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A white, white day

Regia: Hlynur Pálmason

INTERPRETI: Ingvar E. Sigurðsson, Ída Mekkín Hlynsdóttir, Hilmir Snaer Gudnason

SCENEGGIATURA: Hlynur Pálmason

FOTOGRAFIA: Maria von Hausswolff

MONTAGGIO Julius Krebs Damsbo

DISTRIBUZIONE: Trent Film

NAZIONALITÀ: Islanda, Danimarca, 2019

DURATA: 109 min.

Ingimundur è un poliziotto di mezza età che vive in un paesino islandese. La morte della moglie in un incidente lo destabilizza all'improvviso, lasciando l'uomo a elaborare il lutto come meglio può: concentrandosi sulla costruzione di una casa e soprattutto sulla cura della nipotina di otto anni Salka. Sotto la superficie, però, ribolle un istinto che nessuna forma di terapia può tenere a bada. "Investigando" il passato della moglie, Ingimundur scopre tracce di infedeltà e risale all'identità dell'amante. L'ossessione diventa così una nebbia fitta in cui è impossibile orientarsi.

L'oscuro è virato al bianco nel secondo lungometraggio dell'abile regista Hlynur Palmason, che immerge una storia dark su una mascolinità in bilico tra amore e odio nelle tinte abbacinanti della natura islandese.

È un ritorno a casa per il regista, che aveva ambientato l'esordio Winter brothers in Danimarca, e che con A WHITE, WHITE DAY realizza una delle opere più significative del cinema recente del suo paese: pienamente immersa nella cultura e nel paesaggio ma con aspirazioni che vanno ben oltre il pittoresco.

Sorretto da un'interpretazione stupefacente del veterano Ingvar Sigurðsson, per il quale il ruolo è stato pensato e scritto, il film è criptico, ambiguo e spigoloso tanto quanto le immagini dell'Islanda più rurale sono dirette, piene e profonde. Un'opera di contrasti in cui l'amore si scioglie nell'odio, o forse viceversa. In cui il lento e meticoloso "character study" di Ingimundur - scandito dalle stagioni - si abbina a uno stile registico ricco di sorprese, che sa soffermarsi sui piccoli dettagli fino a renderli minacciosi, e abbracciare anche un simbolismo su più larga scala.

Lo si direbbe un neo-noir dai sottili equilibri psicologici, in cui invece di offuscare si posiziona il rimosso in bella vista (sono tante le composizioni "inquadrate" e messe in prospettiva da Palmason attraverso le finestre, a riprova che da quella luce che confonde nebbia e giorno non si può scappare) e si entra sotto la pelle di un uomo burbero per scoprirne la morbidezza emotiva. Nel fare i conti con il suo lutto, il protagonista deve abbandonare una certa tendenza al controllo manipolatorio sulla figura femminile, che gli confonde i riferimenti di moglie, figlia e nipote. Alla fine, l'unico controllo possibile è quello sulla memoria: dimenticando la rabbia e il dubbio, si scopre qualcosa di singolare e spiazzante bellezza.

(www.mymovies.it)

 

Il “bianco, bianco” è quello che avvolge una remota, gelida cittadina islandese. Un’automobile cade giù per la scarpata. Capiremo solo poco più avanti che al volante c’era la moglie di Ingimundur, poliziotto ora in congedo che durante questo periodo di lutto trascorre gran parte delle giornate con la nipotina Salka e, di tanto in tanto, cerca di risistemare la vecchia casa di famiglia. (…) Opera seconda di Hlynur Pàlmason (alla Semaine di Cannes 2019 e vincitore del Torino Film Festival lo stesso anno), A WHITE WHITE DAY si propone di mimetizzare atmosfere, suoni, musiche (notevolissime, firmate dal britannico Edmund Finnis, violini e viole strazianti) con l’incedere sincopato di una narrazione che segue lo spaesamento emotivo di un uomo che anziché trovare conforto nei suoi ricordi tenta in ogni modo di sabotarli, roso dal dubbio di un’ipotesi di tradimento che ne mortifica tanto il presente quanto i trascorsi.

A suo modo Pàlmason ragiona sul mistero dell’esistenza, sugli aspetti imprevedibili della natura (i massi lungo la carreggiata, le frane che impediscono l’accesso in galleria) e della natura umana: il personaggio di Ingimundur rimette in gioco le sue convinzioni, la rabbia repressa rischia di portarlo lungo il sentiero della disumanità, ogni situazione – in apparenza anche quelle che non prevedono l’incombenza di chissà quale minaccia – viene restituita sullo schermo con un carico di tensione inusuale.

“In quei giorni dove tutto è bianco e non c’è più alcuna differenza tra la terra e il cielo, allora i morti possono parlare con noi che siamo ancora in vita”.

In fondo lo spiega bene l’Anonimo in esergo al film, Ingimundur si ritrova inghiottito nell’accecante biancore che rende quasi impossibile distinguere i contorni delle cose. Perché come dice il regista stesso, il film ruota intorno a due tipi di amore, “l’amore che hai per i tuoi figli o nipoti, che è semplice, puro e incondizionato e poi un altro tipo di amore, un amore che hai per il tuo partner, il tuo amante o moglie. È qualcosa di completamente diverso, è più complesso, intimo, animalesco, qualcosa di unico che non hai con nessun altro”.

Quell’amore che non può interrompersi con la morte della moglie, ma che Ingimundur pensa di poter mettere in discussione sperando di scoprire cose che non conosceva sul suo conto. Ma a quale costo? E, soprattutto, a quale scopo?

Pàlmason non ricorre a flashback, la presenza della moglie nel film è costante grazie all’esistenza del marito, all’odore delle sue cose rimaste, noi spettatori immaginiamo lei attraverso le sensazioni che tiene in vita Ingimundur, fino a riuscire a visualizzarla in quel bellissimo, commovente finale che riappacifica l’uomo con il suo ricordo. Una visione, finalmente nitida, che restituisce carnalità ad un’idea fino a quel momento fantasmatica, intangibile seppur presente, che la rabbia di un’inutile vendetta avrebbe rischiato di deturpare per sempre.

(www.cinematografo.it)

 

“In quei giorni dove tutto è bianco e non c’è alcuna differenza tra la terra e il cielo, allora i morti possono parlare con noi che siamo ancora in vita”. Lo si capisce subito, fin dai primissimi fotogrammi, il tocco d’autore. Il cineasta islandese Hlynur Pàlmason abbraccia letteralmente una storia molto intima del protagonista principale, partendo dall’evento che lo ha sconvolto. Ma non è tanto la storia ambientata in una remota cittadina nel cuore dell’Islanda, già eccentrica di per sé, quanto il tocco di stile delle riprese, tocco inconfondibilmente nordico, in grado di parlare efficacemente più con i silenzi e le intriganti ambientazioni che con le parole. Ma la poesia amara dei sentimenti, repressi e compressi in una elegiaca introspezione del protagonista, non esclude tutta la violenza possibile derivata da rabbia e frustrazione, quando certi ‘segreti’ sbucano dalla nebbia, inaspettati e dolorosi come lame. Un qualcosa che non si può più combattere ma neppure accettare di buon grado... Palmason si affida ad un piano sequenza, il primo di molti altri - uno tra vari motivi firma del lessico cinematografico suo proprio - per narrare l’evento principe dello sconvolgimento di Ingimundur, capo di polizia in congedo dopo la scomparsa della moglie. Si tratta però comunque di una narrazione espressa per sottrazione, lasciando allo spettatore il compito di arrivare ai fatti per deduzione. In tutta calma, confidando nella dilatazione temporale. Dopo il piano sequenza iniziale, in cui un’auto che la macchina da presa segue da tergo fino alla caduta, Palmason ci affascina con un altro piano sequenza unico nel suo genere, in cui la mutevolezza della luce nelle diverse ore solari e notturne, scandisce il tempo, nei giorni che passano e che dominano un caseggiato, dalle sembianze più prossime ad un magazzino che ad un’abitazione. Il silenzio sovrasta l’arcana ripresa, spesso da una certa distanza, quasi a voler sbirciare con discrezione, scorci di vita privata. Un giorno bianco, bianco… cavalli sulla neve, immagini fisse finché, con una ripresa sempre a campo lungo, in piena notte la voce di una bambina non rompe il silenzio: “nonno, puoi accendere la luce?”.

È così che ha inizio la storia a doppio binario di Ingimundur/Sigurðsson: una storia di amore incondizionato per sua nipote Salka - di cui conosciamo pian piano il resto della famiglia - e di vendetta, prima silente, poi esplosiva, non appena scopre che sua moglie morta nell’incidente lo aveva tradito con un altro uomo. Inizia da qui, per questo vedovo taciturno, nonno affettuoso, una parabola di inderogabile ricerca della verità fin nei dettagli, e, al contempo, inevitabile sofferenza interiore. Dapprima metabolizzata all’apice dell’introspezione, poi con rabbia violenta che sfiora venature melodrammatiche, prima che la piccola nipote intervenga paradossalmente a far rientrare tutto negli argini, non solo senza edulcoranti, anzi, con immagini forti sul piano scenico ed oltremodo significative su quello simbolico significante. Fatta eccezione per la situazione tragicomica inserita con la seduta psichiatrica on line, A WHITE, WHITE DAY rimane un dramma a tutto tondo di marca prettamente nordica. Un cinema di meditazione insomma, con dei brani da manuale, in cui l’azione è circoscritta come uno strappo su un abito già logoro, ma che consente comunque di esser ricucito e salvato dalla deriva dell’immondizia. Come la parabola esistenziale di Ingimundur, che Sigurðsson eleva all’ennesima potenza di un’umanità disastrata dell’uomo comune, ma pur sempre in grado di tornare padrona di sé e di recuperare i brandelli più nobili della propria dignità, magari lasciando finalmente intravedere lacrime che, se ancora devono trovare il coraggio di sgorgare, fanno comunque la loro comparsa nella drammatica elegia dell’epilogo. Epilogo in cui il campo lungo osa, accorciandosi sempre più, per raggiungere finalmente un primissimo piano.

(www.celluloidportraits.com)