Rebecca Zlotowski

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Musiche
Distribuzione
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
Psichiatria e indagine poliziesca sono due territori fin dalla loro nascita affini e capaci di alimentarsi a vicenda, con testimone quella narrativa che noi definiamo gialla, gli anglosassoni crime (o detective) novel. È con questo spirito, e un lodevole piacere di racconto con brio, con il rimo di un divertissement privo di troppi orpelli “autoriali”, che Rebecca Zlotowski si avventura nell’indagine di Vita privata. La si può declinare al singolare, con al centro la protagonista, ma presto ci si rende conto come siano una pluralità di persone che ruotano intorno al percorso di risveglio, personale e professionale, della psichiatra Lilian Steiner. Un viaggio dai toni leggeri, pur nella drammaticità delle situazioni, che non va certo scambiato per superficiale, come troppo spesso fatto in passato proprio con la letteratura gialla.
Lilian Steiner, nome perfetto per una psichiatra, è una Jodie Foster per la prima volta protagonista di un film in cui può dimostrare la qualità dei suoi studi scolastici in francese, dopo un piccolo ruolo una ventina d’anni fa in Una lunga domenica di passioni di Jeunet. La sua vita si sviluppa in un breve perimetro, quello fra il salotto e lo studio in cui riceve, in casa, pazienti pronti a sdraiarsi sul lettino d’ordinanza. Un contesto di buona borghesia, tranquilla e vissuta in solitudine, dopo il divorzio dal marito, con un figlio “sistemato” e da poco padre. Non è particolarmente empatica, ascolta i pazienti, che registra metodicamente su dei minidisc molto retrò, come la casa e le sue abitudini.
Sembra rinchiusa in una bolla, dopo lo svuotamento del suo appartamento con i familiari impegnati a vivere la propria vita altrove. Il suo lavoro è scavare nella quotidianità degli altri, ma lei non sembra capace di farlo su sé stessa. Quelle persone, poi, le ascolta veramente, applica un filtro di umanità, o semplicemente confronta quanto le viene detto con le regole della brava psichiatra imparate decenni prima?
Presto questa dimensione immobile viene sconvolta dalla notizia della morte suicida di una paziente. La psichiatra non accetta di essersi lasciata sfuggire gli indizi di questa decisione così definitiva. Si sente messa in discussione, allora inizia a indagare per dimostrare che non si sia trattato di suicidio. A quel punto Vita privata comincia a ondeggiare fra thriller psicologico e commedia brillante, perfino sentimentale, e anche molto spassosa, quando rientra in gioco l’ex marito che la supporta con sempre maggiore convinzione, tanto quanto il loro rapporto evolve in un ritorno di passione erotica.
La sua è più una missione per liberarsi del senso di colpa, confermando un approccio non proprio altruistico alla sua professione. Per farlo si avvicina alla famiglia della defunta, presto respinta da un marito che la accoglie a male parole, accusandola di non aver anticipato le fragilità della moglie, e una figlia che individua presto come possibile autrice dell’assassinio della madre. Zlotowski si muove con naturalezza fra toni caldi e freddi, con una messa in scena che avvicina psicanalisi e cinema, inconscio in fibrillazione ed eventi esterni più buffi che drammatici. Ci si muove nel territorio tradizionale dell’indagine, fra false piste e colpi di scena, concentrando il tutto nella variegata personalità di una Jodie Foster perfettamente a suo agio, con al fianco un Auteuil nei panni di un gustoso dottor Watson. Un oculista con il compito di far tornare la vista sull’inconscio alla ex moglie psichiatra
Un labirinto di eventi che ricorda quello inestricabile della nostra mente, in cui la razionalità di Lilian Steiner si scontra con l’irruzione imprevista dei sentimenti e delle emozioni. Proprio l’incapacità inziale di gestirli scatena i momenti di maggior slancio comico di questa storia piacevole che non vuole prendersi troppo sul serio.
