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200 metri

Regia: Ameen Nayfeh

INTERPRETI: Ali Suliman, Anna Unterberger, Motaz Malhees

SCENEGGIATURA: Ameen Nayfeh

FOTOGRAFIA: Elin Kirschfink

MUSICHE: Faraj Suliman

MONTAGGIO: Kamal El Mallakh

SCENOGRAFIA: Bashar Hassuneh

DISTRIBUZIONE: I Wonder Pictures

PAESE: Giordania, 2020

DURATA: 90 min.

 

Premio del pubblico BNL alla Edizione delle 'Giornate degli Autori', Venezia 2020

PRESENTAZIONE E CRITICA

Le notizie da Israele e Palestina sono arrivate, purtroppo, ancora una volta tragiche, come arrivano da troppo tempo, proprio poche settimane fa. La questione israelo-palestinese è uno dei nodi irrisolti della politica internazionale: a noi arrivano le notizie in occasione di fatti eclatanti come gli attentati. Ma è sulla vita delle persone, ogni giorno, ogni ora, che ricade questa situazione assurda. 200 METRI, il film d'esordio del regista palestinese Ameen Nayfeh, Premio del Pubblico alle Giornate degli Autori a Venezia77, è un film dove tutto questo ci viene raccontato in maniera chiara e inequivocabile. È una storia di vita quotidiana, quella di una famiglia qualunque, che però è eccezionale nel rappresentare, con semplicità, cosa accade da anni in Palestina. Per chi è appassionato della questione, ma anche per chi non la conosce e vuole saperne di più, è un film teso e appassionato, da non perdere.

200 METRI è la storia di una famiglia come tante. Mustafa e sua moglie Salwa si amano profondamente, sono affiatati e hanno due figli a cui tengono molto. Vivono in Palestina, ma in due paesi diversi, che sono distanti tra loro solo duecento metri, ma sono divisi dalla barriera di separazione israeliana. Lui, per orgoglio, non ha mai voluto prendere i documenti che gli permetterebbero di vivere dall'altra parte. La moglie, per contro, ha bisogno di vivere al di là del muro per lavoro. Così, ogni sera, la famiglia è costretta a separarsi. E Mustafa, dal suo terrazzo, accende una luce per augurare la buonanotte alla moglie e ai figli che sono dall'altra parte e che rispondono con un segnale. Quando uno dei suoi figli è vittima di un incidente, Mustafa deve passare in fretta dall'altra parte; ma al checkpoint gli viene negato l'accesso perché i suoi documenti risultano scaduti. E allora chiede aiuto a un contrabbandiere per oltrepassare il muro.

Così i duecento metri si trasformano in duecento chilometri, una vera e propria Odissea. Ed è proprio questo che, a livello narrativo, è 200 METRI. Mentre crediamo di assistere a una storia familiare, basata sui rapporti tra un uomo e i suoi familiari, di cui il viaggio può essere uno dei capitoli, ci rendiamo ben presto conto che quella è una cornice, e il cuore del film è proprio il viaggio, il topos narrativo dell'Odissea, una discesa agli inferi fatta di imprevisti e ostacoli sempre più insidiosi. Mustafa è animato dalle migliori intenzioni, ma si trova ad aver a che fare con autisti privi di scrupoli, che fanno affari sulla pelle delle persone normali, e con altri compagni di viaggio, ognuno con la propria storia, le proprie motivazioni e i propri segreti. La pregevole scrittura del film fa sì che le sorprese e i colpi di scena si susseguano e che lo spettatore sia catapultato in un viaggio accompagnato da un senso incombente di pericolo e una tensione costante.

200 METRI è un film che vive su un paradosso, una situazione così assurda che si stenta a credere sia possibile, ma che è vera, e che è la vita quotidiana di migliaia di persone. Anche a duecento metri l'uno dall'altro si è impossibilitati a vivere insieme, a potersi toccare, a vivere una vita come quella che dovrebbe vivere una famiglia normale, a condividere gli stessi spazi. In una parola, si è impossibilitati a poter dare un semplice ma essenziale bacio della buonanotte ai propri figli. A chi si chiede, al di là delle notizie di cronaca nera, a quelle di politica internazionale, ai proclami dei leader politici, che cosa accada in Israele e in Palestina tra le persone comuni, consigliamo vivamente di vedere questo film.

200 METRI è una storia particolare, ma in fondo anche universale. È la storia del regista, come ha spiegato, e anche quella di migliaia di palestinesi. Ma, in fondo, si parla di libertà di movimento, quello che dovrebbe essere un diritto umano fondamentale e che, come sappiamo, molto spesso viene negato a molte persone. È il tema che è alla base delle migrazioni, vero nervo scoperto dell'era che viviamo, un tema di cui oggi anche da noi si torna a parlare. E di cui, nei prossimi giorni, si parlerà sempre più spesso, non senza strumentalizzazioni. E allora 200 METRI può essere un ulteriore spunto di riflessione anche in questo senso.

(https://movieplayer.it)

 

(…) Con la direzione della fotografia di Elin Kirschfink, le scenografie di Bashar Hassuneh, i costumi di Fairouze Nastas e le musiche originali di Faraj Suleiman, 200 METRI è stato così presentato dal regista in occasione della partecipazione al Festival di Venezia 2020 nella sezione Giornate degli Autori: "Ho ricordi di cui non ho quasi più memoria o su cui forse ho paura di soffermarsi. L'oppressione ti aliena in quanto nega i tuoi diritti fondamentali, soprattutto quando inizi ad adattarti. Una separazione forzata fa molto male. 200 METRI è la mia storia e quella di migliaia di palestinesi. E le storie possono di certo cambiare le vite: credo nel potere del cinema e nel modo in cui influisce magicamente nelle nostre vite. Avevo il bisogno di raccontare questa storia".

"Quando si parla di Palestina, a tutti vengono in mente immagini di muri, posti di blocco e soldati", ha proseguito Nayfeh. "Sebbene queste immagini siano presenti anche in 200 METRI, l'attenzione si concentra sulle conseguenze che la separazione ha su noi come esseri umani e sulla volontà di far luce sulle barriere e muri invisibili che nascono da quelli fisici e reali. Qui in Palestina siamo abituati ad adattarci alle nuove situazioni, a fare come ci viene detto e a camuffare i nostri sentimenti. Ma questo non dovrebbe essere più accettabile. La libertà di movimento è un diritto umano fondamentale che in una realtà così brutale sembra quasi una favola. Mustafa, il protagonista, ha sempre obbedito alle regole, sopportato l'umiliazione e fatto come gli è stato detto per assicurarsi una piccola possibilità di stare con la sua famiglia. Ma, quando le stesse regole che hanno alienato la sua vita mettono in gioco la sua famiglia e la sua paternità, non sarà più disposto a obbedire".

Ha infine concluso: "200 METRI tocca generi tra loro diversi, passando dalla storia familiare al dramma sociale, dal road movie al thriller. Sono stato influenzato dagli insegnamenti del mio professore, Dewi Grifiths, che ha sempre ribadito l'importanza del genere. Quando nel 2010 ho iniziato a scrivere la sceneggiatura, pensavo di farne un road movie. Il genere era per me l'obiettivo principale ma con il tempo la storia ha preso pieghe molto differenti, includendo elementi appartenenti a generi differenti. Ho allora deciso di abbandonare l'idea del film di genere e di concentrarmi soprattutto sulle emozioni in gioco e sul protagonista".

(www.filmtv.it)

 

Complicata è la questione israeliano-palestinese, semplice è comprendere l'assurdità e l'inumanità di un muro che separa famiglie, affetti, relazioni e legami, e che rende una manciata di metri, i duecento di questo primo film di Ameen Nayfeh una distanza insormontabile da percorrere anche in caso di estrema necessità, di fronte a un figlio che ha avuto un incidente e un padre che deve correre al suo capezzale. Esigenze fondamentali, bisogni primari, cose semplici, con le quali Nayfeh dona universalità e accessibilità totali al suo 200 METRI, che è un film dove la politica è tanto più presente quanto più sembra assente dal racconto, e dove la politica finisce per essere quella della cosa che forse dovrebbe essere più spesso, ovvero non massimi sistemi, ma pratica della vita quotidiana.

(…) La linea sulla quale procede Nayfeh è sottile, a rischio caduta, e da entrambe le parti il fossato in cui si cade è quello di un didascalismo eccessivo, figlio della semplificazione. però questo giovane regista palestinese, che si vede parla di cose che conosce bene, e che ne parla a ragion veduta, rimane sempre in equilibrio grazie all'assenza di ambizioni eccessive, alla consapevolezza che il passo più lungo della gamba no, lì, camminando su quella linea sottile, non è possibile farlo.

200 METRI, allora, procede a piccoli passi, sempre attento a rimanere nell'alveo di quella semplicità - anche nella lingua del cinema - che permette alle tante figure e situazioni esemplari di non essere gravate da un peso metaforico eccessivo, stando sempre aggrappato all'essenzialità dei sentimenti più basilari del sentire umano. "Devo andare da mio figlio" è il mantra del protagonista, di fronte a ogni intoppo, lite o avversità. Quel sentimento, quel bisogno, così sottile e acuminato, si fa strada con facilità nello spettatore, e lo conquista. Più di tanti discorsi e tante parole di film più esplicitamente complessi e politici.

Alla fine, tutto è una questione di luci che si accendono, di distanze che si accorciano, di padri che farebbero di tutto per i loro figli.

(www.comingsoon.it)