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After love

Regia: Aleem Khan

Attori: Joanna Scanlan, Nathalie Richard, Talid Ariss, Nasser Memarzia, Sudha Bhuchar
Distribuzione:Teodora Film
Sceneggiatura: Aleem Khan
Fotografia: Alexander Dynan
Montaggio: Gareth C. Scales
Musiche: Chris Roe
Durata: 89 min.
Paese: Gran Bretagna, 2020

Nel sud dell'Inghilterra che si affaccia sul canale della Manica, a Dover, Mary vive una vita tranquilla con il marito Ahmed, per il quale si è convertita all'Islam prima di sposarsi. Quando Ahmed muore all'improvviso, Mary trova il documento di una donna sconosciuta nel suo portafoglio. La curiosità e la paura la spingono verso la sponda francese del canale, a Calais, per chiedere spiegazioni a Genevieve, che ha un figlio, del rapporto con suo marito.

Impeccabile e rigoroso è il tono cinematografico di questo esordio alla regia per il britannico Aleem Khan: una storia di confronti e di avvicinamenti lungo la linea di confine tra due paesi e due mondi diversi. Il materiale narrativo forse non avrebbe prodotto gli stessi risultati se Khan non avesse così ben sfruttato l'elemento ambientale della distanza tra le due località che si affacciano sulla Manica, un motivo ricorrente che permette sia visivamente che logisticamente di collassare il lontano sul vicino. L'eleganza lineare del film si appoggia saggiamente sulla prova da protagonista di Joanna Scanlon, mastodontica in un ruolo che le richiede grande vulnerabilità e che le consente (grazie alla missione "sotto copertura" in cui si lancia Mary) di reagire a una sorpresa sconvolgente dopo l'altra mascherando stupore e liberando momenti di grande tenerezza. Quella tra lei e la dirimpettaia Nathalie Richard non è solo una danza tra donne rivali che hanno amato lo stesso uomo: Khan aggiunge al ritratto di base delle sfumature appena accennate ma di estremo interesse, primo fra tutti un discorso sulla fede musulmana che Mary ha abbracciato per amore del marito ma che ormai la definisce.
Ciò dà vita a una serie di esplorazioni che rimangono sottotraccia ma arricchiscono la fibra dell'opera, dal sociale (Genevieve avrebbe scambiato Mary per la donna delle pulizie con altrettanta facilità se non avesse indossato quel velo?) fino al culturale (le diversità nel linguaggio familiare e perfino nell'essere donna tra Francia e Gran Bretagna).

Anche la figura di Ahmed, che il regista lascia assente nella storia anche nei brevi attimi in cui è ancora presente, viene ricomposta sotto gli occhi del pubblico, a posteriori, e attraverso le esperienze di tre persone a cui mancano reciproci pezzi del puzzle. Film intelligente e sentito, AFTER LOVE non ha nemmeno un tassello fuori posto: perfino gli elementi periferici, come il segreto del giovane Solomon, vengono dal vissuto personale di un regista che è riuscito a mettere su schermo la storia della sua famiglia trovandogli però una chiave di astrazione che affascina lo spettatore.

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Film rivelazione del cinema inglese con sei British Independent Film Awards in tasca e quattro nomination ai BAFTA, AFTER LOVE è un esordio impressionate per la capacità di Khan di mantenere il controllo totale su una storia che poteva scadere in una deriva sentimentale e che, invece, diventa un’indagine sul concetto di identità e su come la modifichiamo in relazione a chi abbiamo accanto. Mary/Fatima ha abbracciato un’altra cultura per amore. La morte del marito e la scoperta di una vita segreta con un’altra donna che non ha compiuto la sua stessa scelta provocano in lei una perdita di equilibrio esistenziale. Mary – una straordinaria Joanna Scanlan – decide di attraversare quello stesso specchio d’acqua che separava le due vite parallele del marito per vedere con i suoi occhi, conoscere in prima persona un segreto che la riguarda da vicino. AFTER LOVE si trasforma così in un thriller dei sentimenti in cui la suspence attraversa il racconto grazie alla sua protagonista che cela la verità sulla sua identità all’altra donna con cui per tutti quegli anni aveva inconsapevolmente condiviso il marito. Un percorso verso una verità che la regia di Aleen Khan sottolinea scegliendo un approccio tripartito. All’inizio del film c’è solo Mary al centro dell’inquadratura ma, man mano che la donna scopre elementi in più ed entra in contatto con l’amante del marito e il loro figlio adolescente, ecco che la macchina da presa fa spazio anche agli altri personaggi per poi abbracciarli tutti nella parte finale del film. Un processo di “costruzione” ravvisabile anche nella colonna sonora di Chris Roe che da quasi accennata finisce per diventare una melodia compiuta. AFTER LOVE è anche un film sul lutto, sul bisogno di romperci in mille pezzi per poter riacquistare una forma, tornare a vivere. Khan lo suggerisce con delle metafore visive eleganti e struggenti che ben sintetizzano lo stato d’animo interiore di Mary. AFTER LOVE è un film da ascoltare, che vibra nei silenzi della sua protagonista. Un’opera matura e lucidissima nella messa in scena e nella scrittura fatta di suggestioni ed evocazioni visive e in cui identità, memoria e verità sono al centro di un racconto intimo e profondo sull’amore, la conoscenza di noi stessi e di chi abbiamo accanto.

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Chi è quella donna di mezza età che, in AFTER LOVE si guarda allo specchio in una casa in cui si è introdotta guidata da una morbosa curiosità? È Mary, come si è presentata alla proprietaria di casa, o Fahima, come la chiamava suo marito, morto da pochi giorni e che si è dimenticato di portare con sé tanti dolorosi segreti? Dopo essersi osservata per un po’, la donna si toglie l’hijab scoprendo la testa, si scioglie i capelli. Comunque la si voglia chiamare, è una donna spezzata, alla quale manca una parte di se stessa, come ci suggerisce lo specchio che ha davanti a sé. Solo una parte del suo viso si riflette, tra l’altro doppiata, ripetuta nella piccola irregolarità vicino ai bordi dello specchio. Ciò che ha prodotto questa spaccatura non è la morte, per quanto traumatica nel suo essere improvvisa, di suo marito Ahmed. Il lutto più duro da affrontare in AFTER LOVE non è quello concreto, è il tramonto definitivo dell’idea di suo marito con la quale ha convissuto per tutta la vita. E, forse, è questa la cosa più dolorosa, se c’è da credere a coloro che dicono che l’amore non si può mai spiegare, ma solamente esperire. L’idea che lei aveva di Ahmed, da quando trova i messaggi che si scambiava con quella che sembra un’amante, si è insozzata fino ai suoi recessi più profondi. Le cassette che le mandava quando, poco più che ventenni, lui tornava in Pakistan a trovare la sua famiglia non hanno più lo stesso suono, esattamente come quell’ultimo messaggio vocale lasciatole nella segreteria.

Sto tornando, non ti sporgere troppo dalla scogliera che non voglio che tu cada”. Quella che prima per lei era un messaggio dolce nella sua insignificanza, dopo la realizzazione che le assenze da Dover non erano solamente per lavoro, non possono che assumere un inedito e doloroso vestito di spine. Proprio per liberarsene decide di andare a Dunkerque, a confrontare G., come è stata salvata sul telefono di Ahmed. Quello che trova va anche oltre le sue peggiori aspettative, cercando di reprimere la delusione dietro una curiosità trainante. Proprio questa la costringe a rimanere sotto mentite spoglie, per rimestare nelle spoglie di quell’idea che l’aveva assorbita talmente tanto da portarla a cambiare nome e ad abbracciare la fede islamica. La riemersione non è facile, come mostra la protagonista Joanna Scanlan, bravissima a suggerire sempre un lagrimoso mondo emotivo che giace sotto la maschera. Come non è facile per chi si trova nella sua stessa posizione, ma sulla sponda opposta. Aleem Khan costruisce con After Love un racconto di rinascita scorrevole, che si muove con efficacia attraverso simboli semplici (a volte al limite della tautologia, come spesso sono le poche visioni oniriche della protagonista), ma che riescono spesso a essere efficaci. Diventa, così, un po’ più facile capire quella sottile ma fondamentale differenza che c’è tra il perdono e l’accettazione, perché non sempre il primo è possibile, ma la seconda è sempre richiesta per poter ripartire.

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Il bianco è, soprattutto in alcune zone del mondo orientale, il colore associato al lutto. Secondo un’usanza musulmana, ad esempio, la vedova può vestire di bianco. E così fa Mary Hussain, che da giovane si era convertita all’Islam per amore di Ahmed, il marito pakistano. Ora si chiama Fatima ed è seduta su un divano al suo funerale, circondata dalla litania delle orazioni e dal cordoglio per il defunto. Ma il bianco è anche il colore delle scogliere di Dover, la cittadina inglese in cui vive la donna. Un’analogia cromatica suggerita da uno stacco tanto rapido quanto inaspettato, in cui una lenta panoramica scorre lungo la candida parete calcarea fino ad arrivare in cima, dove Mary cammina e osserva l’orizzonte.

È questa linearità di movimento a guidare la mano di Aleem Kahn, regista britannico di origini pakistane, in AFTER LOVE: inquadrature limpide e quasi sempre fisse, raccordi di montaggio canonici e trasparenti, un ritmo lento e ponderato che mira a soffermarsi sul dolore di chi ha perso il proprio sposo. Un dolore laconico e dignitoso, cullato dentro di sé come una preghiera: Mary ascolta la segreteria telefonica dove è rimasta impressa la voce di Ahmed, fa le abluzioni per prepararsi al rito della salat, si china sul tappeto sussurrando «Allah è grande». Le immagini che la mostrano spesso distesa per terra o sdraiata sul letto, come se stesse contemplando la propria sofferenza. A un certo punto, Mary si adagia supina sulla sabbia, sbattuta dalle onde del mare, come a lasciarsi andare in balia del proprio struggimento.Il lutto è, appunto, la trave portante della struttura narrativa del film: è da lì che inizia la storia, quando, a un certo punto e senza preavviso, Ahmed smette di rispondere alla moglie, ed è sempre lì che finirà. Anzi, è proprio questo evento a fungere da stimolo per una ricerca, prima di tutto interiore, da parte della protagonista: sarà dopo la morte del marito che andrà a scoprire chi era davvero quell’uomo a cui ha dedicato tutta se stessa. Un viaggio compiuto fisicamente, che la porta ad attraversare lo stretto di Dover per approdare in un altro paese, e mentalmente. Quest’ultimo assai più doloroso e sconvolgente del primo. Perché più va a fondo in questa storia, più sente che nulla sarà come prima. L'uomo che amava e per il quale ha cambiato radicalmente la propria vita non era quello che credeva. E allora, nelle bianche rocce della scogliera che franano in acqua davanti ai suoi occhi, Mary vede le proprie certezze crollare. La crepa spessa che incrina il soffitto sulla sua testa è qualcosa che si sta rompendo, o forse si è già rotto, dentro di lei.

Dal momento in cui attraversa il canale della Manica per arrivare a Calais, seguendo una traccia trovata nel portafoglio dell'ex coniuge, la signora Hussain scopre che il marito conduceva una doppia vita. A poco più di un'ora di traghetto da casa sua trova una sconosciuta verità, che emerge pian piano dalle pieghe delle diversità tra due culture, due donne, due modi di intendere l'amore. Tutta la vicenda, a questo punto, è imperniata sul contrasto: quello tra il mondo islamico e il mondo occidentale, e i relativi pregiudizi; quello tra Regno Unito e Francia, che si evince soprattutto nel bilinguismo inglese-francese, in cui il francese viene usato, a volte, per non farsi capire da chi sta ascoltando. Quello, infine, tra la famiglia ufficiale e la famiglia per così dire illegittima, ma assolutamente legittima nel legame affettivo e sentimentale.

AFTER LOVE ha fatto parte della selezione della Semaine de la Critique di Cannes nell’anno dell’edizione fantasma e ha vinto sei premi ai British Independent Film Awards, tra cui quello per miglior attrice a Joanna Scanlan, che ha il merito di interpretare con forza e sensibilità il personaggio principale attorno a cui gira tutta la trama. Ed è un film, prima di tutto, sull’amore. L’amore che permette di andare oltre gli inganni da sempre taciuti, oltre le differenze, oltre la gelosia. L’amore che resta, come dice il titolo, dopo l’amore

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