmente, trova proprio grazie alla malattia. Il titolo rimanda alle tre ciotole che Marta acquista con i punti del supermercato: oggetti semplici ma che sembrano sempre rimandare al suo modo di nutrirsi. Non a caso, il suo ex compagno è uno chef che racconta quanto fosse disordinata a tavola prima di lui. Dopo la separazione, quel disordine aumenta fino a raggiungere l’apice, ma sarà la scoperta della malattia a portarle un inatteso ordine, come se avesse finalmente imparato ad amare sé stessa e la vita. Significativa, in questo senso, la scena in cui un collega le presenta il libro di Feuerbach L’uomo è ciò che mangia, o le parole della gastroenterologa che definisce lo stomaco “il nostro secondo cervello”.

Elio Germano e Alba Rohrwacher interpretano con grande empatia i personaggi, permettendoci di immergerci nei loro pensieri: la confusione del personaggio di Antonio e la paura, ma allo stesso tempo la gratitudine di Marta. A metà film, Il lavoro della Coixet, rischia di perdersi in scenari troppo poetici, talvolta ridondanti, con il pericolo di appesantire lo spettatore. Tuttavia, il terzo atto, ci regala una bella ripresa, nella quale lo sguardo di Michela Murgia emerge in ogni dialogo e in ogni scena: l’addio alla vita di Marta è un invito a tutti verso la riscoperta della bellezza dei piccoli momenti quotidiani. Momenti che lei riesce a percepire in modo amplificato grazie alla vicinanza alla morte, che accoglie con timore e senza demonizzazione. In questo il finale è gentile come la sua scomparsa: le immagini e le scelte fotografiche restituiscono la sensazione di un addio dolce, quello di chi ha assaporato fino in fondo ogni ultimo istante e ha trasformato la malattia in un’occasione di consapevolezza.

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