Matteo Oleotto

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Musiche
Distribuzione
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
C’è un paesino sperduto tra le montagne del nord-est più profondo, un paesino nato attorno a una miniera che oggi non funziona più, e dove si va scommettere su energumeni che si prendono a sberloni a mano aperta, un paesino che nemmeno la neve e il Natale riesce a far diventare piacevole. E non sorprende mica che qualcuno voglia andarsene da lì. Quel qualcuno è Petra, che vive da sola in una roulotte assieme a fratello Jure, che non è uno brillantissimo, che ha un padre non pervenuto e una mamma in casa di cura con l’Alzheimer. Per andare via a Petra e a Jure servono i soldi, non basta il caratterino pepatissimo della ragazza, che parla come uno scaricatore di porto, e non bastano nemmeno i lavoretti i due fanno per sbarcare il lunario. Poi qualcuno perde un cane e offre una ricompensa, e Petra pensa sia quello il modo per svoltare. Sbagliando.
Matteo Oleotto aveva esordito al cinema con Zoran – Il mio nipote scemo, e dopo tanto lavoro per la tv torna al cinema con un film, questo Ultimo schiaffo, che pare una cosa e diventa un’altra, che gioca coi cliché del Natale ma non con quelli del cinema italiano standard, finendo per assomigliare un sacco a certi film dei Coen se i Coen fossero stati frilulani.
L’inizio è da commedia, seppur ruvida, aspra e sboccata, e le peripezie di Petra e Jure fanno più ridere che altro, così come fa ridere come Petra ci provi spudoratamente con il responsabile della struttura che ospita sua mamma, o che mandi a quel paese chi non è abbastanza accomodante, o che vada a comprare l’erba da dei metallari di quart’ordine. Perfino il fatto che, quando i due fratelli vanno a trovare la madre, questa non riconosca mai Petra e che parli della figlia come fosse morta, riesce a far sorridere.
Si sorride anche coi primi inceppi, coi primi equivoci, coi primi nodi da sbrogliare in una trama che si allarga fino a comprendere quella di Nicola, nipote meridionale di una signora del luogo che è lì per trascorrere le feste e che è ossessionato da gialli e true crime, un prete sui generis, e alcuni degli energumeni degli schiaffoni. Ma poi qualcosa cambia: in maniera tanto studiata quanto apparentemente naturale, e quindi quasi impercettibile, seguendo i personaggi più che guidandoli, Oleotto finisce col cambiare di segno al suo film, che pur contrassegnato sempre dall’umorismo lo vede diventare sempre più nero, andando così incontro a un finale che si fa addirittura amaro, compostamente drammatico.
Ultimo schiaffo non cerca ammiccamenti nei confronti del pubblico né facili redenzioni per i suoi protagonisti. Quello di Oletto è un film sincero e con una sua chiara idea di libertà, che l’autore, gli autori, hanno governato senza (farsi) imbrigliare troppo da aspetttative e pregiudizi.
Lo dimostrano non solo la storia e le sue svolte, ma in maniera ancora più evidente alcune scelte di casting: se Giuseppe Battiston si presta senza protagonismi di sorta a un ruolo decisamente di contorno, è Adalgisa Manfrida, vera forza della natura, a dominare il film nei panni di Petea con un’interpretazione cui dona una personalità non comune, mentre nei panni di Nicola un ottimo Giovanni Ludeno gli fa da perfetto rivale e contraltare.
Sta per arrivare il Natale. Petra e Jure sono due fratelli vivono in paesino friulano innevato con pochi abitanti. La madre è in una casa di riposo e ripete spesso che la figlia è morta. Sono in ristrettezze economiche e cercano ogni giorno di trovare il modo per guadagnare qualche euro in più. Si arrangiano a fare ogni tipo di lavoro ma non basta. Petra è più cinica, concreta e determinata, Jure più buono e fin troppo remissivo. Un giorno vedono per strada un cane che sta vagando. Poi, un avviso che ne denuncia la scomparsa. Si chiama Marlowe e chi lo ritrova avrà una lauta ricompensa. Alla fine lo rintracciano, lo portano con loro (Jure ci si affeziona immediatamente) e ora sono pronti per chiedere il riscatto. Ma le cose vanno diversamente. In più la loro strada s’incrocia con Nicola, il nipote di un’anziana abitante del posto che anche lei ha smarrito il suo cane.C’è la neve come in Fargo ma Ultimo schiaffo non è solo una dark comedy ma anche una favola amara, un ritratto di provincia, una declinazione inaspettata delle forme del cinema natalizio.Petra e Jure sono l’altra faccia della festa. Nessuno li accoglie, e qualcuno li sfrutta come il dipendente della casa di riposo che chiede alla ragazza di andare a scommettere nei combattimenti di “Power Slap”, una disciplina che consiste nel dare e ricevere schiaffi a mano aperta sul volto. Qui entra in gioco la dimensione surreale del film, quella che trasforma i personaggi, soprattutto nella parte finale in marionette tragiche ma anche magiche.
Sta anche qui lo strano potere di un film che può essere insieme straniante ed evocativo, che racconta le difficoltà del presente (la crisi economica), accenna alle notizie da cui si è spesso bombardati (il podcast true crime). Ma lo fa sempre seguendo il punto di vista dei due protagonisti, nomadi nella loro stessa terra, forse variazioni degli outsider del cinema di Kaurismäki dove anche Oleotto combina tristezza e ironia. Contemporaneamente, il regista disegna precise traiettorie geografiche dove il paesaggio non è solo lo sfondo ma parte integrante del racconto.
Ultimo schiaffo potrebbe essere ambientato in qualsiasi epoca, eppure è fortemente centrato sulla contemporaneità. L’approccio è più pittorico che realistico. Oleotto dona al film delle pennellate di colore che sono forse come frammenti soggettivi del suo legame e della memoria con i luoghi che gli appartengono, combina generi diversi non per creare una contaminazione ma per seguire piuttosto gli umori altalenanti della storia.
A dodici anni da Zoran, il mio nipote scemo da cui arriva anche Giuseppe Battiston che qui interpreta il ruolo di Don Attilio, il cineasta (che nel frattempo ha lavorato anche in tv dove ha diretto le serie Volevo fare la rockstar, Eppure cadiamo felici e i primi quattro episodi di Maschi veri) firma un’altra ballata sull’alienazione con qualche caratterizzazione che talvolta esce fuori controllo (il personaggio di Nicola) ma che trova nei due protagonisti Adalgisa Manfrida e Massimiliano Motta le incarnazioni di un cinema che mantiene il fascino gentile e la purezza dello sguardo del primo film.
In più, trova svolte narrative inaspettate (l’improvvisato pranzo di Natale è tra quelle più attraenti) seguendo le traiettorie della casualità delle vita. Così, sempre sullo sfondo natalizio, Ultimo schiaffo lascia come l’impronta malinconica di una canzone, tipo River di Joni Mitchell.
