Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

Schede dei film

Elenco schede film

Alcarràs

Regia: Carla Simón

INTEPRETI: Josep Abad. Jordi Pujol Dolcet, Anna Otín, Xènia Roset, Albert Bosch

SCENEGGIATURA: Carla Simón, Arnau Vilarò

FOTOGRAFIA: Daniela Cajías

MONTAGGIO: Ana Pfaff

MUSICHE: Andrea Koch

DISTRIBUZIONE: I Wonder Pictures

PAESE: Spagna, Italia 2021

DURATA: 120 min.

Orso d'oro come miglior film al Festival di Berlino, 2022

Nella campagna assolata della Catalogna, la famiglia Solé vive e coltiva da decenni un vasto frutteto che gli era stato offerto dopo la guerra civile dai proprietari, i Pinyol. Un gesto d'onore a ricompensa di un aiuto cruciale, ma mai siglato con documenti ufficiali. I Solé si ritrovano perciò impotenti quando furgoni carichi di pannelli solari arrivano sui terreni, pronti a riconvertire il frutteto ed eliminare l'unica attività che la famiglia abbia conosciuto.

La regista catalana Carla Simón si era fatta notare con il suo primo lungometraggio, Estate 1993, e con Alcarràs espande e cementa una poetica cinematografica fatta di minuzioso naturalismo, uno sguardo dolce verso il passato e un dono particolare per il lavoro con gli attori. In questa epopea familiare in cui la tradizione si scontra violentemente con le fredde costrizioni del presente, Simón dipinge un affresco meticoloso della sua terra e coglie il frutto pienamente drammatico di un cinema contemplativo, di stampo quasi documentaristico. La specificità del racconto, rivelatrice non soltanto del lavoro di ricerca ma di un omaggio personale alla storia della regista, salta subito agli occhi grazie all'esattezza dei costumi e alle pieghe sul volto dei personaggi, attori non professionisti che Simón trasforma in una perfetta orchestra di tensioni, amore e caos.

Il locale trascende anche nell'universale, centrando una descrizione del lavoro agricolo come parte integrante del tessuto culturale di un paese che non può che suonare familiare in paesi come il nostro, costruiti su valori e sistemi economici simili. Da questo punto di vista il cinema di Simón va ad affiancarsi a quello di Alice Rohrwacher, benché rimanga più aderente al reale e meno tendente al poetico. Grazie alla fluidità di uno stile registico immediato e pulsante, è facile avvertire l'impatto di ALCARRÀS come un insieme, una storia fiume che ci travolge. Ma non vanno sottovalutati i tanti momenti di straordinaria singolarità; molti coinvolgono i bambini della famiglia, autentici e adorabili, la vera arma segreta del film.

Altri riguardano le strazianti emozioni represse di Quimet, figlio dell'anziano pater familias Rogelio e attuale responsabile del business agricolo. È lui a intestardirsi su una politica identitaria (avvertito a più riprese che occuparsi dei pannelli solari vorrebbe dire lavorare meno e guadagnare di più, insiste di essere un coltivatore e non un tecnico) e a puntare tutto su un ultimo raccolto mentre le ruspe attendono minacciose. I piccoli attimi di gioia che gli sono concessi (una festa in piscina, la surreale gara di bevute, l'attenzione con cui dispone una teglia di lumache affumicate) non fanno che rendere più amari i suoi sfoghi, siano essi destinati a un solitario pannello solare o di fronte a una cassa di pesche rovesciata a terra.

Con ogni personaggio tuttavia si apre un mondo, e non sono da meno gli interessanti excursus nelle politiche di genere quando la macchina da presa si sofferma sulle donne costrette a fare da paciere invisibile, sugli adolescenti ormai troppo cresciuti per contentarsi degli austeri svaghi dei campi, o sugli anziani, che a loro modo fanno eco al medesimo dibattito tra progresso e tradizione ("la tua salsa di pomodoro è diversa, mamma non usava il frullatore" - "Perché non esisteva!").

Tutti dettagli che contribuiscono all'afflato romanzesco del film, e aggiungono livelli di caratterizzazione a una storia che fotografa con accuratezza le particolari circostanze socio-economiche dell'industria agricola contemporanea. I conti non tornano, e il mondo sembra voler dire a famiglie come quella dei Solé che la loro esistenza non è sostenibile, anche prima di far entrare le ruspe sui loro terreni. Eppure, ci ricorda Carla Simón, un lavoro rimane più che un lavoro, e l'identità merita di essere tutelata.

(www.mymovies.it)

 

(…) Nonostante una corrispondenza biografica, lo sguardo di Simón non cede mai al sentimentalismo o all’edulcorazione. Tutt’altro. È uno sguardo maturo, consapevole, carico di quel pudore tipico di chi non ha tempo per abbandonarsi ad emozioni futili perché impegnato in un’attività che richiede dedizione a tempo pieno. Il lavoro dei campi determina tempi e ritmi dell’esistenza, definendo l’identità di chi ci si dedica. Abbandonarlo allora, o esserne privati, significa in primis perdere se stessi. Ed è oltremodo interessante che a rappresentare la minaccia siano le energie rinnovabili, massima espressione del progresso sostenibile. È un procedere naturalmente lento quello di ALCARRÀS, fatto di rituali quotidiani e pratiche minuziose, di conoscenze antiche tramandate di generazione in generazione, di aneddoti e racconti, di noiose attese da far passare e tempi morti da riempire. Perché l’unica risposta possibile ad una minaccia d’estinzione, è continuare a fare l’unica cosa che si conosce e di cui si è capaci. La vita dei Solé continua il suo corso, durante quella che forse è la sua ultima estate.

La regista tratteggia con misurato riserbo affetto, incertezze, dubbi e rabbia, che restano sottopelle, trattenuti, interiorizzati, talvolta somatizzati. Come il dolore alla schiena del capofamiglia Quimet. Espressi più coi gesti che a parole. Con la stessa cura gestuale con cui si lavora la terra e si raccolgono i frutti dai rami. La stessa silenziosa attenzione che si traduce in piglio pragmatico. Alla regista non serve ricercare l’autenticità. Basta mettere in scena il racconto di una realtà per quello che è, senza bisogno di aggiungere o togliere, nascondere o esaltare, perché affidato a corpi e voci che appartengono a quel mondo. Il cui essere contadini non può che continuare a esprimersi a dispetto di tutto.

Simón non offre soluzioni, perché al di là del fenomeno socio-economico, è pur sempre una questione personale. Col necessario distacco a preservare l’esperienza privata, la regista ci parla di memoria, individuale e collettiva, che trovano in ALCARRÀS un punto di congiunzione. È un racconto di identità e radici, cultura e tradizioni ormai dimenticate, a cui spesso si guarda con sostenuta superiorità o condiscendenza, nel vortice entusiastico di un progresso che sembra non tenere conto del prezzo da pagare. L’unica opzione possibile sembra allora fermarsi ad osservare, un’ultima volta, e imprimere nei ricordi quel mondo destinato a scomparire, per opporsi all’oblio della perdita attraverso l’esercizio della memoria.

(www.sentieriselvaggi.it)

 

Note di regia:

Alcarràs è un piccolo paese in Catalogna dove la mia famiglia coltiva le pesche. Quando mio nonno è morto qualche anno fa, i miei zii hanno ereditato la terra e la sua cura. Il dolore per la perdita di mio nonno mi ha spinta a dare valore alla sua eredità e agli alberi che coltivava, consapevole che un giorno avrebbero potuto sparire. È così che è nata l’idea del film: una famiglia di contadini – i Solé – sta per perdere la sua coltivazione di peschi che il proprietario del terreno vuole sostituire con pannelli solari. Gli esseri umani coltivano la terra in gruppi famigliari fin dal Neolitico. Quello del contadino è il mestiere più antico di tutti i tempi. Ma la storia della famiglia Solé ha luogo in un momento in cui l’agricoltura tradizionale non è più sostenibile. Come loro sono moltissime le famiglie che, dopo generazioni, sono costrette ad abbandonare le loro terre. Una domanda si impone: cos’è l’agricoltura, oggi? ALCARRÀS è un omaggio alla resilienza delle ultime famiglie di contadini, ancorate alle antiche tradizioni e sempre più marginalizzate. Questa è una storia di appartenenza a una terra, a un luogo, ma e anche un dramma sull’eterna tensione generazionale, sul doloroso superamento delle antiche tradizioni e sull’importanza di rimanere uniti in tempi di crisi. ALCARRÀS è concepito come un film corale perché desideravo raccontare cosa significa essere parte di una grande famiglia. Dialoghi che si intrecciano, energie opposte, caos, gesti piccoli ma significativi, reazioni a catena emotive… Ciascun Solé cerca il proprio posto nel mondo in un momento in cui la famiglia è sul punto di perdere la propria identità collettiva. Ho scelto di lavorare con attori non-professionisti della zona di Alcarràs per conservare un legame profondo con la terra e con la sua lingua. Perché diventassero una vera famiglia, gli attori hanno passato molto tempo insieme, improvvisando per costruire le loro relazioni. Ancora oggi, ad un anno di distanza dalle riprese, continuano a chiamarsi con i nomi del film, sentendo che tutti loro hanno due famiglie: quella reale e quella degli “Alcarràs”.

(www.cineblog.it)